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Mondo > In punta di penna

Danni collaterali nello Stretto di Hormuz

di Michele Zanzucchi

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Le monarchie sunnite del Golfo Persico sono fra gli Stati più danneggiati dalla guerra tra Usa-Israele e Iran. Quali prospettive?

Panorama di Dubai. Foto via Ansa/EPA/ALI HAIDER

L’attuale guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è altamente mediatica. Più che il campo di battaglia, mezzo mondo è interessato alle dichiarazioni dei leader religiosi e culturali, sapendo inoltre che circa metà dei contenuti al riguardo che circolano sulla rete sono in qualche modo fake o deep fake, cioè hanno qualcosa di falso o espongono video e audio inventati dall’intelligenza artificiale. Poco spazio viene dato, nel complesso, alle cosiddette “monarchie sunnite del Golfo”, cioè Kuwait, Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Sul Golfo si affacciano anche Iraq, che però non è né una monarchia né uno Stato sunnita, Arabia Saudita, che è “la” monarchia, ma che ha sbocchi al mare diversificati, così come l’Oman, che è un sultanato e soprattutto non ha significative riserve di gas e petrolio.

Ebbene, queste monarchie stanno soffrendo per la guerra più di altri Stati, certamente più di noi europei. Sono varie le ragioni: militari, perché tali monarchie sunnite sono nel mirino dei missili e dei droni iraniani; economiche, visto che le produzioni di gas e petrolio – così come di altre materie prime − che transitano solitamente per lo Stretto di Hormuz sono bloccate, o quasi; religiose, perché queste dinastie sunnite, ma con la presenza nei loro territori di cospicue rappresentanze sciite, come nel Bahrein dove sono maggioranza, spingono alla prudenza tra i due “giganti”, Arabia Saudita e Iran; sono pure culturali le ragioni del pericolo per tali monarchie, perché da tempo ormai esse stanno cercando di “accreditarsi” presso gli occidentali come promotrici di cultura e d’arte; infine le ragioni sono pure turistiche, perché nessuno più si azzarda a trascorrere le proprie vacanze in luoghi d’improvviso diventati insicuri.

Per di più, queste monarchie, pur dotate dei più sofisticati sistemi tecnologici di controllo aereo e marittimo, non hanno eserciti tali da poter scendere in campo se necessario per dipendere il suolo patrio; in questi Paesi, infatti, la percentuale di popolazione che gode della cittadinanza locale è molto bassa – 11,5 negli Emirati, 12 nel Qatar, 32 nel Kuwait e 43 nel Bahrein −, e per giunta tali cittadini sono da tempo ormai abituati a vivere di rendita e mai e poi mai sarebbero disposti a scendere sul terreno con i loro eserciti. I quali sono composti quasi esclusivamente da mercenari – oggi si chiamano contractor – che vivono di guerra e che quindi non hanno interesse a farla finire presto. Lo Yemen ne è la prova: gli eserciti saudita ed emiratino (che però si è ritirato progressivamente dalla tenzone tra il 2021 e il 2025), pur dotati di una grande superiorità tecnologica e finanziaria, non sono riusciti a contrastare militarmente con efficacia i più poveri ma più motivati houti sciiti e filoiraniani, e dal 26 marzo 2015 combattono una guerra in fondo poco credibile.

Anche politicamente le monarchie sunnite del Golfo Persico si sono trovate spiazzate dalla guerra provocata da statunitensi e israeliani. Non hanno infatti interesse economico a scatenare una guerra santa, come taluni speravano a Tel Aviv e a Washington, tra sunniti e sciiti, perché gas e petrolio hanno bisogno di non belligeranza per portare benefici adeguati. E non hanno più motivazioni plausibili per continuare nei cosiddetti “Accordi di Abramo” con gli israeliani. Di più, cresce nelle monarchie sunnite del Golfo una grave irritazione contro gli Stati Uniti, che hanno nei fatti chiuso uno stretto che era aperto.

Il rischio per le monarchie del Golfo sta quindi nell’isolamento. Finanziariamente sono più che solidi, ma le “macchine” messe in atto da emiri, sultani e monarchi necessitano di un afflusso continuo di denaro fresco per pagare gli stipendi dei lavoratori stranieri che fanno girare il sistema e per mantenere gli standard di vita lussuosi dei suoi abitanti. Quanto potranno resistere le monarchie? Si calcola, giusto per dare un dato indicativo, che a Dubai ci sia un milione di locali sfitti o in vendita, con costi proibitivi. Se gli Emirati hanno comunque un oleodotto che bypassa lo Stretto di Hormuz, Kuwait, Qatar e Bahrein sono esposti in massimo grado al blocco della navigazione. Alcuni osservatori calcolano in sei-otto mesi la capacità di resistenza di queste ultime tre monarchie, un anno e mezzo per gli Emirati, due anni per l’Arabia Saudita, nel caso in cui lo Stretto di Hormuz venisse mantenuto chiuso.

Un aneddoto per concludere: cinque anni fa, mi trovavo sulla terrazza sommitale di un palazzo a Dubai, da cui si poteva abbracciare con lo sguardo la “sfilata dei giganti”, dal Burji Khalifa alla Porta di Dubai, la lunga teoria di grattacieli della città emiratina. Mi venne allora un pensiero: tutto questo splendore potrebbe cadere in rovina in un batter d’occhio, perché tutto è fake, di plastica, non c’è tradizione, non c’è cultura, c’è solo tecnologia e capitale. Chissà.

Intanto la tregua annunciata di dieci giorni tra Israele e Libano, e anche l’incontro a Parigi tra europei per la riapertura dello Stretto di Hormuz, lasciano sperare che la ragione abbia la meglio sulla forza.

Riproduzione riservata ©

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