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Italia > Lavoro

Il lato oscuro della filiera produttiva italiana

di Pasquale Pellegrini

- Fonte: Città Nuova

Pasquale Pellegrini

Un’inchiesta di Cimmarusti e Monaci racconta come moda, logistica e consegne nascondano forme diffuse di sfruttamento. Dietro il consumo quotidiano si intrecciano lavoro povero, profitti elevati e responsabilità spesso invisibili

Presidio dei lavoratori Glovo e Deliveroo in occasione della giornata nazionale di mobilitazione dei rider, Torino 14 marzo 2026. Credit: ANSA/TINO ROMANO.

Le scelte personali, abbigliamento, acquisti online, consegne a domicilio possono avere conseguenze importanti sulla vita degli altri? La risposta non è semplice, perché non sempre si riesce a comprendere gli effetti dei meccanismi oscuri che portano alla massimizzazione del profitto a scapito del lavoratore. Ivan Cimmarusti e Sara Monaci, giornalisti del Sole 24 Ore, nel volume Sfruttamento made in Italy, pubblicato da People, analizzano alcuni comparti essenziali per l’economia moderna, il mondo della moda, la logistica, il lavoro dei rider, la security, il settore agricolo per raccontare il lato oscuro in cui si annida lo schiavismo contemporaneo.

Non casi episodici, patologie di un sistema, ma regole non scritte che non lasciano scampo a coloro che si trovano in condizione di bisogno. «Invece di creare il made in Italy, di esaltare acriticamente le nostre eccellenze – scrive Tito Boeri nella prefazione – dovremmo occuparci del retrobottega, di come i prodotti italiani vengono manufatti, di come funziona l’intera filiera produttiva». Perché è lungo la filiera che la dignità del brand si perde e lo sfruttamento violento affiora per quello che è: schiavismo puro, appunto.

Non c’è settore dove esso non sia la norma. «Se, ad esempio − scrivono Cimmarusti e Monaci − mangiare la cena di un ristorante a casa non presenta costi eccessivi, è perché qualcuno paga la differenza al posto nostro. A pagarla sono loro: i rider. Se acquistare online presenta costi di trasporto nulli, qualcuno questi costi li sta pagando per noi. E no, non sono le grandi società che fanno profitti enormi (e talvolta evitano di pagare le tasse in Italia) a sostenere la differenza, se i costi di produzione sono bassi e la commessa è voluminosa e rapida, vuol dire che qualcuno lavora sottopagato per un gran numero di ore. Non vedere come stanno le cose, a volte, non è solo questione di ingenuità, ma fa parte di un cinico tornaconto personale». Questa è l’amara verità che gli autori narrano nella loro drammatica inchiesta. La stessa verità che la Procura di Milano sta cercando di contrastare mettendo le aziende di fronte alle loro responsabilità legali e sociali.

Non è possibile che, per esempio, un capo di abbigliamento, venduto mediamente 10 volte il suo costo di produzione, sia fatto sfruttando i lavoratori o addirittura con lavoro in nero. Oltre che illecito, è immorale. «Il fascino esercitato dai beni di lusso cancella le riflessioni su come siano realizzati», commentano Cimmarrusti e Monaci. «È un commercio che non accetta pause e che dell’alta moda è più interessato al marchio che non a una qualità sostanziale fatta di cura, rispetto e, quindi, di attesa». Cambiando settore cambia poco, semmai è diversa la strategia, ma non la filosofia. Ecco perché può sembrare normale che una consegna possa essere pagata appena 3 euro, nonostante sia uno scandalo. «Quello stesso valore – raccontano gli autori – oggi si è sedimentato dentro un perimetro contrattuale che ha dato una forma giuridica a ciò che prima scivolava nelle pieghe della prassi: il contratto collettivo nazionale firmato da Assodeliverydove sono presenti Glovo e Deliveroo – con Ugl, la principale organizzazione sindacale vicina all’area politica della destra».

Che si tratti di sicurezza o di addetti ai musei o di personale di pulizia dei grandi alberghi il ritornello è lo stesso. Nei settori contrattualizzati, le paghe orarie sono da miseria ed è necessario ricorrere allo straordinario a iosa per raggiungere retribuzioni intorno al migliaio di euro. Per non parlare del settore agricolo dove lo sfruttamento ha anche il volto della criminalità organizzata. È possibile che tutto questo debba essere affrontato dalla magistratura e mai da serie ed efficaci iniziative politiche? E ancora: è possibile che la Repubblica fondata sul lavoro non riesca a darsi una legge sulla rappresentanza sindacale, per evitare sindacati di comodo, e un salario minimo, come altri Paesi europei? «Lo sfruttamento – scrive ancora Tito Boeri – non è un incidente, ma un fenomeno esteso e suggerisce che solo un cambiamento nelle regole, nei controlli e nelle nostre scelte di consumo, può interrompere la catena». Insomma, se si vuole è possibile combatterlo. Per questo Sfruttamento made in Italy, è un libro importante.

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