Ma in cosa consiste l’accordo Israele-Libano e cosa c’è dietro? Non è facile ma è importante capire se per il Libano costituisce una speranza concreta o se si tratta di un bluff, come quello di gennaio a Davos, quando ci fu la firma in pompa magna del Board of Peace per Gaza. La situazione non è cambiata di una virgola rispetto alla “normalità” israeliana dei bombardamenti continui e degli aiuti con il contagocce alla popolazione palestinese stremata.
In sostanza, la principale novità contenuta nell’accordo quadro per il Libano, oltre al riconoscimento formale dell’esistenza del Paese dei cedri, prevede la creazione di due “zone pilota” (una a nord e una a sud del fiume Litani, nel distretto di Nabatiyeh) dalle quali le Forze di Difesa Israeliane (Idf) si ritirerebbero progressivamente per lasciarle al controllo dell’esercito libanese. I militari israeliani chiedono che i colleghi libanesi prendano il controllo dei settori evacuati per impedire il ritorno dei miliziani di Hezbollah e il lancio di razzi e droni verso la Galilea.
Ma questo avverrà quando e “se” l’esercito libanese sarà in grado di attuare il controllo con sicurezza, cosa che oggi è impensabile. Comunque la data di inizio dell’operazione non è stata fissata, e i soldati libanesi dovranno essere prima addestrati (e forse anche armati adeguatamente) dagli americani. Intanto l’Idf resta nel sud del Libano, attacca i miliziani di Hezbollah e demolisce case, ponti ed ogni cosa per scongiurare il rientro del milione di abitanti del sud, sfollati al nord. Sfollati in maggioranza sciiti, che per le anguste categorie dell’Idf e per i fondamentalisti dell’ultradestra israeliana sono quindi “terroristi”: la denominazione di “civili libanesi” è guardata con sospetto da Tel Aviv.
L’accordo (promosso e sponsorizzato dagli Usa) è stato siglato fra Israele e lo Stato libanese, che non è parte in causa nel conflitto se non come vittima. Chi attacca e combatte gli israeliani non è lo Stato libanese, ma Hezbollah con i suoi forse 20-50 mila miliziani armati e determinati. Infatti la risposta di Hezbollah è stata chiara e immediata: «Riaffermiamo la posizione di Hezbollah – ha dichiarato un portavoce – che respinge i negoziati diretti con il nemico israeliano. Mettiamo in guardia contro la deriva politica e di sicurezza dei negoziati, che mina la sovranità del Libano e causa pericolose divisioni interne». E con “divisioni interne” si intende (e si minaccia) una guerra civile. Un incubo per i libanesi che sono passati dalla guerra civile del 1975-1990, e anche per i giovani che l’hanno sentita raccontare, ma in maggioranza sono già emigrati.
Una cosa va chiarita: i miliziani di Hezbollah non sono invasori, ma cittadini libanesi. E il partito di Dio (Hezbollah) siede in Parlamento a Beirut. Lo Stato, o meglio il Governo del Libano, fa quello che può da sempre, perché il popolo libanese, per ragioni storiche di antica data, è composto da numerosi gruppi legati a diverse religioni e confessioni. Il problema attuale è che la milizia di Hezbollah è ormai da tempo un esercito più forte e armato dell’esercito libanese, una sorta di piccolo Stato organizzato all’interno di un altro Stato molto meno organizzato. E il motivo di questo predominio è il forte e trentennale sostegno economico dell’Iran al “partito di Dio”, che è nato negli anni ’80 con il preciso intento di concorrere a cancellare Israele.
Per avere un’idea di cosa siano i gruppi religiosi in Libano, e i complicati equilibri fra loro, basta dire che la popolazione calcolata in circa 5,9 milioni di abitanti comprende 32% di musulmani sunniti, 31% di musulmani sciiti, 4,5% di drusi e gruppi minori di musulmani ismailiti e alawiti. E 32,4% di cristiani che appartengono ad almeno 12 confessioni diverse: 6 cattoliche e 3 ortodosse, con altre 3 non inquadrabili nelle precedenti due categorie.
