Rebuilding – Come l’acqua per il fuoco
Il film diretto da Max Walker-Silverman, già presentato ad Alice in città a Roma nel 2025, disegna un’altra America. Quella della provincia, delle vaste pianure del Colorado dove Dustin ha perso il ranch a causa di un incendio ed anche la moglie. Gli rimane solo la figlia piccola Collie Rose. È un uomo ancora giovane, triste, sfiduciato, solitario: vive in un camper tra altre persone che come lui hanno perduto tutto. Dustin ama ancora l’ex moglie che ora sta con un altro, si erano conosciuti da bambini, sposati e poi, chissà perchè, lasciati.
L’uomo non sa cosa fare: andare in Montana dove vive una cugina e lavorare nel suo ranch? Lui ama la terra, le mucche, i cavalli, non ce la fa a fare l’operaio, si sente fuori posto. Vive sospeso, malinconico.
La piccola che la madre gli affida qualche volta è la sola che lo smuove, con l’innocente vitalità, gli toglie l’aria rannuvolata, gli si affeziona. Al contrario, gli amici gli ricordano che quella terra inaridita rifiorirà forse fra dieci anni. E intanto che fare? Andarsene? La piccola lo adora, vuole stare con lui.
La bellezza poetica della fotografia che colora cieli, notti, aurore e paesaggi infiniti fra i dialoghi essenziali getta un cono di speranza anche su Dustin, meravigliosamente interpretato da Josh O’Connor, che parla con gli occhi, il sorriso scarno, l’andatura affaticata in quella provincia lontana dal potere, dalla politica e che vive l’amore e il dolore per la propria terra.
La morte della suocera scuote la famiglia: la vecchia signora desidera essere sepolta in quella landa bruciata. La piccola chiede a Dustin: «Adesso dove sarà la nonna?». E lui: «Non lo so. Mia nonna diceva che dopo la morte noi ci rinnoviamo magari negli alberi». E la piccola: «E gli alberi quando muoiono»?. E lui: «Forse anche loro rinascono in altri alberi». La morte è triste, la dimensione spirituale è assente o incerta.
Eppure, un piccolo ramo sta sbocciando da un tronco arso. Ma Dustin è affranto: ci sarà speranza? È la piccola a consolarlo, a dargli la forza di riprendere i rapporti con tutti, di scegliere con gli altri del camper una vita nuova. C’è sempre tempo, nonostante tutto e tutti, alla fine per ricominciare.
Tutto ciò il film lo dice con una delicatezza impressionante, un tatto unico, raro nel cinema americano, lontanissimo dai blockbuster che incitano alla guerra come una normalità per l’uomo (vedi Master of the universe e simili).
Dustin invece non è in guerra con nessuno, cerca una luce. Al personaggio, come già detto sopra, dà anima e corpo in quest’atmosfera crepuscolare, con vera umanità, Josh O’Connor che “buca” lo schermo letteralmente. Accanto a lui la piccola Lilyl Tore, ed Amy Madigan, l’ex moglie. Diretto con commozione autentica e densità di sentimento vero. Da non perdere.
Anteprima: Don’t let the sun (in uscita il 21 giugno)
La regista svizzera Jacqueline Zund propone provocatoriamente questo film che ci trasporta in un mondo non troppo lontano, in cui il riscaldamento globale è tale da costringere la gente a vivere di notte, perché di giorno è impossibile, e per di più in città di fatto sotterranee o quasi.
Jonah è un uomo giovane che lavora per una agenzia specializzata nel fornire “relazioni su richiesta”. Lo vediamo presso due anziani che lo fanno mangiare come il figlio perduto: l’uomo non resiste alla commozione, la madre rimane gelida, perché il gelo della non-vita è sceso ormai in lei. C’è un vuoto emotivo terribile in una società ormai incapace di sostenere legami autentici fra le persone, tutti i rapporti anche amorosi sono simulati, nulla è vero, o come dovrebbe essere naturalmente. La socialità è morta. Anche Jonah è solo, meccanico.
Al giovane un giorno viene chiesto da una donna di fare da padre a Nika, una ragazzina frutto della inseminazione artificiale che quindi non sa chi sia il suo padre biologico, come del resto accade anche al giovane. La ragazzina è diffidente perché “sente” che lui fa solo il suo lavoro ed egli cerca di essere gentile e premuroso, ma non è un sentimento vero: è il suo lavoro,di uomo-robot gentile.
Tuttavia, succede qualcosa di nuovo. Lentamente l’uomo sente affiorare in sé il sentimento della paternità, quando la ragazzina scompare e lui fatica a ritrovarla. È sconvolto: piange, soffre, si isola. Succede che Nika si ammala: lui non la vuol vedere. Ha paura del suo sentimento, dell’umanità che gli sorge dentro. Sparisce. Qualcosa gli si è rotto dentro. La madre di Nika lo trova, compie un gesto ormai raro, gli accarezza i capelli. Jonah poi farà lo stesso con un gufo, che non è più il simbolo della morte.
Ionah però non resiste: si espone al sole per morire, ma qualcuno lo salva in quella città vuota e morta. Nika lo aspetta, lo abbraccia. Si può ricominciare?
Forte, dolente, inquieto sul senso della vita, il film, recitato splendidamente dall’attore Levan Gelbakhiani, affronta il bisogno di rinnovare le relazioni umane, di reagire al vuoto dei sentimenti in cui rischiamo di sprofondare sempre più, ciascuno da solo. Bellissime le interpretazioni del cast in quella luce gelida e quel sole dominante sul mondo che però non impediscono di ammirare la volta stellata, come una consolazione, una speranza e di riaccendere alla fine l’amore nelle persone per non farle diventare prive di umanità.
