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Italia > Costituzione

Articolo 11: il ripudio della guerra come scelta morale e universale

di Pasquale Pellegrini

- Fonte: Città Nuova

Pasquale Pellegrini

In occasione del 25 aprile, il principio costituzionale del ripudio della guerra richiama il rifiuto della violenza nato dalla Resistenza e fondato su valori universali di pace. Di fronte ai conflitti attuali, resta urgente educare alla convivenza e riconoscere nell’altro una risorsa per costruire un futuro senza guerre

Manifestazione contro la guerra, Milano 2025. ANSA/MATTEO CORNER

L’Italia ripudia la guerra, non la evita, non la respinge, ma la ripudia. I costituenti non hanno scelto un verbo a caso per descrivere l’atteggiamento della Repubblica nei confronti della guerra. Il ripudio, nel suo senso più profondo, è un rifiuto netto, consapevole, fortemente connotato di sdegno. L’idea dei costituenti era di eliminare la guerra dalle coscienze. Ripudiare, infatti, implica un atteggiamento di rottura totale con le dinamiche che hanno alimentato la storia, specie del XIX secolo. Nel ripudio c’è, insomma, il seme di una pace da costruire ogni giorno. «È vero – dice lo scrittore israeliano David Grossmanfare la guerra è più facile che fare la pace. Nella realtà in cui viviamo, la guerra si tratta solo di continuarla, mentre la pace costringe a processi psichici difficili ed elaborati, processi che popoli abituati quasi solo a combattere vivono come una minaccia. Noi israeliani ci rifiutiamo di capire che è finito il tempo in cui la nostra forza può determinare una realtà comoda solo per noi, per le nostre necessità e per i nostri interessi».

Senza l’altro, pare suggerire Grossman, senza il volto rivolto verso l’altro, come avrebbe detto il vescovo don Tonino Bello, il ripudio della guerra perde la sua forza morale, il suo slancio profetico, il colore e il profumo di una umanità pronta al bene di tutti. «Il cammino verso una migliore convivenza chiede sempre di riconoscere la possibilità che l’altro apporti una prospettiva legittima», ha detto papa Francesco nella “Fratelli tutti”. «L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé, promessa che lascia sempre uno spiraglio di speranza». Vale per le relazioni umane come per quelle tra gli Stati e persino per l’ordine internazionale. «Esso – scriveva nel lontano 1938 don Luigi Sturzo – non può poggiare sull’immoralità elevata a principio quale sarebbe se si ammettesse che la politica internazionale non ha né caratteri né limiti morali. Quando si approvano le aggressioni, si lodano le guerre riuscite anche se ingiuste, si accettano le violazioni dei trattati, si difendono i bombardamenti aerei contro le città e i villaggi indifesi e fuori della zona di guerra, o comunque fatti per terrorizzare le popolazioni civili e non i combattenti; quando si irride a tutti gli sforzi fatti o da fare per costruire una comunità degli Stati; quando si basa la società sulla forza, sul dominio di razza, sulla oppressione delle minoranze, dei dissidenti, dei deboli, allora non si gettano le basi di un vero ordine internazionale, non si potrà mai ottenere la pace».

Sudario con i nomi dei bambini palestinesi uccisi esposto alla manifestazione “Non dimenticare un solo nome”, Roma, 10 aprile 2026.
Credit: ANSA/Massimo Percossi.

Questo è oggi Gaza, il Libano, l’Iran, la protervia continua ed esasperante di chi pensa che pace sia una pausa tra una guerra e l’altra. «Solo un folle può sperare di dedurre beneficio da una strage», scriveva Igino Giordani, giornalista di rara schiettezza e coraggio quando tutti gli altri erano inclini al regime. «Il male produce il male, il fine non giustifica i mezzi. Il fine può essere la giustizia, la libertà, l’onore, il pane: ma i mezzi producono tale distruzione di pane, d’onore, di libertà e di giustizia, oltre che di vite umane innocenti che annullano tragicamente il fine stesso propostosi». È chiaro, allora, che il ripudio della guerra è una dimensione morale totalizzante. Non c’è guerra giusta, come non c’è pace frammentata. «Non c’è la pace dei preti e la pace dei laici. Non c’è la pace di destra o la pace di sinistra. Non c’è la pace dell’Est o la pace dell’Ovest. La pace è un valore indivisibile − diceva don Tonino −, non va lottizzata, non va parcellizzata, non va spezzettata. Nessuno può godere la pace quando in un posto della terra c’è un conflitto, c’è una guerra».

Ripudiare la guerra, allora, è porsi nel vento di un nuovo mondo. Benché piccola tra le nazioni, l’Italia con l’articolo 11 della Costituzione ha saputo sfidare i potenti della terra sul terreno unico dei valori umani universali. Mario d’Amore, presidente diocesano della Gioventù di Azione cattolica di Aversa, in provincia di Caserta, rifiutatosi di servire tra le fila della Wehrmacht dopo l’8 settembre 1943 e deportato in Germania in un campo di concentramento, al rientro scrisse: «I caduti, tornati a Dio sulle ali del martirio eroico, chiedono la pace fra gli uomini per poter finalmente dormire. Essi, i migliori, ci dicono che la disonestà si purifica con la luce del buon esempio e che gli odi si placano crocifiggendo tutti i bassi istinti».

Il ripudio della guerra è, dunque, il ripudio dei bassi istinti e dell’odio. Ripudio che deve maturare nell’educazione della persona fin dall’infanzia, nella formazione intellettuale, nei comportamenti sociali, civili e politici. Perché la pace è l’unico vero, grande benessere del mondo, il respiro alto di un’umanità affratellata.

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