La notizia di oggi è che l’Italia risulta ultima in Europa per crescita del PIL. Non è un incidente temporaneo, ma il sintomo di un problema strutturale: da anni il Paese cresce troppo poco, investe poco e manca di una strategia industriale capace di mobilitare risorse private verso obiettivi produttivi di lungo periodo. Il recente aumento del prezzo del petrolio ha reso ancora più evidente la fragilità dell’economia italiana.
Si parla continuamente di crescita, innovazione e transizione energetica, ma raramente vengono proposte misure con un impatto economico reale. La proposta è semplice: una legge che obblighi chiunque voglia vendere o affittare un immobile a portarlo entro due anni almeno in classe energetica C, che è quella più richiesta sul mercato e che offre una buona probabilità che l’investimento necessario verrà ripagato in pochi anni dal risparmio nei consumi; lo stesso obbligo esteso entro dieci anni a tutti gli immobili dei comuni sopra i 10.000 abitanti.
Una legge che non propone, ma vincola. I proprietari potranno adeguarsi spontaneamente secondo scadenze progressive. Tuttavia, qualora in un determinato territorio il numero di interventi programmati risultasse insufficiente rispetto agli obiettivi annuali di riduzione dei consumi energetici, le autorità locali potranno imporre l’avvio prioritario degli interventi sugli immobili con maggiore impatto ambientale e peggiori prestazioni energetiche.
Lo Stato non dovrebbe prestare direttamente il denaro ai cittadini: questo ruolo può essere svolto meglio dal sistema bancario privato. Il ruolo pubblico dovrebbe invece essere quello di garante.
Lo Stato garantirebbe i prestiti da restituire in dieci anni per interventi di efficientamento energetico entro il limite dei risparmi energetici certificati e prevedibilmente recuperabili in pari periodo. In questo modo il finanziamento resterebbe collegato al reale beneficio economico prodotto dall’intervento e non al costo dei lavori.
Gli interventi di efficientamento energetico — isolamento termico, serramenti, pompe di calore, fotovoltaico — producono infatti nel tempo un risparmio economico relativamente prevedibile grazie alla riduzione dei consumi. In molti casi questi risparmi possono coprire una parte importante della rata del finanziamento.
Le banche però percepiscono ancora questo tipo di prestiti come relativamente rischiosi, soprattutto quando la durata è lunga. Qui può intervenire lo Stato attraverso una garanzia pubblica parziale che riduca il rischio e quindi il costo del capitale.
La differenza rispetto ai vecchi bonus edilizi è radicale. Lo Stato non regala denaro e non crea trasferimenti a fondo perduto. Le banche anticipano il capitale necessario per la riqualificazione energetica; il proprietario restituisce il finanziamento nel tempo grazie ai minori costi energetici e all’aumento di valore dell’immobile.
Per evitare gli errori del passato, il sistema dovrebbe essere costruito con criteri rigorosi. Le banche dovrebbero mantenere una quota significativa del rischio, evitando che ogni perdita venga scaricata sul contribuente. Gli interventi finanziabili dovrebbero inoltre essere limitati a opere con un ritorno energetico verificabile e certificato.
Un elemento innovativo potrebbe essere il coinvolgimento dell’Agenzia delle Entrate nella fase di recupero degli insoluti. In caso di mancato pagamento protratto nel tempo, il debito residuo garantito potrebbe essere trasformato in una obbligazione tributaria rateizzata. Non significherebbe nazionalizzare il credito privato, ma utilizzare la capacità di riscossione fiscale dello Stato per ridurre il rischio complessivo del sistema.
In Italia il patrimonio abitativo supera i 35 milioni di unità. Considerando i comuni sopra i 10.000 abitanti, il programma potrebbe riguardare realisticamente 18–20 milioni di abitazioni. Con un costo medio di riqualificazione energetica tra 40.000 e 50.000 euro per abitazione, l’investimento complessivo si collocherebbe tra 720 e 1.000 miliardi di euro. Distribuito su dieci anni significherebbe 72–100 miliardi annui, pari al 3,5–5% del PIL italiano.
L’effetto sull’economia sarebbe strutturale: edilizia, impiantistica, materiali isolanti, serramenti, pompe di calore, fotovoltaico, progettazione e certificazione energetica avrebbero una domanda stabile per un decennio. L’impatto occupazionale potrebbe sostenere tra 600.000 e 1.200.000 posti di lavoro l’anno lungo l’intera filiera.
Sul fronte del debito pubblico, una garanzia statale non equivale a una spesa immediata dell’intero importo finanziato: il costo reale dipende dal rischio effettivo di insolvenza e non dal valore nominale totale dei prestiti garantiti. Si tratterebbe quindi di “debito buono”: investimenti capaci di aumentare la produttività, ridurre le importazioni energetiche e attivare capitale privato senza creare trasferimenti permanenti.
È una misura politicamente impegnativa, perché richiede ai cittadini uno sforzo concreto. Ma la storia dimostra che i veri statisti non evitano le scelte difficili: le spiegano, le guidano e si assumono la responsabilità di attuarle.
