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Mondo > Scenari

Le ripercussioni in Africa del conflitto in Iran 

di Armand Djoualeu

- Fonte: Città Nuova

I Paesi africani sono altamente vulnerabili agli shock globali. Il conflitto in corso in Iran rischia di indurre un aumento significativo dei prezzi del petrolio, alimentando il timore di un’accelerazione dell’inflazione e di un’ulteriore pressione sulle valute del continente.

Una donna compra alimenti al mercato della Bastiglia, nel centro storico di Orano, Algeria, 5 novembre 2025. Foto: EPA/MOHAMED MESSARA via Ansa

La guerra in Medio Oriente minaccia le economie africane, suggerendo l’urgente necessità di strategie energetiche alternative. L’Africa è, ancora una volta, spettatrice impotente di una guerra che non ha voluto né dichiarato, ma di cui sta già pagando il prezzo.

L’escalation del conflitto che coinvolge l’Iran ha, ancora una volta, evidenziato la vulnerabilità dell’Africa agli shock globali legati alle materie prime e alla logistica.

Lo Stretto di Hormuz è una rotta marittima per il commercio petrolifero, attraverso la quale passa ogni giorno gran parte del petrolio mondiale. Circa un quinto del petrolio mondiale e flussi significativi di gas naturale liquefatto transitano attraverso i 33 chilometri di larghezza dello Stretto. Si tratta quindi di un importante punto strategico. Anche interruzioni parziali hanno ripercussioni immediate sui mercati energetici globali, facendo salire i prezzi di petrolio, gas, fertilizzanti e trasporti.

L’Africa rimane strutturalmente dipendente dagli idrocarburi, che esporta greggio e importa raffinato, con significativi rischi economici. Per Kamel Koné, presidente del Gruppo delle Società di Servizi per il Petrolio e il Gas della Costa d’Avorio (Gespetrogas-CI) e co-fondatore di Hydrodrill SA, l’attuale crisi evidenzia un paradosso lampante: l’Africa possiede petrolio, gas e potenziale industriale, ma rimane dipendente da catene di approvvigionamento globali che non controlla.

La maggior parte dei Paesi africani importa carburante o prodotti petroliferi raffinati (circa 120 milioni di tonnellate all’anno). La maggior parte delle economie africane dipende inoltre fortemente dalle importazioni di fertilizzanti e prodotti alimentari. L’inflazione di carburanti e prodotti alimentari, alimentata dall’aumento dei costi delle importazioni, potrebbe innescare crisi umanitarie ed esacerbare l’instabilità economica.

Per importatori netti come Kenya, Tanzania, Ghana, Senegal e Ruanda, la situazione è ancora più precaria. L’aumento dei costi del carburante e dei trasporti peggiorerà i deficit delle partite correnti, metterà a dura prova le riserve valutarie e complicherà gli impegni e i programmi con il Fondo Monetario Internazionale. Il Sahel, già fragile, potrebbe subire un rapido deterioramento.

L’impennata dei prezzi del petrolio sta riducendo la liquidità in dollari nei sistemi bancari africani. L‘inflazione relativa ai carburanti sta rapidamente influenzando i trasporti, la produzione di energia elettrica, la lavorazione dei cereali e la logistica delle celle frigorifere.

Delle 54 nazioni africane, 39 sono importatrici nette di petrolio. Questa realtà strutturale trasforma ogni crisi globale in una catastrofe locale.

Quando i prezzi del greggio salgono alle stelle a Dubai o a Rotterdam, è a Nairobi, Dakar e Johannesburg che le conseguenze si fanno sentire alla pompa.

Poiché in Africa quasi tutto il cibo e le merci vengono trasportati su strada, l’aumento dei prezzi del gasolio si riflette immediatamente sulle bancarelle dei mercati. Le famiglie rurali, già vulnerabili, vedono i costi di trasporto ed energia potenzialmente raddoppiare, esacerbando la povertà che decenni di politiche di sviluppo hanno faticato ad alleviare.

«L’Africa è un importatore netto di prodotti petroliferi, il che significa che è altamente esposta a shock come questo», spiega Nick Hedley, analista di Zero Carbon Analytics. Secondo lui, quando l’offerta globale si riduce, i prezzi aumentano, mentre le valute africane tendono a indebolirsi, poiché gli investitori privilegiano beni rifugio come il dollaro statunitense. Questa situazione aggrava l’impatto dell’aumento dei prezzi nelle economie dipendenti dalle importazioni, come Kenya e Ghana.

Il Sudafrica sta quindi accelerando le sue partnership con Cina e Russia per diversificare il proprio approvvigionamento energetico. L’Unione Africana (UA), da parte sua, chiede la creazione di un fondo di emergenza per stabilizzare i prezzi del carburante in tutto il continente. Diversi Paesi stanno valutando meccanismi di sussidi temporanei, rischiando però di aggravare deficit di bilancio già difficili. Il margine di manovra è limitato: pochi governi africani dispongono delle riserve fiscali necessarie per assorbire in modo sostenibile aumenti prolungati dei prezzi dell’energia. Gli esperti suggeriscono che le nazioni africane potrebbero dover esplorare soluzioni energetiche alternative per mitigare l’impatto delle fluttuazioni dei prezzi del petrolio. L’Africa potrebbe accelerare la sua transizione energetica: il continente possiede il più grande potenziale solare al mondo, che rimane in gran parte inutilizzato.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) stima che investimenti sostenuti nelle energie rinnovabili potrebbero ridurre la dipendenza dell’Africa dalle importazioni di idrocarburi del 20% entro il 2030. Tuttavia, senza ingenti finanziamenti internazionali e un quadro normativo stabile, questa trasformazione rimarrà una prospettiva lontana.

Allo stesso modo, l’AfCFTA (Area di libero scambio continentale africana) potrebbe contribuire a ridurre questa vulnerabilità, stimolando il commercio intra-africano e facilitando la circolazione di prodotti agricoli e industriali tra i Paesi africani. La resilienza economica dipende principalmente dalla diversificazione delle fonti energetiche, dal rafforzamento della produzione locale e dall’approfondimento dell’integrazione economica regionale.

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