Mentre, come confermano fonti ed esperti di ogni risma, è in atto la mobilitazione verso l’Iran di 2.000 paracadutisti della Second Airborne (North Carolina) e il posizionamento di circa 3.000 marines di Camp Pendleton in navigazione verso il quadrante mediorientale, il 28 marzo 2026, a partire dagli Usa, si sono svolte in alcuni Paesi occidentali manifestazioni diffuse riunite nell’opposizione radicale alla visione del mondo imposta da Trump e alle guerre sostenute dall’amministrazione statunitense.
Come riporta Rainews anche in Israele, manifestanti riunitisi a Tel Aviv e Haifa per protestare contro la guerra sono stati brutalmente dispersi dalla polizia.
A Roma un corteo molto nutrito di partecipanti è arrivato a piazza San Giovann in Laterano radunando 300 mila persone secondo la coalizione di Stop Rearm Europe che lo ha indetto. I media principali e quelli di destra parlano di numeri molto ridotti (intorno a 30 mila fino ad arrivare a 15 mila secondo Il Foglio) per relativizzare l’impatto di eventi concessi a minoranze rumorose che fanno notizia solo in caso di incidenti o per l’emersione di qualche gesto di intolleranza da parte di alcuni.
Anche gli osservatori più prevenuti tuttavia non hanno potuto ignorare la presenza di molti giovani che rappresentano il fenomeno rilevante politicamente del recente referendum sulla giustizia vinto dal No alla riforma Nordio.
Una realtà composita non ascrivibile ai partiti dell’opposizione parlamentare e che è cresciuta visivamente con la mobilitazione spontanea suscitata dallo sdegno contro la violenza estrema perpetrata dal governo israeliano, con il sostegno statunitense, contro la popolazione palestinese di Gaza.
Come racconta a caldo Fabio Alberti, tra i fondatori della ong Un Ponte per…, attiva in particolare in Medio Oriente, «oggi ho visto, nel corteo, tante facce sorridenti di ragazzi e ragazze che hanno abbassato di colpo l’età media delle manifestazioni degli ultimi anni. Erano italiani e italiane di molti colori, provenienze e lingue, e vivevano con naturalezza una libertà già conquistata rispetto alla costrizione dell’identità nazionale. Non vivevano un’appartenenza unica: abitavano, piuttosto, una pluralità di appartenenze che risuonavano ieri anche nelle piazze statunitensi e britanniche e prima di loro nelle piazze africane e asiatiche». Alberti racconta di aver visto «cartelli che dicevano: “non scegliamo tra chi ci uccide; no alla teocrazia e no alla guerra”. C’erano slogan contemporaneamente contro la Nato e contro Putin e sostegno ai disertori russi e ucraini, c’era un rifiuto della guerra esente dal tifo per questa o quest’altra élite in lotta per il potere».
Come esposto nell’articolo di commento post referendum, la reale consistenza della piazza del 28 marzo può forse far capire se il No sollecitato in nome della difesa simbolica della Costituzione sia da considerare parte di una più radicale opposizione contro la guerra che dovrà emergere con chiarezza davanti a scenari sempre più prevedibili di coinvolgimento diretto.
Ogni organizzazione vive infatti di atti rituali che si esauriscono nella loro celebrazione festiva senza incidere sul tempo feriale dove prevale il realismo politico della attuale trasformazione dell’economia in assetto di guerra che vede anche i sindacati più attenti, come la Cgil schierata massicciamente in piazza, attraversati dal dilemma atroce del ricatto occupazionale tra produzione di armi e scelte di pace.
Il 27 marzo, il giorno prima della manifestazione, si è svolta la prima udienza presso il Tribunale civile di Roma, della causa intentata da alcune associazioni tra cui le Acli, contro Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano per fermare la vendita di armamenti verso Israele. La sospensione di «ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele» è al centro della petizione pubblica promossa dall’ambasciatore Pasquale Ferrara e sostenuta da oltre 70 diplomatici italiani di alto livello (tra cui ex direttori politici, rappresentanti UE, NATO, Cina, Regno Unito e Russia).
Una richiesta rimasta senza riscontro dal governo italiano che manifesta uno stretto collegamento con l’amministrazione Trump tanto da aver deciso di partecipare, seppur come osservatore, al Board of Peace per Gaza promosso dal presidente Usa.
La larga adesione alla manifestazione alla marcia del 28 marzo si spiega anche con la particolare natura del governo Meloni che si pone in Europa come il più stretto alleato della coalizione della destra internazionale che riconosce come leader incontrastato Donald Trump. Ma il magnate arrivato alla Casa Bianca per la seconda volta, non può, tuttavia, ignorare i milioni di americani scesi in piazza per contestare ogni sua pretesa di esercizio assoluto del potere.
Anche qui una massa che l’attuale configurazione dei vertici dem non riesce a rappresentare. Come ha messo in evidenza il filosofo politico statunitense Michel Sandel, la leadership democratica manifesta tutta la sua intrinseca debolezza per aver introiettato «una fede assoluta nel mercato libero e nei suoi meccanismi. Pur con le differenze tra democratici e repubblicani, quella premessa fondamentale non è mai stata messa in discussione».
È significativo, perciò, che anche i maggiori rappresentanti dei due partiti di opposizione in Italia (Pd e M5S) non siano stati presenti al corteo del 28 marzo. Al contrario di Avs, con l’europarlamentare Ilaria Salis coinvolta tra le polemiche da un’operazione di accertamento della polizia.
Una mancata presenza forse dettata dal rispetto dell’autonomia di un movimento sociale plurale che esprime più di 700 realtà. Ma resta aperta la domanda sull’esistenza o meno, ad un anno dalle elezioni politiche, della capacità di declinare le istanze profonde di una piazza che non sempre porta al fenomeno delle urne vuote ma può riservare sorprese se capace di declinare scelte strutturali in campo di politica estera ed economica.
È emblematico che nelle stesse ore della manifestazione romana, papa Leone XIV si sia recato, come deve fare rivolgendosi cattolicamente a tutti, in visita nel Principato di Monaco, microscopico stato pieno di contraddizioni per i suoi casinò e paradisi fiscali, per affermare con chiarezza che « le guerre che insanguinano il nostro presente sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro».
