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Italia > Società

Da Acerra la resistenza all’economia che uccide

di Antonio Maria Mira

- Fonte: Città Nuova

Dalla vista di Leone XIV il riconoscimento di “un “esercito” di pace” che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità.

Ad Acerra con i familiari delle vittime dell’inquinamento nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”,ANSA / CIRO FUSCO

La “Terra dei fuochi”, è «un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale».

Parole dure e drammatiche di Papa Leone XIV nella sua visita ad Acerra, nel cuore del territorio tra le province di Napoli e Caserta, ben 90 comuni, devastato da scarichi e roghi di rifiuti.

Ma Prevost va oltre, analizza i motivi del disastro ambientale, qui e altrove. E afferma che è necessaria «un’economia meno individualistica, un sistema meno consumistico. Quanti rifiuti, quanto spreco, quanti veleni sono venuti da un modello di crescita che ci ha come stregato, lasciandoci più malati e più poveri. Impariamo allora a essere ricchi diversamente: più attenti alle relazioni, più tesi a valorizzare il bene comune, più affezionati al territorio, più grati nell’accogliere e integrare chi viene a vivere con noi».

Temi “globali”, non solo locali.  Papa Leone ricorda papa Francesco che nell’Enciclica Ludato si’, pubblicata il 24 maggio 2015, invitava “una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico”.  Un paradigma che, avverte Prevost, «si presenta ancora oggi come vincente: è all’origine del moltiplicarsi dei conflitti, dietro ai quali c’è la corsa all’accaparramento delle risorse; lo vediamo resistere ogni volta che chi ha responsabilità politiche e istituzionali è troppo debole verso chi è forte; lo ritroviamo attivo in uno sviluppo tecnologico che mira ai vertiginosi profitti di pochi ed è cieco davanti alle persone, al loro lavoro e al loro futuro».

Parla al mondo papa Leone dopo essersi abbassato nel dolore di questa terra incontrando in cattedrale 300 mamme dei piccoli vittime del disastro ambientale. «Sono venuto anzitutto a raccogliere le lacrime di chi ha perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale procurato da persone e organizzazioni senza scrupoli, che per troppo tempo hanno potuto agire impunemente». Ma il suo non è solo un piangere, un compatire.

Nella grande piazza Calipari, davanti a più di 15mila persone, fa un’analisi delle responsabilità, quella vere, non quelle caricate sugli ultimi, i più fragili. Come le comunità rom. «Il nome “terra dei fuochi” rinvia ai roghi accesi ai margini delle città, talvolta da minoranze respinte ed emarginate di fratelli e sorelle di cui pochi hanno conoscenza e stima. L’emarginazione produce sempre insicurezza: la via in salita è contrastare l’emarginazione, non gli emarginati, è rompere l’intera catena, non colpire solo l’ultimo anello». Parole che a qualche politico non piaceranno.

Così come il ringraziamento «a “quei “pionieri” che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento: penso in particolari ai membri delle associazioni ambientaliste”. Associazioni che, non va dimenticato, per troppo tempo sono state viste con sospetto anche dalla Chiesa.

Ma ora, insiste Leone, serve “un nuovo patto” che «non soltanto contrasterà e scardinerà le alleanze criminali, ma positivamente collegherà e moltiplicherà le migliori forze e le grandi idee che già sono nei vostri cuori».

Serve, dunque, “un “esercito” di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità. Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva e riscalda, il fuoco dello Spirito che accende i cuori e le

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