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Cultura > Intervista

Guardare ogni cosa come se fosse bella

a cura di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

In dialogo con Franco Arminio, fondatore della paesologia e del festival “La luna e i calanchi”

Scorcio di Aliano, sede del festival “La luna e i calanchi” (Foto wikimedia commons -Di Michele !O-Zone” Pinassi – Originally from it.wikipedia; description page is/was here. Original uploader was O-zone at it.wikipedia, CC BY 2.5 it, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3183808)

Il termine è poco noto ai più, ma racchiude in sé un modo diverso di osservare i piccoli paesi di cui l’Italia è costellata: è la paesologia, definita dalla Treccani come «l’arte dell’incontrare e raccontare i paesi e i luoghi, percepiti come centri di vita associata immersi nel territorio e nella storia e interpretati fuori da ogni rigido schema disciplinare». A coniare il termine è stato Franco Arminio, che con la sua poliedrica attività – è poeta, scrittore, regista, attivista, direttore artistico del festival “La luna e i calanchi” di Aliano, in Basilicata – ha voluto contribuire a costruire uno sguardo nuovo su queste realtà, ad incoraggiare un cambiamento culturale su come questi luoghi vengono percepiti e vissuti.

Il poeta Franco Arminio (foto da Facebook)

Partiamo intanto dal termine: che cos’è la paesologia, e cosa fa concretamente un paesologo?

La paesologia è una forma di attenzione ai paesi, che è interessata però non tanto e non solo al loro passato e alla loro storia, ma al loro futuro: significa chiedersi che cosa possono diventare questi luoghi, come possono essere rigenerati, perché i vecchi paradigmi non funzionano più. In questo senso, dico che amo i paesi e non i paesani, intendendo per paesani coloro che si limitano appunto a guardare al passato. Il contributo specifico del paesologo è quello di osservare i paesi, dare dei suggerimenti, far discutere: è un incoraggiatore militante, pur senza fare descrizioni compiaciute né negare i problemi. E poi, il paesologo va nei paesi innanzitutto perché è un piacere farlo: è lì che trova l’humus, la vita, il silenzio, la bellezza. Perché i paesi non sono un infermo da guarire, ma possono essere anche luogo di guarigione.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è tanto discusso del declino e dello spopolamento dei paesi; fino ad arrivare alla tanto discussa espressione usata nell’ultimo Piano strategico nazionale per le aree interne, che ha parlato di zone che possono solo essere accompagnate in un percorso di spopolamento irreversibile…

Innanzitutto, mi sembra che questo dibattito riguardi in realtà poche persone. Purtroppo in Italia scontiamo decenni di disattenzione a questo tema, non solo di lontananza della politica: non c’è produzione intellettuale né dibattiti veri in proposito perché si pensa ai paesi solo come un luogo del passato, e questo è un grave errore. Il futuro invece può essere ovunque, non solo in città.

Eppure si è tanto parlato di fuga dalle città, soprattutto dopo il Covid…

Sì, ma la realtà è che lì poi rimangono il lavoro e i servizi, e quindi al più ci si sposta nelle vicinanze per cercare un minore costo della vita. Ad ogni modo, la crisi della natalità e i problemi di vivibilità riguardano anche i grandi centri: mi trovo in questo momento a Milano, e non mi pare sia un luogo esente da criticità.

La sua è un’attività multiforme: da dove nasce questa poliedricità?

Mi piace scrivere sia in prosa che in versi, fotografare, fare piccoli video, sempre nell’ottica di raccontare i paesi in vari modi. Mi applico su diversi fronti, ma il fuoco che mi anima è sempre lo stesso. Scavo sempre nella stessa buca, ma una volta con una pala e l’altra con un cucchiaino.

Il festival “La luna e i calanchi”, multiforme come la sua opera – tra spettacoli, conferenze, letture e molto altro –, è l’esempio più visibile di questo impegno: a 13 anni dalla prima edizione, che bilancio ne può trarre?

Sicuramente è stato un grande elemento di crescita e di fiducia per il paese di Aliano, anche se inizialmente ho trovato qualche resistenza. Ho poi visto nascere altre iniziative ispirate a questa, che mi sembra obiettivamente un’esperienza di successo di cui nemmeno possiamo davvero calcolare la portata: tanti si portano a casa da Aliano dei semi e delle idee che nascono in seguito, è un incubatore di sogni e passione civile.

Può un festival essere la sede per trovare anche il modo di tradurre in azione queste idee?

Non credo. Ne abbiamo discusso a lungo, ma siamo di fronte ad una grave crisi politica e di vita comunitaria: magari bastasse un festival. Certo non bisogna rassegnarsi, ma continuare a fare fronte comune, tenere alta l’attenzione sul tema, parlare, proporre.

Tra i suoi interlocutori ci sono anche i giovani?

Bisogna essere onesti: il “prodotto tipico” dei paesi è l’anziano. Ci sono giovani anche nei paesi, ma spesso restano fuori dalla comunità. Certamente cerco di parlare anche con loro, che spesso sono migliori di quanto si creda: se li si va ad ascoltare si vede che alcuni sono tristi, ma altri sono pieni di voglia di fare. È fondamentale andare nei paesi, parlare con le persone.

Che invito sente di rivolgere ai lettori che non abitano i paesi, e viceversa a quelli che li abitano?

Ai primi dico: andate nei paesi, passate del tempo lì. Ce ne sono ancora tanti, in qualunque zona d’Italia, e non sono morti. Ai secondi invece dico: provate a vivere non da scoraggiatori. Ricordo spesso: guardo ogni cosa come se fosse bella, e se non lo è vuol dire che devo guardare meglio.

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