A cena con il dittatore
Madrid, 1939. La guerra civile sanguinosa è finita, o quasi. Il generalissimo Franco vuole festeggiarla con una cena di gala all’Hotel Palace. Ma ora questo albergo di lusso è un ospedale. Che fare? E poi mancano gli chef, i migliori sono “rossi”, in carcere, stanno per venire fucilati. Il giovane tenente Santiago Medina ascolta la proposta del maitre Genaro Palazon: chiamare i condannati, farli lavorare in cucina e poi fucilarli. Così gli uomini vengono presi: tra loro c’è Angel, innamorato di Maria, incinta di lui, che non sa nemmeno stappare una bottiglia. Imparerà subito!
Tutto viene controllato dal falangista Alonso, un fanatico che uccide chi si oppone a lui e violenta le donne. La cena si prepara con rapidità e intanto gli chef si preparano la fuga.
La venuta di Franco con il suo cerimoniale ridicolo, la retorica, le conversazioni banali alzano il tono della satira che si diverte ad intrecciare la festa dei militanti con le gelosie degli innamorati in un brio agrodolce e tragicomico dove regna l’astuzia dell’inganno a spese del dittatore e dei suoi militi.
Il film è una miscela di attori perfetti, di maschere brillanti e tragiche e con una ironia feroce − come in certi quadri di Goya – nei confronti di Franco, un nanetto dalla voce flebile, e succube della moglie, e di Hitler dalla vocina femminile. La satira sul potere, nella Spagna che non dimentica, è perfida e divertente.
Naturalmente, il film è ricco di trovate, di personaggi che è difficile definire “minori”, tanta è la chimica fra loro e il ritmo concitato ed allegro della commedia, sospesa sempre su una possibile ricaduta tragica.
Il regista del film vincitore di due Premi Goya, grande successo in Spagna, è Manuel Gòmez Pereira, esperto conoscitore della commedia all’italiana (Dino Risi) e di quella americana, capace di dare freschezza ad una storia dove la comicità quasi surreale si sposa con lo scherzo ma pure con l’irrisione del potere che rende i dittatori solo delle sciocche marionette. Da non perdere.

Locandina del film “Alla festa della rivoluzione”
Alla festa della rivoluzione
Spie, rivoluzionari, artisti, anarchici, furbacchioni alla corte del “poeta soldato” Gabriele d’Annunzio a Fiume, conquistata nel 1919 in odio alla umiliazione della pace del 1918 che non aveva soddisfatto l’Italia. Un insieme di libertà, di incroci spionistici (la Russia, l’Inghilterra), di passioni amorose e di vendette, che si muovono anche nell’ombra intorno al trono del Vate, inebriato dal suo stesso fascino e illuso di poter scendere a Roma, in accordo con la violenza di Mussolini e costruire la nuova Italia.
Il racconto, che deve molto alle fiction storiche nel loro intreccio di amore, congiure e crudeltà, vede le movimentate scene dell’attentato al poeta, la tensione spionistica contro i rivoluzionari nascosti, e le vicende personali di Beatrice, spia russa, di Pietro, poliziotto omicida, e di Giulio, giovane anarchico. Le vite dei tre si intrecciano sullo sfondo del Vate dittatore, con toni fra il mélo, il dramma, lo spionaggio in un racconto di festa rivoluzionaria fallita ad opera di Mussolini.
Il film dice troppo, si concentra su attori noti, Valentina Romani (credibile), Nicolas Maupas (tenebroso ingenuo), Riccardo Scamarcio (insomma…), Maurizio Lombardi e Darko Peric.
Come esordio alla regia del bravo direttore di fotografia Arnaldo Catinari può andare, nonostante il sospetto di un filo di ideologia e la recitazione che deve non poco alla fiction, mentre la fotografia è molto bella (Trieste è stupenda).
Un film comunque è utile per iniziare a conoscere un capitolo della nostra storia poco noto e per osservare ancora una volta − nel caso il Vate − l’illusione della durata del potere.
