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Mondo > Guerra e pace

Ricordando la Nakba che continua 78 anni dopo

di Daniela Bezzi

- Fonte: Città Nuova

Il 15 maggio si terrà la 7ma edizione della Nakba Ceremony. I Combattenti per la Pace commemoreranno in maniera congiunta la data che segnò l’inizio della catastrofe per i 750.000 palestinesi costretti alla fuga e per gli stessi israeliani

Palestinesi partecipano a una manifestazione per commemorare il 78esimo anniversario del giorno della Nakba nella città di Ramallah, in Cisgiordania, il 12 maggio 2026. Il “Giorno della Catastrofe” ricorda il loro esodo forzato in seguito alla Dichiarazione di Indipendenza israeliana del 1948. Foto: EPA/ALAA BADARNEH via Ansa

Quando 20 anni fa quel primo nucleo di ex combattenti israeliani e palestinesi decisero che era venuto il momento di uscire allo scoperto come movimento, dichiarandosi appunto Combattenti per la Pace, la prima cosa che fecero fu appropriarsi della data più convintamente patriottica del calendario israeliano, per sovvertirne radicalmente il significato.

E fu così che il giorno dello Yom Hazikaron, che Israele aveva da sempre dedicato alla solenne commemorazione dei caduti nelle tante guerre della sua bellicosa storia, diventò per i Combattenti per la Pace l’occasione per commemorare l’inaccettabile numero di vite sacrificate su entrambi i fronti del conflitto: le vittime palestinesi ricordate dai loro cari con la stessa commozione riservata ai morti israeliani. Fu proprio quella scelta, di rispecchiamento nel dolore e pari dignità come esseri umani, ad inaugurare la storia di questo movimento unico al mondo, per il fatto di vedere impegnati in un progetto di possibile riconciliazione i protagonisti di un conflitto ancora in corso.

Tuttavia, per affrontare il capitolo spinosissimo della Nakba, la “catastrofe” per i palestinesi, ci volle del tempo, come ci è stato recentemente raccontato nel corso di un bel webinar trasmesso dagli stessi CfPeace. «Era il 2018 e quindi era già un bel po’ che ci trovavamo a lavorare sui più diversi temi, in particolare su come essere d’aiuto alle situazioni sempre più prese d’assalto dai coloni», ha rievocato Jamil Qassas, discendente di una famiglia che con la Nakba ha perso tutto ciò che aveva, cresciuto infatti in un campo profughi. «Un certo giorno eravamo tutti in cerchio, con l’obiettivo di mappare la dilagante occupazione, e quindi ricostruire quella storia che io conoscevo così bene, perché era la storia della mia famiglia. E che invece per i miei compagni israeliana era tutt’altra: per loro l’occupazione era cominciata con la dichiarazione d’indipendenza di Israele, nel 1967. Fui proprio io a dire: questa data non rappresenta la mia storia, come fate a cancellare tutto quello che è successo prima, il forzato esodo dalle nostre terre nel 1948? E la negazione del diritto al ritorno, nonostante esista una risoluzione dell’Onu, la 194, che lo sancisce, in quanto diritto fondamentale per i profughi! E lo devo dire: non fu facile. Nonostante fossimo ormai insieme da un bel po’, ci furono non poche resistenze da parte dei nostri compagni israeliani: alcuni proprio non ne volevano sapere… Ma perché appunto: non sapevano. Su questa storia della Nakba ancora oggi in Israele regna la più totale rimozione».

Perciò la commemorazione che ancora una volta quest’anno, il 15 maggio, i Combattenti per la Pace riproporranno in forma congiunta, sarà importante. Palestinesi e israeliani insieme, nel ricordo di quel momento cruciale che 78 anni fa segnò l’inizio della catastrofe per l’intera regione: per i 750.000 palestinesi (su una popolazione che a quell’epoca non arrivava a due milioni) costretti alla fuga dalle loro case, terre, piccoli possedimenti sparsi tra centinaia di villaggi; e per gli stessi israeliani che ancora oggi in quella data festeggiano l’indipendenza, a che prezzo!

