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Cultura > Anniversari

Il “sogno” di Gaudí: la bellezza come responsabilità

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Mercoledì 10 giugno, nel centenario della morte di Antoni Gaudí, papa Leone XIV visiterà a Barcellona la Sagrada Família per inaugurare la Torre di Gesù Cristo, la più alta struttura della basilica eretta dal geniale architetto catalano

Veduta della Torre di Gesù della Sagrada Família a Barcellona, alla vigilia della visita di papa Leone XIV. Il pontefice è in Spagna per una visita ufficiale dal 6 al 12 giugno, con tappe a Madrid, Barcellona e nelle Isole Canarie. Credit: ANSA/EPA/QUIQUE GARCIA.

Qualche anno fa ho visto un documentario sulla Sagrada Família diverso dal solito. Niente commenti enfatici e petulanti, niente musiche invadenti e inadeguate. Silenzio. Solo il debole mormorio prodotto dallo stuolo di visitatori. Dopo i particolari esterni venivi accompagnato a esplorare con lentezza i meandri interni di questa meraviglia caratterizzata dall’invenzione degli archi parabolici che ha permesso di fare a meno dei massicci contrafforti esterni e degli archi rampanti tipici delle cattedrali gotiche tradizionali, realizzando interni molto più aperti, slanciati e luminosi. L’unione tra gli archi e le colonne inclinate ricrea poi l’effetto visivo di una foresta le cui colonne sembrano alberi che si ramificano verso le volte. Visitatore tra i visitatori senza essermi mosso da casa, ho potuto incontrare così, attraverso il suo capolavoro, Antoni Gaudí (1852-1926), di cui ricorre mercoledì prossimo il centenario della morte.

A chi gli domandava cosa si riprometteva di fare con questa opera commissionata da un’associazione cattolica guidata dal libraio e filantropo Josep Maria Bocabella, l’architetto catalano rispondeva semplicemente «un perfezionamento del gotico»: scelta di uno stile che ha dato all’Europa stupende cattedrali esprimenti l’anelito dell’uomo verso il divino con le loro torri e guglie lanciate verso il cielo. A differenza dei costruttori della torre di Babele, che presumendo di scalarlo, intendevano crearsi un nome tra le nazioni prescindendo però da Dio, il cristiano Gaudí ha creato nella fedeltà alla tradizione un’opera aperta alla modernità, sintesi tra gesto umano e mistero divino, la cui bellezza, che è via alla Verità, non cessa di attrarre milioni e milioni di visitatori da tutto il mondo.

Nell’ultimo tratto di vita, per continuare la grande fabbrica, Gaudí, che da tempo aveva rinunciato ai suoi compensi, andò elemosinando contributi: lui stesso povero in abiti logori, facendo un’esperienza interiore di tipo mistico, ormai conviveva con la propria creatura (si era ridotto ad abitare nel cantiere, in una stanzetta accanto al proprio ufficio). Lì, dopo i progetti iniziali che davano solo un’idea globale della futura basilica, elaborava instancabile quelli particolari: con genio e fantasia arricchiva, modificava, creava senza sapere dove sarebbe arrivato. Certo non presumeva di vederne la fine, se si considera che le antiche cattedrali sono state, di solito, il risultato di un lavorìo secolare.

Intanto, nata da un dialogo costante con la natura, prima e perfetta opera di Dio, la Sagrada Família era cresciuta come un organismo vivente, come una foresta di simboli che recava in ogni sua parte strutturale, artistica e perfino di arredo un messaggio: di più immediata evidenza per il credente, talvolta sconcertante per chi non lo era; ma sempre stimolante col suo rinvio ad una realtà diversa da quella che cade sotto i sensi. Estranei, invece, all’opera di Gaudí sono i significati esoterici insinuati da qualche autore dei nostri tempi per attirarsi lettori.

E a proposito di pubblicazioni, scritto da Armand Puig i Tàrrech ed edito da San Paolo, Antoni Gaudí. Vita e opera si propone quale “libro del centenario”: un testo documentato e illuminante che, facendo piazza pulita del mito e degli stereotipi, svela il percorso celato dietro il linguaggio artistico rivoluzionario dell’architetto, ricostruendone la biografia, la formazione e la straordinaria avventura spirituale che mostra la sua opera non come «il frutto di un estro isolato, ma il risultato di una lunga fedeltà. Fedeltà ad una terra, il Camp de Tarragona, con le sue luci, i suoi ritmi, la sua religiosità popolare. Fedeltà a una tradizione cristiana assorbita lentamente, interiorizzata, trasformata in linguaggio architettonico. Fedeltà a una visione del mondo nel quale la bellezza non è ornamento, ma responsabilità» (dalla prefazione del card. José Tolentino Mendonça).

Sulla sua tomba situata nella cripta della basilica, il 10 giugno, data della morte (venne investito da un tram, senza poter vedere compiuta la sua opera maestra), papa Leone XIV pellegrino apostolico in Spagna deporrà un omaggio floreale. Poi la benedizione e l’inaugurazione ufficiale della Torre di Gesù Cristo, l’ultima realizzata, alta metri 172,50 compresa la grande croce tridimensionale a quattro bracci; torre unita strutturalmente, attraverso una serie di ponti interni, a quella della Vergine Maria e alle quattro torri degli Evangelisti.

Oggi la Sagrada Família, questo sogno di Gaudí che più volte ha rischiato di rimanere tale a causa della mancanza di fondi, è un racconto ancora in divenire, che cerca di interpretare l’ispirazione del suo artefice, essendo i progetti autentici andati bruciati nel 1936; senza dimenticare l’apporto originale di scultori contemporanei come il catalano Josep Maria Subirachse e il giapponese Etsuro Sotoo, entrambi in simbiosi creativa con l’universo artistico di questo “monaco nel deserto della città” – una delle definizioni di Gaudì –, di cui è in corso la causa di beatificazione.

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