Sfoglia la rivista
Logo 70°

Ricerca di base
Le parole digitate vengono cercate nel titolo e nel testo degli articoli pubblicati sul sito.
La ricerca mostrerà gli articoli che contengono tutte le parole inserite, indipendentemente dalla loro posizione o dall’ordine in cui le hai scritte.
I risultati sono in ordine cronologico (dal piu recente al meno recente).

Ricerca della frase esatta
Usa il filtro “Frase esatta” per trovare i termini nell’ordine preciso in cui li hai digitati.

Ricerca solo nel titolo
Usa il filtro “Solo nel titolo” se desideri che le parole digitate siano cercate esclusivamente nelle titolo dei contenuti.

Filtri avanzati
Se vuoi limitare la ricerca a una tipologia specifica dell’articolo, utilizza i filtri avanzati disponibili.

Ricerca per autore
Per cercare un autore e i suoi articoli:

  • Digita nome e cognome oppure solo il cognome nel campo ricerca.
  • Nei risultati, clicca sulla scheda dell’autore desiderato.
  • Nella pagina dell’autore troverai la sua biografia e la raccolta completa dei contenuti a sua firma.

Italia > Dibattiti

Come possiamo bloccare la macchina della guerra?

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Tracce di un dibattito promosso a Milano dal mensile Altreconomia a proposito di spesa militare e traffico di armi.  La sfida della capacità di incidere sulle scelte strategiche in campo energetico, finanziario e produttivo grazie ad un’informazione libera che non sia megafono del potere. Il contributo di Città Nuova

Manifestanti contro i bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran davanti alla Casa Bianca a Washington, DC, USA, 28 febbraio 2026. ANSA EPA/JIM LO SCALZO

Il grande appuntamento di Fa la cosa giusta ! che ogni anno si svolge a Milano radunando una miriade di realtà impegnate per la pace, l’ambiente e la giustizia sociale si è svolta dal 13 al 15 marzo 2026 in uno scenario mondiale segnato dall’estendersi e deflagrare della guerra mondiale a pezzi denunciata da papa Francesco, del quale abbiamo ricordato l’elezione al soglio di Pietro avvenuta il 13 marzo 2013. Un passaggio epocale.

Si può fare davvero la cosa giusta mentre Trump “il pacificatore” ha deciso di affiancarsi a Netanyahu nell’attacco militare contro l’Iran propagandando la necessità dei bombardamenti sulla popolazione civile come una necessità imposta dall’urgenza di rimuovere un regime teocratico e terrorista? La guerra che, come sempre, si ipotizza di poter tenere sotto controllo ma inevitabilmente è destinata a sfuggire di mano è destinata inevitabilmente a coinvolgere i Paesi europei, come dimostra la richiesta di intervento avanzata dagli Usa nello stretto di Hormuz. Invito respinto finora dai Paesi Ue e addirittura anche da Londra, anche se l’uso delle basi Usa in Europa sarà sempre più richiesto oltre il già importante aiuto logistico coperto da accordi ancora segreti.

In tale contesto ho partecipato come redattore di Città Nuova ad un dibattito tra i numerosi promossi dalla rivista Altreconomia sul tema “Spesa militare e traffico d’armi”. Materia che vede la vivace testata, connotata dalla rigorosità delle analisi, impegnata in prima linea con inchieste alla base di denunce circostanziate ad esempio sulla fornitura di materiale militare al governo israeliano nonostante la tragedia in corso a Gaza e nei territori occupati.

Una cifra comune che collega il lavoro di Città Nuova con Altreconomia è il rifiuto di quella “globalizzazione dell’indifferenza” che Leone XIV invita a respingere come una grave mancanza di speranza. E in tal senso la sfida dell’informazione, come ha detto il papa rivolgendosi alla redazione del Tg2, è quella di« non essere megafono del potere» e «mostrare il vero volto della guerra».

