L’Africa, diciamo la verità, suscita indifferenza e allo stesso tempo paura. Il grande continente, nonostante guerre e tragedie di ogni genere, è destinato a crescere sino a superare i 2 miliardi di persone nel 2050 con una età media della popolazione che attualmente è pari a 19,7 anni.
Vista dall’Europa sempre più anziana e dall’Italia avvolta dal gelo demografico, con i pochi giovani vezzeggiati e ricercati da tutti ma costretti spesso a esistenze precarie, il futuro incute timore. Compreso quello, propagandato, dell’invasione e sostituzione etnica che sotterraneamente spiega il motivo per cui crea sempre meno scandalo la morte dei migranti in mare, mentre si approvano decreti lesivi dei diritti umani spendendo soldi pubblici per esternalizzare in Albania i centri di identificazione ed espulsione.
Mentre incalzano le notizie sulla guerra in Iran che minaccia di estendersi sempre più pericolosamente, non sorprende, perciò, il disinteresse per la tragedia in atto in Sudan dove la quantità di sangue versato è così abbondante da essere visto dai satelliti.
Un dettaglio inquietante citato dal provinciale dei padri comboniani in Egitto e Sudan, padre Diego Dalle Carbonare, che è arrivato a metà marzo 2026 nel nostro Paese per far conoscere l’orrore che sta vivendo la popolazione civile martoriata da due gruppi militari (le governative forze armate sudanesi, SAF, e le ribelli forze di supporto rapido, RSF) che hanno in sostanza la stessa origine, seppur sostenuti attualmente da differenti attori internazionali.
Entrambe sono interessati all’estrazione dell’oro dal cuore di questa nazione africana strettamente legata alla storia dei missionari e missionarie che prendono il nome dal loro fondatore, il leggendario Daniele Comboni (1831-1881), il quale, in contrasto con la prevalente cultura colonialista del suo tempo, matrice di devastazioni inenarrabili , spese tutta la sua esistenza per “salvare l’Africa con l’Africa”.
Alcune immagini lo ritraggono addobbato da mercante arabo di schiavi con lo scopo ardito di liberare quante più persone possibili dalla cattura e vendita di carne umana compiuta senza alcuna pietà. Comboni era l’unico figlio superstite di una famiglia di braccianti lombardi colpiti da povertà e malattie, e morì in Sudan nell’attuale capitale Karthoum in seguito ad un epidemia di colera. Secondo una saggia consuetudine della Chiesa è stato canonizzato dopo oltre 100 anni dalla fine della sua vita terrena che si è rivelata assai feconda se oggi comboniani e comboniane esprimono, non solo in Africa, una testimonianza di radicale scelta evangelica destinata ad andare sempre controcorrente perché dalla parte degli ultimi.
Molte delle vocazioni arrivano, oggi, dal Sud del mondo ma uno zoccolo duro è tuttora costituito da una serie di uomini e donne dall’accento e tempra prevalente del Nord Italia. Come Dalle Carbonare, classe 1983, nato in provincia di Vicenza, che non si sottrae ad ogni richiesta di intervista e gira il nostro Paese per chi vuole conoscere quanto avviene in una terra di cui quasi nessuno sa indicare il posto sul planisfero, ma che è strettamente connessa alla nostra economia molto più di quanto siamo disposti ad immaginare.
Occorre perciò denunciare una menzogna: non è vero che nessuno parla della strage in Sudan. Con i social si può accedere a tutte le informazioni che si vogliono. Basta andare sul sito di Nigrizia, pregevole rivista dei comboniani, per avere notizie certificate e analisi impeccabili su quanto sta accadendo.

Proteste contro la guerra civile in Sudan a Berlino, Germania, 15 aprile 2025. ANSA EPA/FILIP SINGER
Dalle Carbonare viene intervistato da un nugolo di testate cattoliche (da Agensir ad Avvenire) che, seppur confinate in un recinto, sono tra le poche rimaste ad esprimere un dissenso destinato a restare sepolto fino a quando non si avrà la forza di rompere il tabù e far emergere che all’origine dell’eccidio senza fine in Sudan vi sono interessi legati ad attori internazionali con i quali l’Italia intrattiene rapporti privilegiati. Spesso il giusto spazio dedicato alla necessità degli aiuti umanitari, buoni e benedetti, serve a mettere in secondo piano quanto i comboniani denunciano senza alcuna riserva.
Nella conferenza tenuta a Roma il 16 marzo 2026, padre Dalle Carbonare ha affermato che «in Sudan non esiste una “guerra povera” combattuta con vecchi fucili. È un conflitto tecnologico alimentato da droni da milioni di dollari e interessi geopolitici spietati. Esiste un asse logistico e strategico che collega il Darfur alle milizie di Haftar in Libia, agendo come un ponte per il supporto degli Emirati Arabi Uniti.
Il motore di tutto è l’oro. L’oro del Darfur e del nord viene drenato per pagare le armi, in un investimento cinico sulla pelle dei civili. Dobbiamo avere il coraggio di smascherare l’ipocrisia di quegli stati — inclusi alcuni attori europei e mediorientali — che si propongono come mediatori e promotori del “dialogo interreligioso” o della “tolleranza”, mentre simultaneamente sostengono i mercati che alimentano il massacro».

Una gioielleria all’interno del mercato dell’oro a Dubai, Emirati Arabi Uniti, 15 aprile 2025. ANSA EPA/ALI HAIDER
La questione nodale riguarda quindi cosa si è intenzionati a fare davanti a tali notizie provenienti da fonti sicure e dirette come sono i comboniani. Ma siamo convinti che anche dopo aver fatto qualche articolo sul Corsera e Repubblica, facendo circolare testimonianze sul Sudan nelle trasmissioni di intrattenimento, si riuscirà a smuovere l’iniziativa istituzionale e politica? Per fare cosa?
La richiesta dei comboniani è quello di fare pressione su tutti i Paesi coinvolti nella fornitura di armi usate in Sudan per arrivare ad uno stop immediato e di porre sotto controllo il mercato dell’oro estratto e fatto trafficare illegalmente dal Paese africano.
Il problema non è conoscere ciò che avviene, ma avere la dignità di non rassegnarsi davanti alla brutalità della politica della forza violenta e fratricida. Forse ascoltando direttamente Dalle Carbonare, che riesce a mantenere un tratto mite e ironico pur dentro gli scenari più devastant,i si riesce a percepire la speranza di un modo giusto di stare al mondo e maturare posizioni politiche controcorrente.
Forse. Spes contra spem [sperare contro ogni speranza]. È questa la prospettiva di una rete di associazioni italiane che finora ha promosso un webinar accessibile in rete per dare voce a ciò che non passa nei media prevalenti: «Raccontare ciò che accade in Sudan è un passo essenziale per rompere il silenzio che circonda una crisi devastante e promuovere azioni concrete a tutela di chi rischia la vita ogni giorno» è la presa posizione comune di una lista di sigle che appare così lunga da far pensare: cosa occorre fare ancora se anche una tale azione sembra incapace di interessare l’opinione pubblica prevalente?
Le realtà che si stanno muovendo finora sono: Acli, Amnesty International Italia, Anpi, Aoi, Arci, Baobab experience, Caritas italiana, Comitato internazionale per la pace in Sudan, Comunità Sant’Egidio, Comunità sudanese in Italia, Economia Disarmata – Movimento dei Focolari Italia, Emergency, Focsiv, Fondazione Nigrizia, Medici senza frontiere, Missionari comboniani provincia Italia, Rete italiana pace e disarmo, Un Ponte Per.