Una data, 15 maggio 1948, che la diaspora palestinese cominciò a commemorare sin dagli anni immediatamente successivi, mentre per gli israeliani continua a rimanere appunto il grande non detto, argomento tabù. Ignorato dai libri di storia, tacitato dai media e nel discorso pubblico, arrivando persino a decretare il ritiro di fondi a quelle (rarissime) istituzioni, per esempio archivi, che osino ravvivare il ricordo di quell’escalation di violenza, che per il popolo palestinese rappresentò l’inizio del processo di pulizia etnica che è ormai diventato genocidio, morte per fame, divorati dai topi in campi ridotti a discariche.

Per tutti questi motivi questa 7ma edizione della Nakba Ceremony che anche quest’anno i Combattenti per la Pace si troveranno a ospitare nella loro sede di Beit Jala, sarà importante. Importante come proposta di confronto, tra palestinesi e israeliani, rispetto a uno snodo della storia così rimosso e tuttora problematico. Importante come pubblica assunzione di responsabilità da parte di quella porzione di società israeliana che, seppur minoritaria, si sta mettendo in discussione, e nei più diversi modi (individualmente oppure in forme organizzate) si sta impegnando con iniziative che saranno fondamentali, in vista di quella riconciliazione sempre più invocata da entrambi i fronti del conflitto. E importante per il tema: Sumud in Humanity, Resistenza in quanto Esseri Umani, in un momento come questo, in cui non passa giorno che la cronaca non registri qualche ennesimo allucinante episodio di violenza da parte dei coloni sempre più aggressivi, con la connivenza dell’esercito.

Luoghi come Susya, Umm al-Khair, Bardala, Khalet al-Daba’a, e tanti altri villaggi, teatri di continue demolizioni, incendi dolosi, incursioni notturne, aggressioni inguardabili contro donne e bambini, morti e feriti (una ventina quest’ultimo weekend) per il solo fatto di trovarsi nella “Zona di tiro 918”: solo poco tempo fa sarebbero stati considerati la “normale amministrazione” di uno stato di occupazione ormai dato per scontato, pertinenza delle autorità locali. Da qualche tempo non è più così, o almeno non per tutti. Sono sempre più frequenti e molto ben documentate sui social le iniziative di “Presenza Protettiva” che vedono impegnati attivisti israeliani, in coordinamento con i compagni palestinesi impegnati nella difesa dei villaggi più a rischio in Cisgiordania. E spesso le spedizioni si svolgono in un clima di tale violenza da fare (almeno un po’, finalmente) notizia anche sui media israeliani. Ed ecco che solo qualche giorno fa, 8 maggio, c’è stata una vera e propria carovana, con parecchi bus adibiti al trasporto di israeliani aderenti a varie organizzazioni pacifiste, che hanno inscenato la più robusta protesta contro la Nakba che continua. Manifestazione regolarmente dispersa dalle forze dell’ordine, ma ulteriormente importante se pensiamo che quest’anno qualsiasi iniziativa palestinese in ricordo della “Nakba che fu”, verrà vietata per motivi di ordine pubblico!

Un’ulteriore ragione per aderire quindi alla proposta congiunta dei Combattenti per la Pace, che anche quest’anno verrà trasmessa in streaming in tutto il mondo: per registrarsi ecco il link, quando saranno le 19 per l’Italia, e sono previste anche pubbliche proiezioni a Roma e ad Agnani (info e aggiornamenti alla pagina Combattenti per la Pace Italia su Facebook).

Oltre alle testimonianze dei discendenti delle famiglie palestinesi colpite dalla Nakba, il programma prevede anche quest’anno interventi degli israeliani Tuli Flint (psicologo al lavoro sui tanti casi di trauma tra i reduci israeliani), dell’attivista Tair Kaminer (ex obiettore di coscienza con oltre 155 giorni di detenzione) insieme a Noga Kaplan Yishai (affiliata a Women Sit In) e dell’avv. Michael Sfard (attivissimo sul fronte dei diritti umani, difensore di parecchie cause palestinesi).

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