Sulla copertina dei Cacciatori di mammut, romanzo degli anni ’30 amatissimo dai ragazzi che ha avuto anche in Italia continue ristampe, figura il nome di S.V. Pokrovskij. Potrebbe trattarsi tanto di un autore quanto di una autrice, come pure dello pseudonimo russo di qualche illustre scienziato vissuto ai tempi della Rivoluzione d’Ottobre o nel periodo successivo, che avrebbe preferito mantenere l’incognito per non finire i suoi giorni in un lager sovietico come tanti esponenti della cultura e della scienza poco inquadrati nella ideologia al potere. E a proposito di scrittori restii a rivelarsi, in attesa che venga sciolto – se mai avverrà – l’arcano di Pokrovskij, accontentiamoci di questa citazione dell’altrettanto enigmatico B. Traven, autore di romanzi di successo come Il tesoro della Sierra Madre e La nave morta: «Le persone creative non dovrebbero avere altra biografia all’infuori dei loro lavori».
Per tornare ai Cacciatori di mammut, di cui qui si considera un’edizione Giunti Marzocco per la scuola media, corredata da disegni che riproducono pitture e incisioni rupestri o di utensili appartenenti alla stessa epoca in cui si svolge l’azione del romanzo, va detto che autrice degli stessi è l’antropologa Franca Minellono. A lei si deve anche la prefazione, con la precisazione iniziale che il misterioso Pokrovskij «doveva avere nozioni piuttosto approfondite in materia, se i dati scientifici che ci propone durante il suo racconto sono ancora oggi accettabili».
Quanto alla trama, «la storia – prosegue la studiosa – è imperniata sulle vicende di due tribù vicine e amiche e soprattutto su quelle di alcuni membri di esse, che seguiamo nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, nelle fatiche della caccia, nelle paure, danze, riti magico-religiosi. La storia delle Volpi Rosse e delle Volpi d’Argento è immaginata in un periodo non chiaramente precisato del Paleolitico superiore, ma che possiamo considerare intorno a 20 mila anni fa e si svolge in una zona dell’Europa centrale, quando enormi distese di ghiacci ricoprivano gran parte dell’area nordica del nostro Continente e le Alpi. La fauna che incontriamo è ora estinta, come ad esempio il mammut e il rinoceronte lanoso o emigrata più a nord, come le renne e l’orso.
Gli uomini vivevano in caverne, capanne interrate o tende di pelli ed erano esclusivamente cacciatori e raccoglitori. Armi ed utensili erano in prevalenza di pietra e d’osso, oppure di materiali deperibili come legno o cuoio. Nella lavorazione di questi materiali essi erano dei maestri e sapevano creare anche oggetti così raffinati da essere delle vere opere d’arte. A quei tempi non erano ancora note né l’arte della ceramica, né quella dei metalli. Le popolazioni, nomadi o seminomadi, seguivano gli spostamenti dei branchi di selvaggina; non avevano ancora addomesticato animali, né conoscevano l’agricoltura, cosa che avverrà solo molto più tardi, nel Neolitico. In quel periodo il senso religioso doveva essere molto forte e le pratiche di magia erano senza dubbio considerate di grande importanza, come sembrano testimoniare le splendide raffigurazioni legate alla caccia che ornano le pareti delle caverne preistoriche. Il culto dei morti era già in uso e ci ha lasciato sepolture con ricchi corredi funebri di armi, utensili e monili».
Scritto quasi un secolo fa, quando i film della serie Jurassic Park erano ancora di là da venire con le meraviglie da brivido della computer grafica, il romanzo – tra cacce alle renne e ai colossali mammut, emigrazioni per sfuggire alla vendetta di un crudele stregone e gli splendori ancora incontaminati di foreste e ghiacciai – non ha perso nulla del suo smalto: appassiona e coinvolge tuttora il giovane lettore (e non solo) col racconto avventuroso di un “mondo perduto” che Pokrovskij ha saputo evocare, fornendo una immagine plausibile della dura quotidianità, delle credenze, dei riti funerari e delle abilità dei nostri antenati.
Ne è un esempio l’episodio qui riportato, che vede all’opera un cacciatore della tribù delle Volpi Argentate:
«Tupu-Tupu non lavorava come gli altri. Egli era un maestro ed aveva per il suo lavoro un amore da artista. A lui piaceva la magica arte di tramutare un rozzo pezzo di selce in una lama ben aguzza. Tupu-Tupu provava una gioia fanciullesca quando, per un colpo forte, la selce sprigionava sotto le sue dita una scintilla azzurrognola. I suoi occhi brillavano. Pareva che il fuoco suscitato dal corpo della pietra gli entrasse negli occhi e dagli occhi nel cuore. Nessuno sapeva staccare con tanta precisione il pezzetto necessario dal blocco di selce. Nessuno sapeva con uguale abilità, battendo a tutta forza, staccare dal blocco rozzo quel tanto che doveva essere staccato. L’ultimo ritocco era la parte più difficile e rischiosa del lavoro. Con un colpo sbagliato si poteva rovinare tutto: rompere, sfregiare, ridurre in nulla l’opera d’arte ottenuta con così lunga fatica. In migliaia di anni gli uomini avevano perfezionato l’arte di lavorare la pietra, migliaia di anni c’erano voluti perché i fabbri imparassero il loro mestiere. Perfezionando i suoi strumenti di selce, l’uomo migliorava sé stesso. I suoi movimenti si facevano più esatti, la vista diventava più acuta, lo sguardo più attento, il carattere più deciso. Il duro lavoro con le pietre trasformava lo stesso artefice. Il lavoro lo rendeva più forte e più intelligente e sempre più lo differenziava dalla cupa figura dell’essere che era stato il suo avo».
