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Italia > Intervista

Pombeni, perché voto Sì al Referendum sulla Giustizia

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

«Non si può partire nel valutare una riforma dai pericoli possibili che contiene. Storicamente si è affermata una cultura della magistratura come corporazione depositaria di un potere morale superiore. È un’ideologia giacobina molto pericolosa. Nel caso vincesse il Sì al referendum – afferma il politologo Pombeni – mi batterò per esigere leggi di applicazione equilibrate e animate dal desiderio di ridare alla giustizia e ai suoi operatori l’alta considerazione come istituzioni al servizio della società, liberandoli dalle illusioni e ambizioni di essere invece i pedagoghi della vita politica e pubblica». Ulteriori approfondimenti nel focus sulla separazione delle funzioni dei magistrati

Foto Pexels

Man mano che ci avviciniamo alla data del referendum sulla giustizia fissato per il 22 e 23 marzo 2026 appare sempre di più la rilevanza politica della contesa sulla riforma Nordio, la cui conferma sarebbe una vittoria del governo Meloni pronto a cambiare anche la legge elettorale.

Allo stesso tempo abbiamo visto, ad esempio, nell’occasione dell’anniversario dell’omicidio Bachelet un confronto amichevole sul merito della riforma tra Giovanni Bachelet, presidente dei comitati per il No, e Stefano Ceccanti, entrambi di estrazione cattolico democratica, ma collocati su posizioni opposte in merito al referendum sulla giustizia.

Abbiamo perciò sentito il parere del politologo Paolo Pombeni, accademico di fama internazionale e studioso di storia politica europea, professore emerito all’Università di Bologna, direttore della prestigiosa rivista culturale e politica il Mulino per il triennio 2024-2026.

Al di là del merito del referendum, non sarebbe opportuno non avallare questa riforma approvata senza dialogo con le opposizioni in un clima di forte contrapposizione ideologica? 

Le riforme su materie importanti, specie quelle che toccano la Carta Costituzionale andrebbero sempre fatte in un dialogo ampio fra le forze parlamentari. Nel caso specifico della riforma Nordio (ma anche di altre) però c’è un fatto su cui non si può sorvolare: il confronto parlamentare è risultato impossibile perché non c’è mai stata volontà di convergere. Sono quarant’anni che si discute sulla necessità di sistemare l’ordinamento giudiziario con un impianto accusatorio del processo e dunque con la distinzione dei ruoli fra magistratura giudicante e magistratura inquirente, venendo poi al problema di come riformare un CSM progressivamente divenuto un organismo inquinato da logiche correntizie e spartitorie. Ebbene: non se ne è fatto mai nulla, perché quando c’erano governi di sinistra l’opposizione di destra tutelava il corporativismo dei giudici e quando sono arrivati governi di destra l’opposizione di sinistra ha cambiato linea e ha fatto lo stesso.

Dunque, non c’è stata anche nel caso corrente la volontà pregiudiziale di non arrivare ad una soluzione condivisa, ma semplicemente il fatto che l’opposizione si è schierata, per ragioni di tattica politica, contro il governo e a sostegno della magistratura organizzata in correnti (che non è affatto tutta la magistratura), nella convinzione che questa la aiutasse poi a mettere in crisi il governo e la sua maggioranza.

Dunque, si può essere contrari o favorevoli alla riforma Nordio (per altro ancora al livello di uno scheletro da rimpolpare poi), ma non è corretto rigettarla perché non avrebbe tenuto conto dei pareri dell’opposizione. Per la semplice ragione che di misure concrete alternative per affrontare le disfunzioni dell’attuale impianto non ce ne sono. Aggiungiamo che la magistratura organizzata ha osteggiato fortemente già la riforma Cartabia e ne parla malissimo… Qualcosa vorrà pur dire.

Quali sono le ragioni che la spingono a votare per il Sì pur di fronte ad analisi accurate sul pericolo della riforma riportate da Giovanni Bachelet su Il Mulino?

Non si può partire nel valutare una riforma dai pericoli possibili che contiene: non esiste una legge che possa essere priva di rischi. Io parto non dalla considerazione di pericoli futuri, sempre ipotetici, ma dai guasti presenti nell’attuale sistema di gestione affidato al CSM. In astratto un CSM senza le storture correntizie che si sono affermate da un certo punto in avanti della sua storia non mi porrebbe problemi. Me li pone il fatto che storicamente si è affermata una cultura della magistratura come corporazione depositaria di un potere morale superiore che le dà un mandato a “controllare”, mandato che non è scritto nella nostra Carta. È una ideologia giacobina molto pericolosa quella che si cerca di affermare: i giudici non sono un tribunale “morale”, sono un presidio tecnico che serve a risolvere, sulla base di leggi che vengono fatte da altri organismi, le storture che si possono produrre nella vita concreta. Come diceva Montesquieu, nella divisione dei poteri i giudici sono “un potere neutro”.