Accanto a questo già complicato mosaico si inseriscono poi i partiti politici, numerosi, variegati e intrecciati spesso con i gruppi religiosi. Solo per fare un esempio: gli sciiti libanesi non sono tutti sostenitori di Hezbollah, perché esiste un altro partito sciita, Amal, e ci sono anche sciiti che non si riconoscono in questi due partiti, ma aderiscono ad altre formazioni politiche miste dove sono presenti anche cristiani. I partiti sono complessivamente almeno un centinaio, raggruppati in 2 schieramenti principali e un terzo secondario. E queste coalizioni, poi, sono in genere sostenute da alcuni Paesi che le sponsorizzano. I principali sponsor, ma non gli unici, sono Usa, Iran e Arabia Saudita, ma in qualche modo c’entrano poi anche Siria, Turchia, Qatar, Egitto, ecc.

Una veduta di case distrutte nel villaggio libanese meridionale di Meiss al-Jabal, ripresa dal lato israeliano del confine nell’Alta Galilea (Israele settentrionale) il 28 giugno 2026, durante il cessate il fuoco tra Israele e Libano. EPA/ATEF SAFADI
Un’ultima parola, non secondaria, va spesa a proposito delle intenzioni non esplicite di Israele, che però i libanesi percepiscono e temono, al punto che molti vedono nell’accordo quadro una sorta di argine estremo (tipo ultima spiaggia) per la sopravvivenza dello Stato libanese, a scanso del rischio sempre più percepito di un controllo, fino alla scomparsa.
I segnali, a volerli considerare, ci sarebbero: la storia ci racconta che già nel 1919 i dirigenti sionisti cercavano “ampie frontiere economiche” per il futuro Stato di Israele, comprendenti “la maggior parte del fiume Litani”. Anche lord Balfour sostenne le rivendicazioni sioniste sulle risorse idriche del Giordano e del Litani, il fiume che scorre tutto in Libano e si getta nel Mediterraneo a nord di Tiro. A tutt’oggi nei progetti espansionisti delle forze ultrasioniste, il Litani è oggetto del desiderio di espansione. Dopo l’indipendenza israeliana (1948) Moshe Dayan e David Ben Gurion parlavano esplicitamente di portare il confine al fiume Litani, per garantire ad Israele l’autosufficienza idrica. Quando poi fra il 1978 e il 2000 Israele occupò il sud del Libano, parte dell’acqua del Litani fu pompata in Israele. Per il Libano il fiume è indispensabile per l’irrigazione delle colture nella Valle della Beqaa, e per la produzione di energia idroelettrica attraverso l’impianto del lago Qaraoun. In Libano l’insufficienza energetica è endemica, soprattutto dopo il collasso finanziario che ha messo in ginocchio la rete elettrica nazionale. E i bombardamenti israeliani di quest’anno hanno preso particolarmente di mira le reti private di pannelli solari, realizzate negli ultimi anni per sopperire al deficit elettrico nazionale.
Se ci fossero dei dubbi sulle intenzioni di almeno alcuni ministri del governo Netanyahu, il 23 marzo 2026 il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che «il nuovo confine di Israele deve essere il Litani». Che in quell’antica terra ci vivessero fino ad ora 600 mila libanesi, per Smotrich non è un problema, basta sostituirli con coloni ebrei.
E pochi giorni dopo, il 31 marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha precisato che, alla fine dell’operazione nel sud del Libano contro Hezbollah, l’Idf avrebbe controllato «l’intera area fino al fiume Litani». Katz ha anche aggiunto in quell’occasione che tutte le case dei villaggi vicini al nuovo confine sarebbero state distrutte come a Rafah e Beit Hanoun, nella Striscia di Gaza, dove solo due anni fa vivevano oltre 220 mila palestinesi: oggi in quei luoghi è rimasta soltanto la polvere spazzata dal vento.
