L’educazione popolare è un atto politico di liberazione che nasce dai margini, dove la coesione sociale dimostra la capacità di rispondere alle tendenze disgreganti indotte da gestioni dissennate del territorio. Ne abbiamo discusso con Lorenzo Natella, dell’associazione Officine Civiche di Ciampino, che dal 2017 coordina il progetto Dopòlis ed è intervenuto all’incontro sulla Resistenza nonviolenta promosso il 6 marzo 2026 nella sala consiliare del comune di Ciampino da una rete di associazioni tra cui anche il Movimento dei Focolari che ha presentato l’esperienza in Siria dell’Azione mondo unito.

Lorenzo Natella, terzo da sinistra Foto Dopòlis
Ciampino è una città posta sul confine ormai indistinto tra la metropoli che si estende oltre il grande raccordo anulare e l’area dei Castelli Romani, un tempo oasi campestre alle porte di Roma ma ora investita da tempo da una pressione cementificatoria che spazza progressivamente i frammenti di una campagna ricca di piantagioni di ulivo e vigneti.
Dopòlis non nasce nel vuoto, ma nell’attrito di una “baraccopoli istituzionale”: un insediamento di comunità di nomadi posto in una landa di pertinenza aeroportuale, lontano dalle abitazioni di Ciampino e Roma, creato paradossalmente dalle stesse autorità che avrebbero dovuto garantire dignità umana e coesione. Quel campo nomadi è stato uno degli effetti del “Giubileo nero” con cui l’amministrazione di Roma, guidata dal centrosinistra, operò da fine anni ‘90 l’espulsione di insediamenti “non decorosi” per la città in vista del grande evento.
Ma proprio qui, tra le pieghe di una segregazione imposta, il progetto di educazione popolare, esteso a persone esterne al campo, è germogliato come intervento di scolarizzazione per minori e adulti, per poi farsi sguardo critico e collettivo sulla realtà. «Educare, in questo contesto, – afferma Natella – significa trasformare l’isolamento in una presa di coscienza radicale, capace di sfidare le narrazioni imposte dal potere».
Da cosa è nato il vostro impegno?
Abbiamo trovato un punto di riferimento nell’opera di Paulo Freire. Non certo un richiamo accademico, ma una bussola per l’azione. C’è un passo del 1992, dove Freire affianca il concetto di autonomia a quello di speranza, definendo tre pilastri che sorreggono lo sviluppo umano: la speranza intesa come una “necessità ontologica”. Senza di essa, la lotta non può nemmeno germogliare; ma senza la lotta, la speranza rimane un’astrazione fragile, priva di un suolo su cui poggiare. È decisiva poi l’autonomia che è il processo di autodeterminazione che trasforma l’oppresso in soggetto politico. Da tali premesse, l’educazione è lo strumento di alfabetizzazione del mondo, prima ancora che della parola. Come ha detto Paulo Freire: «Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo, ci si libera insieme con la mediazione del mondo».
Si parla di Freire come di una pedagogia “col colpo in canna”. Cosa vuol dire ?
È una definizione che richiama l’immagine potente di Freire che insegnava a leggere e scrivere ai guerriglieri in Salvador: uomini e donne con l’AK-47 sotto il braccio e la penna in mano. Questa immagine non è un’esaltazione della violenza, Freire era un cattolico fedele all’insegnamento evangelico, ma il riconoscimento che l’educatore non può giudicare chi si difende da un’oppressione secolare se prima non lavora per rimuovere l’ingiustizia alla radice.

Foto Dopòlis
In che senso la vostra esperienza cerca di dare attuazione a tale impostazione?
L’attività di Dopolis ha squarciato il velo su una realtà dove il degrado non è un destino, ma una costruzione politica. Nell’insediamento, il sistema di smaltimento illegale dei rifiuti era gestito da organizzazioni criminali autoctone. L’educazione popolare ha portato le famiglie a decodificare questo meccanismo, comprendendo che il veleno nel loro suolo era il frutto di una complicità esterna. Gli abitanti del campo non erano “nomadi” per cultura. Molti erano ex assegnatari di case popolari o migranti che, invece di accedere ai percorsi standard, sono stati spinti dalle istituzioni in una “specialità negativa”. In quanto rom, sono stati forzati alla baracca. La loro condizione non era un tratto etnico, ma un’ingiustizia strutturale subita.
Alla fine nel 2021, il Comune di Roma ha però chiuso il campo…
È stata una sconfitta politica bruciante: le famiglie sono state smembrate, i legami recisi e le persone disperse in altri centri. I bambini avranno anche preso il diploma, ma se la famiglia viene distrutta e il diritto alla casa negato, quella non è liberazione. Come ho sentito dire da una testimonianza che arriva dal Medio Oriente «le scale si lavano dall’alto e l’acqua sporca scende giù, travolgendo chi sta alla base». Nonostante questo esito negativo, la nostra resistenza continua oggi tra Ciampino e il confinante quartiere romano di Morena, perché l’educazione popolare non si esaurisce con la chiusura di un recinto.
Cosa significa resistenza nonviolenta?
È una pratica che richiede la sospensione del giudizio verso chi, schiacciato da generazioni, reagisce con rabbia. Se una pattuglia entra nel campo e volano sassi, l’educatore non condanna: comprende che quel sasso è l’urlo di chi è stato privato di umanità. Ma occorre poi fare dei passi in avanti per capire che la resistenza individuale è velleitaria. Solo l’azione di un “corpo collettivo” può diventare incisiva. Riprendendo l’invito di papa Francesco (Hagan lío, fate casino ma fatelo con metodo), il dissenso deve essere strutturato per scardinare i meccanismi della guerra e della povertà. Il ruolo dell’educatore è riparare il diritto violato. L’alfabetizzazione fornisce gli strumenti affinché, una volta cessata l’ingiustizia, il conflitto possa evolvere in confronto politico, superando la necessità dell’autodifesa violenta.
Hai recentemente partecipato all’incontro dei movimenti popolari che si sono incontrati con Leone XIV in continuità con il percorso avviato con papa Francesco. Un punto di riferimento in questa realtà è quella dei Sem Terra brasiliani. Che tipo di collegamento esiste tra una realtà della periferia romana con un movimento latino-americano?
Il legame tra educazione popolare e possesso della terra. Restare sul suolo, occuparlo con il proprio corpo e la propria storia, è la forma di resistenza più pura. L’occupazione non violenta dei latifondi, operata dai Sem Terra, la trasformazione cioè della terra in risorsa collettiva e produttiva è il metodo da seguire. Così anche la Sumud palestinese esprime la capacità di restare sulla terra come atto supremo di resistenza di fronte ad una guerra che si palesa come una brutale operazione immobiliare e speculativa. Ma se vediamo bene anche nella guerra che si combatte in Ucraina il conflitto è focalizzato sul controllo di risorse strategiche e “terre rare”, dove il suolo è il catalizzatore della violenza bellica.
L’educazione popolare rifiuta ogni approccio naïf. Non è un pacifismo da salotto che chiude gli occhi davanti alla vetrina rotta o al sasso lanciato. È, al contrario, un percorso politico durissimo che approda alla compassione (cum-passio): il “sentire insieme”.
Essere compassionevoli significa organizzarsi affinché il proprio corpo diventi parte di un corpo collettivo. Solo così la sofferenza dell’altro cessa di essere un dato statistico e diventa una ferita condivisa che spinge all’azione. L’esperienza di Dopolis invita a non limitarsi a osservare il mondo, ma ad organizzarsi per scardinare i muri dell’indifferenza e costruire, un mattone alla volta, ponti di partecipazione reale.
