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Persona e famiglia > Era digitale

Dove stiamo andando? Adolescenti, scuola e connessione

di Gaia Bonafiglia

- Fonte: Città Nuova

Una riflessione personale a partire dai temi di alcuni studenti di terza media. Un racconto sull’estate di ieri e di oggi, tra smartphone, noia e relazioni

Due adolescenti al cellulare. Foto di Kaboompics da Pexels.

L’anno scolastico sta terminando e, come tutti gli anni, arriva il momento in cui fare un bilancio generale di quello che si è imparato, di quanto si è cresciuti insieme, e a che consapevolezze si è arrivati. C’è anche uno spazio in cui ci si chiede cosa succederà dopo l’ultimo giorno, quando le aule si svuoteranno e si troveranno altri spazi per vivere nuove esperienze.

Qualche giorno fa leggevo alcuni temi dei miei alunni di terza media, si trovano in un passaggio importante, la loro strada si apre a nuovi orizzonti e, ripensando alla mia esperienza, l’estate che separava le medie dalle superiori non era stata per niente male. Niente compiti, tanti amici, i primi giri in scooter, i primi amori, il mare, la piscina. Io vengo da un piccolo paese di campagna, ricordo che stavo fuori casa tutto il giorno, anche la mattina a volte ci incontravamo tra amici per fare colazione, poi il pomeriggio andavamo in piscina e la sera ci trovavamo in “piazzetta”. Tutto il giorno tutti i giorni insieme, e non ci annoiavamo mai.

Una delle tracce del tema di compito era, in parole povere, “Come passerai la tua estate?”. Non c’è da meravigliarsi che molti avessero preferito questa traccia alle Maschere di Pirandello, l’avrei scelta anche io probabilmente. Curiosa dei loro pensieri, ho iniziato a sfogliarli. Uno scriveva che quell’estate sarebbe stato finalmente libero e che, anche nei momenti di noia, avrebbe sempre saputo come occupare il tempo grazie al cellulare e alla possibilità di scrollare i contenuti sui social. Aggiungeva che i ragazzi di oggi erano più fortunati dei loro genitori e nonni, i quali, non avendo uno smartphone, quando si annoiavano dovevano osservare la natura o inventarsi dei giochi.

Mi sembrava già abbastanza doloroso ciò che avevo letto, ma il colpo di grazia non era ancora arrivato. Un altro ragazzo raccontava di essere felice perché quell’estate i suoi genitori gli avrebbero finalmente permesso di uscire da solo. Diceva che avrebbe trascorso il tempo con gli amici oppure andando a mangiare un gelato, ma confessava che l’attività preferita per divertirsi sarebbe stata restare a casa sul divano a guardare TikTok.

Nella mia mente, da quel momento, riecheggiavano soltanto due cose: “scrollare come antidoto alla noia” e “TikTok come forma migliore di divertimento”. Non riesco a trovare delle parole sufficientemente adatte a esprimere quanto dolore avessi provato in quel momento, come una pugnalata sul petto. Non mi sono però soffermata a pensare solo a loro, a guardarli dall’alto, come se io fossi diversa. Infatti, il punto sta proprio qui, ho iniziato visualizzare il cellulare come presenza costante nella nostra quotidianità, come se in molte situazioni esistessimo in funzione di lui. Più restavo in quel pensiero, più tutto sembrava allontanarsi, con la mente che si staccava piano piano dalla realtà, fino a farmi entrare in una sorta di trance. Non riuscivo più a trovare i confini della mia identità e per un attimo ho avuto l’impulso di prendere il mio e scaraventarlo fuori dalla finestra.

Ricordo di una lezione all’università in cui un mio professore parlava della Teoria dei media formulata da Marshall McLuhan, la quale esponeva il concetto filosofico di estensione del corpo (protesi), come per esempio gli occhiali, considerati un prolungamento degli occhi. In quella lezione il professore utilizzò l’esempio del cellulare per attualizzare la teoria di McLuhan, definendolo un’estensione del nostro braccio, tanto che oggi perderlo sarebbe quasi come perdere una mano.

Di tutti gli oggetti citati dal professore, nessuno mi sembrava pericoloso come il cellulare. Grazie a lui siamo sottoposti a connessione costante, e non solo tramite i social media, ma nelle relazioni, nel lavoro. Ormai siamo sempre raggiungibili e disponibili, per tutto e per tutti, non esiste più domenica, non esiste più malattia, al massimo se stai male puoi aprire il pc e lavorare da casa, facendo quello che puoi. Se non ci si sente di uscire ci si può sempre aggiornare per messaggio, per videochiamate, non c’è più il piacere di attendere un incontro e raccontarsi le novità. Vado a dormire e mi sento connessa, vado al mare e mi sento connessa, esco con i miei amici e mi sento connessa. E, nel momento in cui mi arriva una richiesta di qualsiasi tipo, sento il dovere di dover giustificare il fatto che sto prendendo del tempo per me, per vivere.

Mi rattrista che la parola “connessione” venga usata per esprimere un concetto così distante da ciò che dovrebbe davvero significare. Il vocabolario Treccani la indica come “un’intima unione fra due o più cose”. Intanto, con la sensazione che la vita mi scivoli via tra le mani, mi chiedo chi racconterà com’era, quando l’ultima persona ad aver vissuto l’estate tra la terza media e la prima superiore senza il cellulare non ci sarà più.

Riproduzione riservata ©

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