I negoziatori di Teheran sono arrivati a Doha, in Qatar, per cercare di smuovere le trattative in vista di una ripresa dei colloqui pakistani previsti a inizio giugno. Il governo statunitense ondeggia fra l’incredibile ottimismo dell’accordo quasi fatto e la minaccia ossessiva di distruggere la Repubblica Islamica. Trump dice: «Non c’è fretta, il tempo è dalla nostra parte», anche se non si direbbe.
La delegazione iraniana a Doha comprende il ministro degli Esteri Baghaei, il capo-negoziatore Ghalibaf e il nuovo governatore della Banca Centrale di Teheran, Hemmati: l’obiettivo è trattare lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero, stimati in decine di miliardi di dollari. Baghaei ha detto che su molti temi si è arrivati ad una definizione, ma che questo «non significa che siamo vicini alla firma di un accordo». Il memorandum sul tavolo è composto da 14 punti: sulla fine della guerra e del blocco navale americano, ed offre garanzie iraniane sul transito sicuro nello Stretto di Hormuz.
Condizioni e temi che sfiorano soltanto il tema dell’uranio arricchito, che ossessiona Trump (e lo scomodo alleato Netanyahu). Un portavoce di Baghaei, citato dall’agenzia iraniana Isna, ironizza ricordando un famoso trattato del III secolo che venne spacciato per una vittoria da entrambe le parti: «I romani – racconta il portavoce – credevano che Roma fosse il centro del mondo, ma gli iraniani [all’epoca persiani, in realtà] infransero quest’illusione; la campagna di Filippo l’Arabo contro i Sasanidi si concluse con una pace alle condizioni di Sapore I, e Filippo fu costretto a fare i conti con la realtà». Per vincere, l’imperatore romano dovette versare al re persiano, a quanto pare, la non indifferente somma di 500 mila aurei.
Molto più attenti alle regole diplomatiche gli iraniani, che in tutta questa vicenda ormai cronicizzata si sono rifatti il look internazionale, atteggiandosi a vittime di un’aggressione e celando la realtà di un regime che per sopravvivere non esita a massacrare decine di migliaia di cittadini che protestano e a stabilire un nuovo record planetario di impiccagioni.
Trump, che in settimana ha chiesto per l’ennesima volta come condizione preliminare la rinuncia di Teheran all’uranio arricchito, ha ottenuto la secca negazione di Mojtaba Khamenei, che probabilmente ha preso accordi con Pechino e sta valutando come trasferire le preziose scorte in Cina. Nel suo solipsistico isolamento, invece, il presidente Usa disquisisce su Truth di soluzioni che sono fuori di ogni immaginazione: in un post parla della “polvere nucleare” che gli iraniani dovranno immediatamente consegnare, e che gli americani provvederebbero poi a portare negli Stati Uniti (sic!) per distruggerla. In alternativa, concede Trump, la “polvere” verrà distrutta in loco «con la Commissione per l’Energia Atomica, o suo equivalente, presente come testimone di questo processo e di questo evento».
Da notare che la Commissione alla quale Trump si riferisce non è l’Aiea (agenzia Onu) nè l’Agenzia Internazionale per l’energia (Iea), ma molto più “casarecciamente” una banale agenzia governativa statunitense. Cioè, secondo Trump, l’Iran dovrebbe accogliere direttamente nei suoi siti nucleari supersegreti e superprotetti tecnici e funzionari a stelle e strisce perché possano con comodo, usando impianti iraniani, distruggere le scorte di uranio arricchito. È evidente che il programma missilistico, le capacità nucleari e il controllo dello Stretto «non sono strumenti politici, bensì pilastri ideologici della sopravvivenza della Repubblica Islamica: rinunciarvi non è un compromesso, è una resa». E questo lo hanno detto papale-papale alla Reuters alcuni funzionari iraniani a metà maggio. D’altro canto, ciò che Trump sembra esigere dal regime iraniano non è altro che questo, una resa. Vuole trattare una resa, non un accordo.
Secondo l’Economist (21 maggio), Trump è anche «alla disperata ricerca di qualcosa che possa sbloccare la situazione di stallo, che ormai è diventata una caratteristica distintiva del conflitto. Inizialmente gli Stati Uniti pensavano che l’assassinio dei leader iraniani avrebbe costretto il regime alla resa. Poi hanno puntato su un blocco dei porti iraniani, entrato in vigore il 13 aprile e destinato a provocare il collasso economico nel giro di poche settimane. A maggio avevano riposto le speranze nella visita di Trump a Pechino […] Ad ogni svolta l’amministrazione pensava di poter trovare una soluzione miracolosa per porre fine alla guerra a condizioni favorevoli». Ciò non è avvenuto.
Intanto però le elezioni americane di midterm si avvicinano pericolosamente: il 3 novembre, fra 5 mesi. Per questo non è credibile quello che ha detto Trump: «Non c’è fretta, il tempo è dalla nostra parte». La fretta c’è, perché guerra, dazi ed “effetto Hormuz”, hanno fatto aumentare i prezzi, compresi quelli della benzina alla pompa, negli Usa, e peggiorato il tenore di vita degli americani. I sondaggisti parlano ormai di riconquista della Camera da parte dei democratici, e qualcuno di loro comincia a dire che tornare maggioranza al Senato è arduo ma non impossibile.
Oltre a cercare di riaprire Hormuz e tentare di fermare la disastrosa avventura bellica, intrapresa su istigazione di Netanyahu, Trump e il governo Usa le stanno tentando tutte per influire sull’esito del voto di novembre: per esempio ridisegnando i collegi elettorali in modo favorevole alla destra repubblicana. Soprattutto, però, Trump insiste con nuove regole per l’ammissione degli elettori ai seggi: chi vorrà votare dovrà dimostrare di essere americano. È il principio base del Save America Act, con cui Trump spera di manipolare decine di migliaia di voti in quanto non attribuibili con certezza a “veri” elettori americani.
Trump ha scritto su Truth Social Saturday il 16 maggio scorso: «Il Save America Act deve essere approvato, subito […] L’identificazione degli elettori e la prova di cittadinanza devono essere approvate, subito. Il voto per corrispondenza fraudolento deve essere fermato!!! […] Rendiamo l’America di nuovo grande!!!».