Penso dunque che, pur con tutte le incognite che ogni riforma inevitabilmente ha, sia meglio tentare la via di cambiare il quadro “mentale” prima ancora che istituzionale della magistratura, come corporazione del contro-potere così come attualmente finisce per essere. Poi, per il piccolissimo che potrò fare, nel caso vincesse il sì al referendum, mi batterò per esigere leggi di applicazione equilibrate e animate dal desiderio di ridare alla giustizia e ai suoi operatori l’alta considerazione come istituzioni al servizio della società, liberandoli dalle illusioni e ambizioni di essere invece i pedagoghi della vita politica e pubblica. Mi permetto di dirlo da figlio di un magistrato che è andato in pensione nel 1967, quando era un’altra epoca.

L’ eventuale vittoria del Sì non sarebbe un via libera per il governo a procedere rapidamente ad approvare una legge elettorale disegnata a suo favore?

Non c’è connessione fra i due eventi. La riforma elettorale è una legge ordinaria che può venire approvata dalla sola maggioranza anche se fosse sconfitta al referendum e l’eventuale referendum per abolirla richiederebbe il raggiungimento del quorum, il che di questi tempi è un’impresa proibitiva. Dunque, di per sé, la maggioranza può benissimo procedere a farsi una propria legge anche se uscisse ammaccata dalle urne referendarie. Anche qui sarebbe bello che una legge tanto delicata venisse approvata a larghissima maggioranza, ma di questi tempi è un sogno. Penso che il destra-centro, ammonito da quel che sta succedendo con l’attuale referendum, forse sarà un po’ meno “bersagliere” nel gestire questo passaggio, anche se le spaccature al suo interno sono tali e tante che non lo vedo messo bene in questa impresa.

Personalmente giudico non positivamente la bozza di legge elettorale che è stata presentata dalla maggioranza per ragioni che ho ampiamente espresso in un articolo di questa settimana su Il Mulino online. Non è il problema che la riforma elettorale cerchi di produrre governi con una certa stabilità, è il fatto che il premio di maggioranza è sproporzionato, che non fa nulla per contrastare l’astensionismo, che prevede candidature bloccate decise dai caminetti dei partiti, ecc. Però anche qui l’opposizione anziché stracciarsi le vesti per continuare nella commedia della finta lotta fra angeli e demoni, mostri la capacità di proporre un progetto alternativo che chiaramente inizi, per esempio, a mettere in discussione il potere dei gruppi dirigenti dei partiti di spartirsi le candidature, che obblighi le coalizioni a stare poi unite in un programma davvero comune, ecc.

Quali aspetti della normativa sulla giustizia andrebbero riformati a suo parere per far crescere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni?

Il primo problema è una riforma di mentalità: una cultura del diritto non come strumento per costruire una società perfetta stroncando i non molti che si riescono a colpire (spesso sparando nel mucchio), ma come occasione per dare giustizia nelle controversie, il che implica tempi ragionevoli, procedure non barocche (cosa che non piace tanto agli avvocati), e razionalizzazione dei percorsi a seconda dei casi. Una lite di condominio non può essere trattata come una vertenza fra colossi finanziari, un caso di incidente stradale come un efferato omicidio. Si dirà che non è così, ma è vero solo se non ci sono di mezzo parti che possono permettersi avvocati di grido o PM che devono mostrare al pubblico il loro potere.

Non sono un tecnico, ma penso che per esempio andrebbe rivisto il meccanismo dei tre gradi di giudizio, in cui il ricorso in Cassazione, che dovrebbe essere una cosa particolare per i casi dove ci siano effettive questioni di interpretazione delle norme, è diventato uno scalino obbligato intasando quella Corte che non riesce più a pronunciarsi in tempi accettabili.

Il problema principale rimane sempre, a mio modesto avviso, quello dei tempi. Andrebbe ripensato il sistema dei giudici di pace che doveva sburocratizzare le vertenze minori e che invece è una replica in piccolo del sistema delle Corti maggiori, favorire gli arbitrati (si pensi al successo di una trasmissione come Forum), istituire sistemi di giustizia interna rapida e senza complicazioni procedurali per i conflitti nella pubblica amministrazione ai vari livelli.

Ma ripeto: non sono un tecnico (la mia laurea in giurisprudenza risale a cinquant’anni fa e non ho mai esercitato professioni giuridiche) e dunque le mie impressioni valgono poco.

Ulteriori approfondimenti sulle ragioni del Sì e le ragioni del No nel focus di Città NuovaReferendum sulla giustizia 2026, approfondisci le diverse posizioni“.

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