Con relativa sorpresa il mio ortopedico, che mi aveva operato dieci anni fa al ginocchio, mi comunica che ancora quest’anno deve sostituirmi necessariamente una parte della protesi che poi in futuro non avrebbe più trovato. Non avevo avuto nessun problema fino ad allora e quindi mi risultava difficile accettare l’operazione.
Dovevo proprio acconsentire, pensando che anche questa notizia facesse parte dell’amore di Dio per me di dare fiducia al chirurgo. Quindi in dicembre sono entrata in ospedale. Prima della narcosi mi sono abbandonata nelle mani del Padre, e anche al risveglio ero pienamente in pace. Raramente ho avvertito così forte la Sua presenza.
Mi sono ritrovata in una stanza in cui era ricoverata una signora di 81 anni. La sera un’anziana signora turca si è unita a noi. Da 52 anni viveva in Svizzera e aveva lavorato in una fabbrica, ma quasi non sapeva il tedesco. Era accompagnata da sei membri della sua famiglia.
Soraya (nome di fantasia) non aveva pace nel suo letto e non capiva perché era in ospedale e non a casa sua. Aveva una frattura al braccio che non poteva essere operata, ma solo immobilizzata. Aveva bisogno di un letto e di un posto dove stare, così è stata ricoverata in chirurgia.
Si sedeva ripetutamente al bordo del mio letto o a quello della mia vicina, cercando di raccontare, con le due parole di tedesco che sapeva, la sua storia. Ogni volta che entravano gli infermieri la riportavano al suo posto e le spiegavano che non poteva sedersi sui nostri letti. Siamo diventati una piccola famiglia, accogliendo nel nostro cuore Soraya, affetta da demenza, e abbiamo cercato di ascoltarla e di farle domande.
Mi hanno colpito i tanti giovani infermieri che, nonostante il carico di lavoro con noi appena operati, si trovavano anche il tempo di dipingere con amore un cartellone per Soraya: “Sei in ospedale”, o la conducevano con loro a “fare una passeggiata” per distribuire i farmaci nel reparto. Poi con affetto, innumerevoli volte anche di notte, la riportavano a letto e le chiedevano di dormire.
Una mattina è venuta da me e mi ha chiesto: «Dove posso pregare? Dove c’è un tappeto?». Ho cercato di spiegarle che possiamo pregare ovunque. Più tardi ho avuto una conversazione significativa con Fatima, un’assistente infermiera che aveva ascoltato il nostro colloquio e si era presentata a lei dicendole: «Sono Fatima e anche io sono musulmana. Quando lavoro in ospedale non posso pregare e allora lo faccio a casa». Soraya si è rasserenata.
Più tardi ho avuto con Fatima un impressionante dialogo durante il quale le ho espresso il mio apprezzamento per il suo intervento e per il suo ruolo di “ponte” con i suoi concittadini musulmani. Lei mi ha raccontato quanto fosse importante per lei aiutare le donne musulmane a orientarsi in ospedale. Ci sono innumerevoli donne che sono completamente sconcertate quando arrivano. Ci siamo guardate e le ho detto: «Lei è un angelo custode!». E lei ridendo ha risposto: «Anche lei è un angelo custode, ieri l’ho osservata». Eravamo d’accordo: non possiamo risolvere i grandi problemi del mondo e della società, ma possiamo agire dove siamo e cambiare qualcosa, e questo rende felici.
Dopo questo intenso e rincuorante incontro in ospedale, dove ci siamo trovate sorelle per gli stessi sentimenti, sono tornata grata e felice a casa.
E.R.
