Sono un regista e documentarista che nel viaggio e nella scoperta di tanti Paesi ha sempre cercato di raccontare le persone più che i luoghi. Da sempre sono attratto dalla gente, dalle loro storie. Questo libro, Sguardi dal Myanmar, è un omaggio a un popolo che si racconta attraverso i suoi sguardi. Non sono sguardi di persone in posa.
Sono espressioni colte al volo, di sorpresa, in un certo senso, rubate. Però sono sguardi consapevoli, dritti “in macchina” come si dice in gergo. Quando lo sguardo del soggetto incrocia per un attimo l’obiettivo della macchina fotografica, si compie quella magia che Wim Wenders chiama Einstellung, cioè disposizione, e definisce sia il taglio dell’inquadratura sia l’atteggiamento interiore del fotografo. È la magia dell’attimo in cui i due punti di vista si incontrano e rimangono fissati nell’immagine fotografica.

Sono foto di un viaggio in Myanmar fatto insieme a mio figlio Federico e al mio amico Rolf Infanger per documentare i progetti di sostegno alla popolazione della ONG Maria Schregel da lui fondata. Abbiamo girato in lungo e in largo il Paese delle pagode d’oro: dal delta dell’Irawaddy alla famosa Roccia d’Oro della pagoda Kyaiktiyo, da Yangoon a Mandalay, al lago Inle, dai templi del Monte Popa a quelli di Bagan, fino agli sperduti villaggi sulle montagne dello Stato Chin.
Io però sono stato colpito da chi ci ha accolto nelle proprie case, in una capanna o in un tempio buddista, da chi abbiamo anche solo incrociato su un treno a Yangoon o alla fermata di un pullman a Mandalay o su uno sperduto sentiero di montagna. La vera essenza del “mio” Myanmar sono gli sguardi di un popolo che appartiene a etnie diverse, che da anni lotta per la propria libertà e indipendenza ma che è sempre gentile e ospitale. Il buddismo influenza profondamente la società birmana dove è presente anche una piccola percentuale di cristiani.

Un popolo resiliente segnato ultimamente anche da un devastante terremoto che ha colpito soprattutto la zona di Mandalay il 28 marzo scorso. Il libro da cui questo reportage è tratto, è parte di un progetto promosso dalla onlus MedAcross di Torino, per raccogliere fondi per le vittime del terremoto. Il reportage è stato fatto forse nel momento migliore del Myanmar negli ultimi anni.

Il premio Nobel Aung San Suu Kyi, the Lady, come viene comunemente chiamata dalla sua gente, era al governo e l’intero Paese sembrava avviato a una fase nuova di riforme e di apertura al mondo. Poi il golpe della giunta militare di 4 anni fa, il nuovo arresto della signora, e scende l’oblio sul Myanmar. Nessuna immagine, nessun giornalista presente sul posto a raccontarci quello che sta accadendo. Drammaticamente, questo Paese è uscito dai radar dell’informazione mondiale. Solo la voce dei papi, Francesco prima e Leone adesso, ricorda al mondo il dramma di quella gente.

Questo libro è dedicato alle tante persone che abbiamo incontrato nel corso di quel lungo viaggio, a chi ci ha accolto, ci ha guardato negli occhi e ci ha regalato la sua storia. Sono quei volti, quegli sguardi che rendono particolare questo lavoro e che rappresentano, nonostante il dramma del presente, un segno di speranza per il futuro.