Nell’incontro svoltosi nel grande spazio dell’Arena della Fiera, Linda Maggiori, collaboratrice di Altreconomia, ha esposto i risultati dell’inchiesta sul porto di Ravenna e sugli altri scali nazionali da cui emerge come l’Italia sia diventata un corridoio privilegiato per gli armamenti diretti verso Israele e altri teatri di guerra, grazie a un travisamento della legge 185/90. In concreto è la distinzione tra “esportazione” e “transito”, fa osservare Maggiori, a provocare un corto circuito: «Se le armi sono prodotte all’estero (ad esempio nella Repubblica Ceca) e attraversano l’Italia per essere imbarcate da compagnie come ZIM o MSC, il governo applica un’interpretazione strumentale della legge: sostiene che l’autorità nazionale (UAMA) non debba intervenire. Esiste poi un buco normativo clamoroso: gli spedizionieri italiani che gestiscono questi carichi non sono obbligati a iscriversi al Registro Nazionale delle Imprese, sfuggendo così a ogni controllo rigoroso».

Sono significativi in questo senso i dati riportati da Linda Maggiori nel solo porto di Ravenna dove l’export di nitrato d’ammonio (un componente “dual-use” per esplosivi) è aumentata di 17 volte all’inizio del 2024 rispetto all’anno precedente. Parliamo di oltre 600 tonnellate di esplosivi e munizioni partite verso Israele. Questo traffico non è solo un problema etico, ma un pericolo concreto per la popolazione: ad esempio «a La Spezia, munizioni di classe 1.1 (esplosivi con rischio di esplosione di massa) transitano a soli 300 metri dalle abitazioni civili, senza che la popolazione sia informata o protetta da piani di emergenza adeguati».

Secondo la giornalista d’inchiesta, che ha ricevuto diverse minacce per il suo lavoro, solo l’azione dei lavoratori portuali e dei ferrovieri che si sono rifiutati di trasportare materiale bellico, unita alla vigilanza dei cittadini, è l’unico ingranaggio capace di inceppare questa logistica della morte.

Un momento del blocco del varco portuale di San Benigno nel porto di Genova, da parte dei portuali e associazioni in segno di protesta per il conflitto israelo-palestinese e il trasporto di armi verso il Israele da parte della compagnia Zim Integrated Shipping Services (Zim), Genova, 10 novembre 2023.
ANSA/LUCA ZENNARO

Gianluca Ruggieri, ricercatore dell’Università dell’Insubria, cofondatore della società “ènostra”, è intervenuto nel dibattito sottolineando come un’economia decarbonizzata possa essere uno strumento di disarmo evitando tuttavia di cadere in facili semplificazioni: «non bisogna credere che le energie rinnovabili portino automaticamente alla pace nel mondo; la realtà è più complessa, sebbene il legame tra risorse fossili e conflitti sia storicamente documentato (dalla Seconda Guerra Mondiale alle guerre del Golfo e in Libia)».

Siamo circondati, afferma Ruggieri, da Petrostati come gli Usa, diventati i maggiori produttori mondiali di gas e petrolio, e la Russia, la cui economia e capacità di influenza si basano sull’esportazione di idrocarburi. Ma dobbiamo anche fare i conti con gli Elettrostati, guidati dalla Cina, che sta spostando rapidamente i consumi verso l’elettricità (mobilità, riscaldamento) per ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio, sfruttando le proprie risorse di carbone e le rinnovabili.

E l’Europa? Si trova in una posizione di estrema vulnerabilità, importando il 95% del petrolio e l’85% del gas che consuma. Ma esiste da parte della Commissione Ue un freno verso la transizione energetica, come conferma il rinvio del bando alle auto a combustione nel 2035, nonostante la lezione della guerra in Ucraina suggerisca di uscire dalla dipendenza energetica il più velocemente possibile. Bisogna perciò reagire alla propaganda contro le rinnovabili, spesso finanziata dall’industria fossile. L’indipendenza energetica, sottolinea il ricercatore che gestisce anche una rubrica su Radio popolare, non è solo una battaglia per il clima, ma la via d’uscita dai conflitti per le risorse.

