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Italia > Prospettive

Referendum Giustizia, le sfide aperte dalla vittoria del NO

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

L’affluenza inaspettata alle urne ha spinto per il rigetto della Riforma Nordio sulla magistratura (53,7 % di NO) in un momento storico incerto. Il governo Meloni resta saldo mentre è iniziato il periodo decisivo verso le elezioni politiche del 2027

Festeggiamenti in piazza Duomo, Milano, per l’esito del referendum sulla giustizia. Milano, 23 marzo 2026. DANIEL DAL ZENNARO

I sondaggi hanno oscillato fino all’ultimo, le proiezione degli exit pool appena chiuse le urne hanno indicato un divario incerto, ma con il progredire dello spoglio delle schede è apparsa evidente la vittoria del NO nel referendum in materia di Giustizia o meglio sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Il dato che sorprende è relativo alla partecipazione elettorale (58,93 % degli aventi diritto), anche se esiste un’evidente differenza tra i numeri decisamente più alti del centro nord e quelli ridotti di Calabria e Sicilia ( le uniche regioni al di sotto del 50% di affluenza).  Elemento non sempre legato alla prevalenza del NO, visto che il SI ha prevalso in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. Regioni dove si registra uno scarti tra il voto per il NO delle grandi città con il SI dei centri minori. Così anche l’area metropolitana di Roma ha optato per il No, con punte del 74% nel quartiere Testaccio,  al contrario del resto della regione dove il centrodestra  è molto radicato.

Secondo il sondaggista Pagnoncelli, a fare la differenza è stato il voto giovanile riattivato dopo la tendenza all’astensionismo.

La vittoria del NO non era scontata, visto che una parte dei riformisti appartenenti all’opposizione parlamentare (dai liberisti a settori del Pd) si è espressa per il SI invitando ad argomentare sul merito della riforma Nordio.

Per tale motivo il giurista Stefano Ceccanti, tra i più attivi nella campagna referendaria per il SI, ravvisa le ragioni della sconfitta nella politicizzazione dello scontro. I toni hanno  assunto espressioni controproducenti,  ad esempio nelle affermazioni di una capo di gabinetto del ministero della Giustizia. Ad ogni modo non sembra che sia stato preso sul serio l’invito a seguire gli ordini di scuderia in vista del sostegno al governo Meloni.

La presidente del Consiglio da parte sua, si è premunita di dire, con largo anticipo, che non avrebbe rassegnato le dimissioni in caso di sconfitta e resta salda alla guida di un esecutivo che ha una solida maggioranza parlamentare. Probabilmente questa battuta di arresto potrebbe raffreddare la spinta verso l’approvazione di una legge elettorale senza un reale confronto con le opposizioni.  Secondo l’Istituto Cattaneo, l’analisi del voto referendario, regione per regione, confermerebbe l’incertezza del risultato di una maggioranza stabile in caso di elezioni nazionali.

Ignazio La Russa, Lorenzo Fontana e Giorgia Meloni ANSA/FABIO FRUSTACI

Di sicuro, infatti, dalla sera del 23 marzo è cominciato il periodo decisivo verso le elezioni politiche del 2027.

La Schlein può dire di aver vinto la battaglia interna verso l’ala riformista dem che rema contro la sua segreteria. Assieme a 5 Stelle e Avs, i militanti dem per il NO hanno festeggiato in maniera liberatoria dopo una lunga serie di sconfitte.

Alcuni ravvisano la vittoria del NO nella difesa del testo costituzionale contro un disegno che iniziando da una questione apparentemente tecnica mirerebbe ad un progressivo snatutamento della Carta fondamentale della Repubblica antifascista.

Secondo l’intellettuale di destra Marcello Veneziani, «non ha vinto il cartello delle opposizioni, la sinistra o i magistrati. Non è stato un voto in difesa della Costituzione. Per dare una prima impressione a caldo, ha prevalso il clima di sfiducia, una diffusa paura indotta dalle guerre e dai loro effetti. Quando si è insicuri, spaesati, si resta fermi, non si cambia. E la gente ha preferito restare dove sta, temendo ogni spostamento».

Nell’analisi di Veneziani compare il fattore inquietante della guerra che tra l’altro vede il governo Meloni in serio imbarazzo davanti alla strategia mutevole della presidenza Trump, dichiaratamente ostile verso l’Unione Europea e gli stessi alleati della Nato accusati di codardia.

Di sicuro lo scenario internazionale con il coinvolgimento inevitabile del nostro Paese ha inciso sull’orientamento del voto, ma è difficile considerarlo un test nei confronti della politica estera dell’Italia. Una prova si avrà dalla partecipazione alla manifestazione indetta per il prossimo  28 marzo contro la politica trumpiana e i suoi alleati.

Sin dalle prime reazioni ai risultati del referendum, è stata significativa la reazione composta del comitato del NO con Rosi Bindi che ha precisato di non aver mai chiesto le dimissioni di Meloni in caso di rigetto della proposta Nordio. Così come si è rivelato decisivo l’approccio deciso ma equilibrato durante tutta la campagna referendaria di Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il NO.

Il presidente del Comitato per il No, Giovanni Bachelet 
ANSA/FABIO CIMAGLIA

Uno degli errori evidenti che possono fare i partiti del centro sinistra ristretto, esclusa cioè la componente ad alta mobilità che va da Renzi a Calenda, sembra proprio quella di intestarsi la vittoria referendaria lanciandosi nella competizione sul primato di una coalizione di governo.

Quest’ultima è chiamata a definire un programma coerente e comprensibile per un elettorato incerto, che è tentato di astenersi per mancanza di una credibile alternativa.

I problemi della giustizia in Italia restano ad esempio molto gravi, come emerge ad esempio dall’inchiesta di Città Nuova sul mondo delle carceri, così come quella di una sanità in crisi nel sistema universale definito in linea con i valori costituzionali.

Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein durante i festeggiamenti per la vittoria del NO al referendum costituzionale sulla giustizia, Roma, 23 marzo 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

I sintomi della crisi si avvertono ad esempio con l’indebolimento della pluralità e libertà delle fonti di informazione. Gli eredi Agnelli ad esempio, approfittando dell’attenzione puntata sull’esito del referendum, hanno deciso di annunciare la cessione del controllo del quotidiano Repubblica e delle altre testate del gruppo Gedi ad un imprenditore greco, suscitando viva preoccupazione per il futuro di un grande gruppo editoriale che ha già ceduto il controllo de La Stampa, considerata la pupilla oculis di un attore centrale nel panorama industriale italiano, ma sempre più spostato all’estero.

Le sfide per il futuro della democrazia richiederanno perciò un maggior impegno da parte di un’informazione libera in questo periodo segnato da cambiamenti epocali sul piano mondiale e appuntamenti decisivi a livello nazionale con le elezioni politiche del prossimo anno.

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