«Nel 2020 promisi ai lettori che non li avrei lasciati soli e che mi sarei impegnato, settimana dopo settimana, mese dopo mese, a cercare e raccontare i palpiti di generatività e le testimonianze di vitalità che sarebbe stato possibile rintracciare tra le difficoltà di quel tempo». Così Sergio Astori, psichiatra, psicoterapeuta e docente all’Università Cattolica di Milano, ricorda gli esordi del progetto Parole Buone, di cui è stato l’ideatore nell’anno della pandemia.
Il 21 marzo 2026 è il sesto compleanno di questa iniziativa, nata con «l’obbiettivo ambizioso di umanizzare la comunicazione online e offline». «Sei anni dopo, il filo resta saldo. Sostiene il cammino, offre appoggio nei passaggi più esposti, accompagna senza trattenere. Invita a proseguire, passo dopo passo, continuando a tessere legami», commenta il professor Sergio Astori, che abbiamo intervistato in occasione di questa ricorrenza.

Sergio Astori (foto Università Cattolica del Sacro Cuore)
Nel contesto attuale, caratterizzato da forti lacerazioni, c’è il rischio che le parole siano usate per ferire e non per costruire. Alcune Parole buone che avete diffuso in questi anni sono particolarmente attuali: Pace, Mondo, Insieme, Compassione. Come possiamo declinarle nella nostra quotidianità?
In tempi di crisi e policrisi come quelli attuali, la capacità di leggere e di comunicare è messa alla prova. Se porgiamo con attenzione l’orecchio alla realtà, avvertiamo discorsi spezzati e sprezzanti, espressioni disorientate e offensive, frasi usate più come ordini che come vie per una ricerca di senso, suoni che circolano negli spazi pubblici deprivati di un volto umano che li rappresenti.
È dentro questi passaggi che alcune parole chiedono di essere risignificate, affinché la loro custodia non diventi una semplice ripetizione.
Allora la “Pace” si incarna nella resistenza minuta alle logiche di inesauribile contrapposizione, per sottrarre ogni relazione — senza se e senza ma — alla semplificazione violenta.
“Mondo” diviene consapevolezza di essere irriducibilmente esposti gli uni agli altri e che ogni linguaggio costruisce o erode legami su scala più ampia di quanto immaginiamo. Meritano un ascolto speciale le voci di dissenso e la musicalità creativa che sorge dalle periferie.
“Insieme” non è nulla di più che abitare le distanze senza trasformarle in rotture definitive, cercando di nutrire la relazione anche quando non risulta facile trovare consensi o accordi immediati.
“Compassione” è una delle soglie decisive per restare dalla parte della civiltà: rifiutare la disumanizzazione insita nel considerare l’altro come funzionale al mio bisogno, giudicandolo oppure trattandolo con una gelida indifferenza.
Declinare una parola efficace dopo l’altra è già contrastare l’inerzia indotta da tempi rumorosi, mettendo in gioco, nei passaggi brevi delle nostre giornate, un linguaggio accurato che decide la buona qualità del vivere comune.
Pochi giorni fa è stato pubblicato il Rapporto finale del gruppo di approfondimento del Sinodo che riguarda la missione digitale nel quale si evidenza la necessità di «integrare la missione digitale nelle strutture ordinarie della Chiesa». In questi 6 anni, pur rimanendo nell’ambiente digitale, la vostra attività si è anche svolta in diversi ambiti onlife. Partendo dalla vostra esperienza, in che modo pensa che si possa realizzare questa integrazione?
Grazie al progetto Parole buone vediamo chiaramente che ciò che accade online ha una ricaduta concreta nelle vite: le parole ascoltate o condivise diventano orientamenti, condivisione, ma anche amplificazione di violenze tiranniche e impoverimento della capacità critica.
In secondo luogo, vediamo una continuità tra i linguaggi: ciò che si annuncia nelle comunità deve poter trovare una forma accessibile anche negli spazi digitali, senza perdere autenticità. Infine, è decisivo il passaggio onlife, che abbiamo assiduamente coltivato negli ultimi 3 anni: è quando una parola intercettata online diventa incontro, laboratorio, relazione incarnata. È lì che la comunicazione si compie.
Il digitale, quindi, non è un “altrove”: è un ambiente umano, abitato da domande reali. Integrare significa allora tessere: far dialogare presenza e rete, liturgia e narrazione, ascolto di prossimità e ascolto digitale. Con uno stile riconoscibile, che non si sottomette alla frenesia degli algoritmi e alla ricerca di consensi, ma che accompagna con fedeltà.
Perché, nella vita umana — online, offline o onlife che sia — promuove la crescita e la libertà altrui solo chi è affidabile per se stesso.
Dopo 6 anni di presenza nell’ambiente digitale ne avete potuto cogliere le opportunità e le sfide. In che direzione ritiene si debba camminare per rispondere alle sfide e fare crescere i semi di speranza che vi si trovano?
Più di 130 podcast radiofonici, migliaia di visualizzazioni, decine di laboratori di resilienza ci hanno allenato a misurarci con l’accelerazione, l’amplificazione e l’esposizione che i social generano. Abbiamo imparato come muoverci per seminare in condizioni simili.
La direzione, a mio avviso, è triplice. Anzitutto, rallentare dentro la velocità: introdurre spazi di respiro e contenuti che chiedano di sostare. Poi, curare la qualità relazionale, favorendo riconoscimento, dialogo, appartenenza. Anche poche parole, se autentiche, possono generare legame. Infine, educare allo sguardo: aiutare soprattutto i più giovani a distinguere il rumore dal senso, a non confondere l’esposizione con la presenza.
I semi di speranza sono già nelle storie condivise, nei gesti minimi che emergono, nei tentativi di bene che attraversano la rete quasi in silenzio. Il compito è custodirli e renderli visibili, con pazienza.
Come i bucaneve che, senza fare rumore, annunciano che la stagione sta cambiando.
