«Ogni barca che affonda è frutto di una decisione presa dietro una scrivania», Fernazeh Maleki, una delle sopravvissute della strage di Cutro.
A parlare cin tale chiarezza è una delle testimoni del processo Cutro, il processo che si sta svolgendo in tribunale a Crotone, che dovrà ricostruire i fatti accaduti e accertare le responsabilità sul naufragio del febbraio 2023 che vide morire sulla spiaggia di Steccato di Cutro 94 persone (e tra loro 35 bambini), mentre il numero dei dispersi, cioè delle altre vittime non identificate né ritrovate, è rimasto e rimarrà imprecisato.
Gli imputati per omicidio e naufragio colposo sono 6: 4 militari della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera. Ferzaneh parla davanti alle telecamere rimaste all’esterno del tribunale di Crotone. All’interno le telecamere non sono state ammesse tranne che per una breve apparizione nella prima udienza. La decisione del giudice lascia tutti perplessi, anche perché anche le vittime e le parti civili avevano dato il loro consenso e non avevano espresso alcuna perplessità.
Le telecamere dei giornalisti non possono entrare. Nonostante il processo sia pubblico, il tribunale ha deciso che le udienze non potranno essere documentate con telecamere e microfoni. Gli avvocati difensori degli imputati o coloro che rappresentano le vittime o i parenti avevano dato il loro assenso, o meglio avevano preannunciato che lo avrebbero dato se fosse stato richiesto. Peraltro, la maggior parte delle vittime non vive in Italia, moltissimi sono tornati in Afghanistan o si sono spostati in altri paesi, come la Germania o gli Stati uniti. Nell’ultima udienza tre parenti delle vittime non sono arrivati dalla Germania perché l’areo non era partito a causa della crisi del carburante.
Ma il presidente del collegio giudicante, Alfonso Scibona, ha vietato le telecamere. Ha spiegato ai microfoni di report che il provvedimento è stato assunto per “garantire sicurezza e tranquillità”. Il processo, dunque, si svolge al buio e l’effetto è che la maggiori parte delle testate giornalistiche ne hanno abbandonato la narrazione, gli inviati sono andati via. Ciò che avviene nell’aula del tribunale è inaccessibile a tutti, sono vietati anche i registratori. È rimasta fuori anche Radio Radicale. Nelle prossime udienze è prevista la testimonianza di importanti esponenti del governo italiano, come Matteo Salvini o Matteo Piantedosi. Ma anche la loro voce non sarà ascoltata all’esterno. Il diritto di cronaca stavolta non sarà garantito.
Le narrazioni dei testimoni sono univoche. Non c’era nessuna imbarcazione e nessun tentativo di salvataggio quando l’imbarcazione con i naufraghi a bordo si è schiantata a Steccato di Cutro. I primi soccorsi sono arrivati dai pescatori che hanno tirato su decine di corpi ormai senza vita, ma anche tanti sopravvissuti. Poi sono arrivati i carabinieri. I racconti avvengono anche all’esterno, ma nessuno può documentare con esattezza cosa accade in aula né cosa accadrà. In Italia, una scelta che non era mai stata assunta, tranne che per le udienze in cui c’era la necessità di tutelare delle persone. Tutti ricordiamo le immagini dei pentiti di mafia, il cui volto non venne mai ripreso, ma la cui voce risuonò chiara all’interno dell’aula bunker dell’Ucciardone per il maxiprocesso del 1994 a Palermo. A Crotone, invece, si è ritenuto ci fosse un pericolo superiore a quello della mafia.
«Chiediamo alle autorità di rispondere delle proprie azioni: perché i soccorsi non sono arrivati?» chiede una delle testimoni all’esterno del tribunale. Una domanda che da più di due anni risuona nella coscienza di tutti noi: qualcuno forse risponderà in aula, ma nessuno di noi potrà ascoltare la sua voce. Il giudice Scibona ha ribadito a Report: «no alle telecamere in aula». Il diritto di cronaca giudiziaria per i giornalisti radio-televisivi non viene garantito. Non era mai accaduto con queste modalità in Italia. Ciò che arriva all’esterno sono le cronache della carta stampata e dei giornali on line: e ciò che è emerso finora suscita interrogativi. Mentre restano molti dubbi sui documenti di Frontex, ma anche sull’integrità dei dati audio realizzati durante la fase di indagine.
L’ammiraglio Salvatore Carannante, consulente della procura di Crotone, parla di emergenze sottovalutate. E resta un interrogativo a cui finora nessuno ha risposto: perché la Guardia Costiera non venne coinvolta nelle operazioni di salvataggio? La risposta probabilmente sta nei fatti: perché quella operazione venne considerata come un “contrasto all’immigrazione clandestina” e non – come sarebbe stato dovuto – come un’operazione di salvataggio di vite umane. «Anche se era un’operazione di polizia – ha detto Carannante in una delle udienze precedenti – la Finanza poteva chiedere la collaborazione della Capitaneria, che aveva i mezzi per portare a termine l’attività di law and enforcement, che sarebbe stata comunque coordinata dalla Guardia di Finanza».
Perché queste scelte? Chi le ha compiute? Chi assunse le decisioni e sulla base di quali indicazioni? La presenza prevista dei ministri in aula potrà dare delle risposte. Sapremo cosa risponderanno, ma non ascolteremo mai la loro voce. Che non sarà registrata, né sarà mai conservata.