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance (a sinistra), il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (al centro) e il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth Durante una cerimonia per la morte di 6 marines Usa uccisi da un drone iraniano in Kuwait Foto Ansa

Luca Dubbini, responsabile delle filiali di Banca Etica a Milano ed esperto di finanza etica, è intervenuto esponendo il legame spesso opaco tra il sistema finanziario e l’industria degli armamenti.

«La finanza non è un’entità astratta: è mossa dai nostri soldi. Ma oggi assistiamo a un ribaltamento distopico. Sotto la spinta di figure come Mario Draghi, si sta tentando di includere l’industria bellica nei criteri ESG (Environment, Social, Governance). Produrre armi verrebbe considerato “socialmente sostenibile” in nome della difesa».

Dubbini ha evidenziato l’importanza del report “Zero Armi” della Fondazione Finanza Etica che rivela un dato inquietante: poiché i governi europei chiedono il riarmo, le banche private si sentono legittimate a ignorare le proprie policy etiche per rispondere a un presunto “mandato di mercato”. Colossi come BlackRock, Vanguard e State Street gestiscono il risparmio globale senza alcun legame con l’economia reale, orientando i capitali verso la produzione militare.

Tuttavia, afferma il referente di Banca Etica, «come risparmiatori non siamo affatto impotenti. Chiedere conto alla propria banca dei rapporti con le industrie belliche (Leonardo, RWM) e scegliere istituti che escludono categoricamente il finanziamento della guerra è un atto di potere economico diretto».

A partire da queste evidenze, nel mio intervento ho cercato di offrire una prospettiva necessaria per evitare di essere considerati come velleitari davanti alla forte pressione esistente a livello europeo per una politica di riarmo finalizzata alla trasformazione dell’economia in assetto di guerra.

La sfida non è solo dire “no” alle armi, ma costruire attivamente un’alternativa economica reale che liberi i lavoratori dal ricatto tra diritto al lavoro e diritto alla pace. Occorre non scordare che la legge 185/90 (che norma l’export di armi), ora sotto attacco, è nata grazie alla mobilitazione dal basso di lavoratori che fecero obiezione alla produzione bellica negli anni ’90 a favore di una diversa politica industriale. Per tale motivo è stato avviato, sotto impulso di Rete italiana pace e disarmo, un Laboratorio nazionale permanente sulla riconversione industriale intesa come una scelta di politica economica per la pace in grado di confrontarsi con il Libro verde sulla politica industriale elaborato dal Ministero dell’industria e Made In Italy.

L’immagine di una manifestazione del Comitato Riconversione Rwm (Foto Comitato Riconversione RWM)

Questo percorso non può essere calato dall’alto, ma deve partire dai territori e dalle loro contraddizioni, come dimostra l’esempio del comitato per la riconversione economica del Sulcis Iglesiente che in alternativa al progetto della RWM (fabbrica di bombe), ha avviato la rete di imprese Warfree e richiede una politica pubblica in grado di usare in tale direzione i fondi del PNRR e del Just Transition Fund.

Una medesima istanza è maturata con riferimento a Colleferro, un territorio devastato a livello ambientale dalla produzione bellica e chimica, dove la Rete tutela Valle del Sacco chiede una bonifica e una radicale riconversione ecologica.

In tale prospettiva l’obiettivo è quello di orientare in campo civile il grande patrimonio di conoscenze di Leonardo, società controllata da capitale pubblico, che ha seguito invece, negli ultimi 20 anni, il percorso inverso privilegiando il settore bellico. Una vera sfida che coinvolge la democrazia economica senza la quale quella politica e parlamentare si rivela sempre più fragile.

 

Riproduzione riservata ©

Esplora di più su queste parole chiave
Condividi

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile
e i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza!
Per informazioni: rete@cittanuova.it

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876