In prossimità della festa del papà, il mio pensiero va, oltre che a mio padre, a tutti loro. Ne ho conosciuti tantissimi nel corso degli anni perché, come insegnante in un liceo scientifico, venivano ai colloqui settimanali o generali. I papà sono persone normali, con pregi e difetti, estroversi o introversi, altezzosi o umili, generosi oppure egoisti, riflessivi o impulsivi, taciturni o chiacchieroni.
Il padre migliore è colui che non sa, a volte, cosa sia giusto o sbagliato, ma che tenta di capire i figli e li sa accompagnare con tanta umiltà perché, in ogni situazione, prendano la decisione giusta. Sono persone comuni che i nostri occhi di bambini trasformano in supereroi invincibili, capaci di allontanare ogni nostro nemico o timore. Se un padre ama i propri figli, è insostituibile, prezioso, capace di trasformare ogni istante della loro esistenza. Ci sono però, anche i padri padroni, quelli violenti con i propri familiari, quelli che lasciano un segno terribile in chi ha la sventura di viverci insieme. Ed è giusto parlarne per essere veritieri, ma anche per affrontarli insieme, perché possano ravvedersi, chiedere perdono per il dolore che hanno causato e tentare di porvi rimedio.
Nel vecchio modello di famiglia il padre ricopriva un ruolo importante: era il capo indiscusso di una mini società, un nucleo familiare con numerosi figli e parenti. Bastava un suo sguardo per stroncare sul nascere ogni litigio, ogni discussione e perfino ogni rifiuto di finire ciò che c’era nel piatto. Spesso, in famiglia, era l’unico che lavorava quindi passava molto tempo fuori casa. Talvolta, quando tra fratelli ci si comportava male, bastava che la mamma dicesse: «Stasera lo dirò a vostro padre» per diventare improvvisamente degli angioletti. Il ruolo del papà è profondamente cambiato negli ultimi 20 anni. Egli tende a condividere e a partecipare in modo più attivo alla crescita dei figli. Già durante la gravidanza aiuta la propria compagna nell’occuparsi della casa, partecipa addirittura ai corsi preparto, assiste al parto e quando il figlio o la figlia nasce se ne prende cura. Il papà è una figura sicuramente speciale, unica, ma la sua importanza dipende anche da coloro che sono accanto a lui, alla stima, all’attenzione e all’affetto ad essi riservato. Diceva Friedrich Schiller: «Non è la carne né il sangue, ma il cuore che ci rende padri e figli».
È la prima vera armatura che protegge da ogni male. Per il figlio maschio il proprio padre è il primo da imitare, la persona con cui confrontarsi e su cui poter contare. Ma per una figlia diventa il primo, vero, grande amore della vita, quello che si vorrebbe sposare, l’unico in grado di avvolgerti e proteggerti con la sua tenerezza. Io sono stata formata e trasformata dall’amore di mio padre: dal suo sguardo affettuoso, dalle sue braccia spalancate, dal suo sorriso, dalle sue passioni, dalla sua profonda cultura, dal suo essere fiero di me. Il rumore più bello della mia infanzia era sentire le sue chiavi che aprivano la porta di casa: gli correvo incontro felice! Ero così piccola che la mia testa gli arrivava alle ginocchia e lui mi sollevava in alto quasi a farmi toccare il cielo. Era la mia guardia del corpo personale. Anche quando, ormai molto vecchio, andavamo ogni giorno a spasso insieme, mi diceva: «Attenta, Anna, a dove metti i piedi!».
Ogni papà ha il suo modo di essere, di parlare, di giocare, di cantare, di guardare, perfino di ridere e di fischiare. E questa caratteristica rimane impressa nei figli per affiorare improvvisamente quando qualcuno la fa venire in mente. I papà devono mostrarsi forti anche quando dentro si sentono fragili, devono mostrarsi capaci di prendere decisioni anche se non se le sentono, devono mostrarsi sorridenti pur se il loro cuore è afflitto.
Quello che i papà non dicono sono i loro sentimenti più profondi, le loro ansie per il futuro dei figli, per i quali vorrebbero sempre il meglio e invece, a volte, li vedono annaspare, perdere colpi, soffrire. Spesso ho raccolto i loro sfoghi e le loro preoccupazioni, i rimorsi per sbagli fatti per eccessivo rigore o per lasciarli più liberi. Ho visto padri piangere non per qualche voto negativo, a quello si può rimediare, ma per i figli che rifiutavano ogni dialogo, ogni aiuto pur vivendo dei momenti difficili. Ho accolto quel senso d’impotenza verso figli adolescenti, che li escludevano all’improvviso dalla loro vita, o verso mogli che li allontanavano dal menage familiare perché li ritenevano incapaci. «Dove ho sbagliato, prof?», alcuni papà mi chiedevano alla fine di un lungo colloquio.
Conservo ancora una lettera di un papà in risposta ad una mia per avvertirlo di un comportamento sbagliato che avevo notato in suo figlio. Ecco la sua risposta: «Quello che ha fatto mio figlio è davvero grave. Le scrivo innanzitutto per ringraziarla e, allo stesso tempo, per scusarmi. Provo amarezza, sconforto e disorientamento. L’ atteggiamento di Mattia mi costringe a mettermi in discussione come padre. Ho molto apprezzato la sua attenzione e il consiglio che mi ha dato. È vero, con questo gesto mio figlio ha voluto lanciarmi un SOS. Soffre per le mie frequenti assenze e si preoccupa che nascondano un pericolo di crisi coniugale. Provvederò a dissipare ogni nuvola. Intanto desidero rassicurarla del completo appoggio che troverà in me. Io conto sul suo. Con grande stima, un caro saluto».
Da quel papà ho compreso che ogni relazione, anche quella tra padri e figli, deve avere la valenza del dono, dell’aiutarsi a vicenda nell’accettare i limiti e le fragilità gli uni degli altri. A volte i figli vorrebbero un papà diverso, ma anche qualche papà vorrebbe cambiare il proprio figlio. Sarebbe invece importante partire da ciò che ci unisce ed accettarci così come siamo senza volerci cambiare. Quanta ricchezza e doni abbiamo dentro di noi proprio perché diversi!
Perciò grazie papà!
Siete preziosi per noi, non dimenticatelo mai! Buona festa!
Annamaria Carobella