Gli Stati Uniti d’America hanno festeggiato i 250 anni dalla loro fondazione, un Paese e una cultura giovane rispetto all’Iran che nello stesso giorno ha iniziato la settimana di eventi celebrativi dei funerali del loro leader supremo, ucciso, insieme a buona parte della sua famiglia, in un attacco da parte del Paese che celebra il suo secondo secolo e mezzo di vita, e che il suo presidente ha definito la più grande democrazia mai esistita nella storia. E lo stesso giorno, un cittadino americano, nato nei pressi di Chicago ha ricordato al suo Paese di essere il risultato di evoluzioni legate a diversi processi migratori. Non è uno qualunque, al secolo era noto come Robert Francis Prevost, ma dall’8 maggio 2025 lo conosciamo tutti come Leone XIV, che dal primo momento della sua elezione ha parlato della necessità di una «pace disarmata e disarmante». Ebbene, proprio l’americano Prevost, attuale capo della Chiesa cattolica, proprio il 4 luglio, ha fatto visita a Lampedusa, il francobollo di terra divenuto negli ultimi due decenni simbolo (o uno dei simboli più significativi) di uno dei fenomeni caratterizzanti questo «cambiamento d’epoca», come papa Francesco amava definire il momento storico che stiamo vivendo.
Raramente giorni della storia hanno riunito in sé avvenimenti che hanno incrociato popoli interi, modi di vivere e credere, culture e fenomeni socio-politici, ma soprattutto le diverse letture di tutto questo. Lo abbiamo appreso dalle immagini, che hanno detto, forse, molto più delle parole. Il presidente Usa che sceglie di parlare al popolo americano (o forse meglio dire, a coloro che lo hanno eletto all’interno del popolo americano) alle pendici del monte Rushmore, all’ombra dello sguardo serio di 4 grandi fra i suoi predecessori. Tutti sappiamo che il suo sogno, per niente celato e che vorrebbe realizzare mentre è ancora in vita, è quello di vedere il suo volto accompagnare gli altri 4, presenti da un secolo. L’attuale primo cittadino Usa ha dedicato il suo intervento all’identità, ovviamente quella americana. E questo sarebbe più che comprensibile, ma lo ha fatto non tanto guardando al futuro e disegnando una identità necessaria oggi per un Paese alla ricerca del senso del suo essere, dopo essere stato per quasi un secolo il riferimento del mondo, soprattutto di quello libero. Purtroppo l’idea di identità proposta non è stata quella “per” costruire “insieme” un futuro, quanto piuttosto quella “contro” coloro che potrebbero essere i potenziali partner di quel futuro e sono, invece, presentati come la minaccia. Il presidente americano ha avuto il coraggio di resuscitare il “comunismo”, un fenomeno ormai storico, che ha sì caratterizzato un secolo e mezzo di storia, ma che appare oggi come un oggetto di studio per quanto è stato, non certo per quanto è.

Cittadini iraniani partecipano alla cerimonia funebre del defunto leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, a Teheran (Iran), il 6 luglio 2026. L’Iran sta celebrando funerali di Stato della durata di più giorni, dal 4 al 9 luglio 2026, per il leader, rimasto ucciso in un attacco aereo congiunto statunitense e israeliano il 28 febbraio 2026. Ansa EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
Tuttavia, questa non è un’eccezione. L’attuale presidente ha davvero la rara capacità di riproporre e riprodurre effetti probabilmente opposti a quanto desidera. Basta pensare alle immagini, senza dubbio impressionanti, della preparazione e delle prime cerimonie del funerale dell’ayatollah Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran. Attaccando quel Paese con varie pretese, fra le quali quella di contribuire a una sollevazione del popolo contro il potere degli ayatollah, ha finito, proprio come ci mostrano le immagini da Teheran, per ricompattare il Paese attorno a una figura senza dubbio controversa e tutt’altro che amata da tutti, e al suo successore – nonché figlio – ferito nello stesso attacco che ha eliminato il padre. Proprio quella ricerca di “identità contro” di cui Trump si fa paladino – ma che pervade ormai da tempo le nostre società occidentali compresa quella italiana – è foriera di effetti di questo tipo. Oggi, sebbene permangano divisioni e tensioni interne, l’Iran è senza dubbio più unito, soprattutto lo è contro gli States e Israele. Gli iraniani – ne ho incontrati vari negli ultimi tempi – sorridono delle minacce americane di cancellare in una notte la loro civiltà. Si nota come i 250 anni della democrazia americana siano ben poca cosa rispetto ai millenni degli imperi persiani.

Papa Leone XIV prega davanti alla “Porta d’Europa” durante la sua visita pastorale a Lampedusa, nel sud dell’Italia, il 4 luglio 2026.
ANSA/ CIRO FUSCO
Ed eccoci al terzo elemento di questo 4 luglio 2026, data tutt’altro che casuale scelta da Leone XIV per visitare Lampedusa. Non pochi avevano criticato il papa americano per aver scelto, come meta del suo primo viaggio apostolico, il Principato di Monaco. Apparente la contraddizione con papa Francesco che, invece, pochi mesi dopo la sua elezione, era volato a Lampedusa. Nessuna incongruenza, a fronte degli interventi chiari contro una certa economia schiava della finanza che Prevost aveva indirizzato dal Principato, la data di ieri è risultata l’elemento decisivo per fare della giornata una vera congiunzione dell’attuale lettura geopolitica e, come ha suggerito qualcuno, anche geoteologica del mondo attuale. Rivolgendosi la sera prima ai concittadini americani, Prevost aveva ricordato «la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il Paese apriva le sue porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di svolgere il proprio ruolo nel plasmare il futuro della nazione». Soprattutto, il primo papa americano ha incoraggiato per il suo Paese e la sua cultura una visione aperta verso il futuro. Un impegno a «promuovere il bene comune e nell’arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che la nazione ha dovuto affrontare e che hanno plasmato il corso della sua storia. La mia speranza – ha aggiunto – è che questa tradizione continui a dare frutti in un dibattito pubblico caratterizzato da moderazione, rispetto per le opinioni altrui e da uno sforzo costante nel trovare un terreno comune per promuovere la causa della pace e della riconciliazione, sia in patria che all’estero».
Temi che pure sono risuonati davanti al mare azzurro di Lampedusa, spesso divenuto negli anni una tomba liquida di uomini e donne e bambini di diverse parti del mondo in cerca di una speranza. Leone, senza mai far nomi di persone o istituzioni, non ha fatto sconti: «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Ma ha anche ringraziato: «Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione […]: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita. […] tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato».
4 luglio 2026: un giorno che vale la pena di studiare a fondo per cercare di comprendere il mondo in cui viviamo con le sue contraddizioni, fra ideologie vecchie e nuove e la possibilità sempre fresca di una logica diversa.
