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Cultura > Musica classica

Spettacoli al Teatro dell’Opera

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

A Roma l’Inferno di Lucia Ronchetti e l’Arianna a Naxos di Strauss dialogano in contemporanea.  Chalamet, il gaffeur

0_Ariadne auf Naxos 2018 ©Semperoper Dresden_Ludwig Olah_GP_273

Inferno

Dante è sempre attuale. Così Lucia Ronchetti, compositrice assai nota anche all’estero, rilegge l’Inferno o meglio alcuni episodi della Cantica, soffermandosi su figure rilevanti, tra le quali Caronte, Minosse, Filippo Argenti, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, il conte Ugolino ed ovviamente Ulisse, Francesca e Lucifero.

Legge alcuni versi, con vera intensità, Tommaso Ragno. L’opera tende al monumentale: attori, voci soliste, ensemble musicale maschile, coro misto e una piccola orchestra.

Musicalmente l’opera tende al monumentale: suoni polifonici, ritmi contemporanei, recitativi parlati o musicati, nessuna melodia udibile, spazio giustamente lasciato ai versi danteschi e alle voci, tutte interessanti.

Dirige Tito Ceccherini che evidentemente conosce bene la partitura e firma la regia David Hermann.

L’allestimento prevede una sorta di condominio infernale dove si svolgono nella oscurità le diverse scene nel viaggio agli inferi, e bisogna dire che funziona, come del resto la performance dei cantanti-attori. Il linguaggio della musicista fondato sulla accentuazione del suono è tuttavia a volte eccessivo e la presenza delle percussioni usate al limite dell’udibile, se da una parte richiama la ”bufera infernal”, dall’altra risulta frastornante sul resto.

La novità sulla commistione di voci strumenti e poesia è davvero interessante, in particolare la presenza di Dante come narratore e come voce interiore. L’interrogativo rimane sulla musica, fredda e mentale, forse troppo voluta che sentita: colpisce, ma è Dante con i suoi versi a farlo veramente. E ci emoziona.

0_Ariadne auf Naxos 2018 ©Semperoper Dresden_Ludwig Olah_GP_380

Ariadne auf Naxos (Arianna a Naxos)

Un Prologo e un atto, versi di Hugo von Hofmannsthal e musica di Richard Strauss, anno  1912. Operazione singolare, che unisce e mescola comicità e mitologia, mancava da decenni da Roma.

Il fascino sta nell’aria lievemente mozartiana che riecheggia nella partitura, tra citazioni beethoveniane e wagneriane -Tristano e Isotta, i lunghissimi finali – e di buffonerie italiane settecentesche, arditezze novecentesche a ricordi arcadici. Tutto ricreato con una raffinatezza, una ricchezza di dettagli, di una dolce euforia che fa star bene.

Già perché il mito classico di Arianna abbandonata da Teseo e salvata da Dioniso si unisce all’opera “prima” di un autore alla corte del riccone settecentesco, dove i componenti di due compagnie – una buffa italiana, una seria tedesca – che si contrastano in ogni modo tra lazzi, carinerie, dispetti, finisce per creare un lavoro che si prende alcuni pezzi di ciascuna opera buffa e seria per la gioia degli ascoltatori.

Complici le scene di Jo Schramm, semplicissime nel Prologo- una parete con porte e finestre glabre -, e di un certo languore boschereccio rococò nell’atto unico, con la grazia delle luci delicate, e la regia intelligente, rispettosa della musica di David Hermann, per nulla invadente, la metamorfosi tra uomo e natura cara ad Ovidio viene resa dalla trasparenza musicale affascinante e divertente.

Dirige senza bacchetta, ormai è un uso, Maxime Pascal, 40 anni, concentrato, attentissimo alle sfumature, al bel suono, senza eccessi plateali, misurato. Belle le voci, specie quelle femminili tra cui spiccano la Zerbinetta belcantistica nel Rondò di Ziyi Dai, e quella veramente mozartiana di Angela Brower insieme allo spessore vocale di Axelle Fanyo, una Primadonna di valore e poi l’intero cast maschile: tutti intonati, ben presenti anche scenicamente in questa opera-commedia che grazie alla regia divertente e garbata lascia che la musica astutissima e ispirata di Strauss conquisti il suo spazio e piaccia al pubblico. Da ripetere.

 La gaffe di Timothée Chalamet

Il giovane attore candidato agli Oscar se n’è uscito con un discorso sull’opera e il balletto che a parer suo sono noiosi e datati. Ira universale, a partire dagli Usa. A Roma gli hanno risposto che quando tornerà, non vada solo allo stadio, ma gli pagano – poverino!- anche il biglietto per il teatro. Forse imparerà qualcosa, dato che non sembra un mostro di cultura, per quanto bravo come attore. A Firenze, le perfide lingue dantesche, lo hanno invitato al maggio, dove sarà regista di un’opera proprio l’ amico e mentore Luca Guadagnino! Va bene essere una star, ma forse dovrebbe studiare ancora un po’. Come ha fatto Leonardo Di Caprio che non ha sbagliato  un film né un rapporto con il pubblico.

Lui ora sta zitto, fa bene, forse, ci sono gli Oscar in arrivo, ma prima o poi dovrebbe scusarsi con le migliaia di persone che lavorano per la bellezza.

 

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