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Italia > 8 marzo

Procuratore Menditto: Solo sì è sì. Col dissenso è più difficile provare le violenze sessuali

a cura di Sara Fornaro

- Fonte: Città Nuova

Sara Fornaro

Senza consenso è stupro. Secondo i dati, non è vero che le donne denunciano false violenze sessuali per vendetta. Intervista all’ex procuratore capo di Tivoli, Francesco Menditto, che afferma: «Con il dissenso sostanzialmente non sarà più punito il delitto di violenza sessuale»

Un momento della manifestazione nazionale contro il ddl Bongiorno, promossa dai centri antiviolenza e dalle realtà femministe e transfemministe per ribadire l’importanza di mantenere il concetto di “consenso libero e attuale” nella legge contro la violenza sessuale, Roma, 28 febbraio 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

«Con la nuova formulazione del reato di violenza sessuale si compie un grande passo indietro. Se dovesse passare il dissenso, sarà ancora più complicato provare il delitto di violenza sessuale». Lo afferma Francesco Menditto, già procuratore capo di Tivoli. 70 anni, è sposato con Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Corte di Cassazione, con cui condivide anche l’impegno nel contrasto alle violenze contro le donne.

Il procuratore Francesco Menditto, foto propria

La violenza nascosta nel linguaggio

«Mogliettina mia, siccome so che ti piacciono i jeans, quel modello che aveva la signorina non lo comprare, va bene? Grazie. È pura gelosia!». Dal palco dell’Ariston di Sanremo, il conduttore Carlo Conti ha mostrato ciò che in una coppia non si deve fare. Se l’amore non è possesso, nessuno si può imporre all’altro/a. Alle polemiche, Conti ha risposto: «Noi fiorentini abbiamo uno spirito goliardico che non tutti riescono ad apprezzare. Mia moglie ha colto il senso della mia battuta, è questo che conta».

Il murales dedicato a Giulia Cecchettin realizzato a Milano dell’artista Fabio Ingrassia. ANSA/ PAOLO SALMOIRAGO

Sul palco dell’Ariston quella sera è salito anche Gino Cecchettin, padre di Giulia, uccisa a 22 anni con 75 coltellate dall’ex fidanzato Filippo Turetta. «La violenza mette le radici nel linguaggio che usiamo, nelle giustificazioni che inventiamo e in quelle piccole forme di controllo che, per troppo tempo, abbiamo spacciato per normalità. Abbiamo il dovere di interrompere questo meccanismo e scegliere il rispetto, l’ascolto, la responsabilità». Nello spot presentato dalla Fondazione dedicata a Giulia (clicca qui per vederlo), alcuni uomini si lamentano: «Non si può più dire niente… Io le ho detto di non vestirsi così… Io le ho solo controllato il telefono. Io ho mandato in giro un paio di foto…». Poi, appare una scritta: «La violenza non nasce all’improvviso. Si insinua nella nostra cultura: se non cambiamo, cambieranno solo i nomi delle vittime».

Quest’8 marzo le donne, ma non solo, vogliono parlare di contrasto alle violenze, ma soprattutto di consenso. Nel 2025, maggioranza e opposizione avevano modificato l’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale. Era stato introdotto il consenso. Finalmente si stabiliva che «solo sì è sì». Poi, con un emendamento della senatrice Giulia Bongiorno (Lega), è subentrato il dissenso. Con quali conseguenze? Ce lo spiega il procuratore Menditto. 

L’avvocata e senatrice Giulia Bongiorno, 8 novembre 2023. ANSA/FOIS

Modifica del reato di violenza sessuale (art. 609 bis codice penale): le forze politiche avevano raggiunto un accordo sul consenso…
Il disegno di legge approvato all’unanimità dalla Camera prevedeva che costituiva violenza sessuale il compimento di atti sessuali in assenza della volontà libera e attuale della persona offesa. Quella norma corrispondeva esattamente a quello che chiedono le fonti sovranazionali: la Corte europea dei diritti dell’uomo, per esempio, dice con chiarezza che deve essere punita la violenza sessuale in assenza di consenso.

Perché il consenso è importante?
Noi abbiamo due modi per contrastare la violenza sessuale. Il primo è quello del consenso, cioè dell’assenso affermativo: solo il sì è sì. È il modello spagnolo e francese ed è abbastanza chiaro, perché se l’atto sessuale deve essere una relazione tra due persone pari, in cui non c’è uno che sovrasta l’altro, in modo diretto o indiretto, è chiaro che ci deve essere il consenso di entrambi, espresso verbalmente o attraverso gesti concludenti. Non c’è bisogno di firmare nessun atto notarile. La Cassazione già interpreta così la norma: se non c’è consenso, è reato. Ciò che si chiedeva era di scriverlo nella norma, perché i giudici di merito non sempre la applicano. Il secondo modo per contrastare la violenza è il dissenso. 

Un momento della manifestazione nazionale contro il ddl Bongiorno, Roma, 28 febbraio 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

Con il passaggio al dissenso cosa cambia?
Si ribalta completamente la situazione e si dice che è violenza sessuale l’atto sessuale compiuto contro la volontà della persona offesa. Per essere reato bisogna esprimere il dissenso. È il sistema tedesco: “no è no”, ma è completamente diverso dalla formula: “solo sì è sì”. I delitti di violenza sessuale sono commessi per il 91% da uomini nei confronti delle donne. Con la nuova formulazione si compie un grande passo indietro. Se dovesse passare, sarà ancora più complicato provare il delitto di violenza sessuale, tant’è che nel testo proposto hanno dovuto fare delle precisazioni: è volontà contraria se il gesto è repentino e non si ha tempo di reagire, se la persona è nell’impossibilità di reagire (ad esempio è ubriaca o sotto sostanze stupefacenti). Non hanno previsto chiaramente il freezing, cioè l’immobilizzazione che il 70% delle vittime prova, e restano escluse altre modalità di stupro. Con il dissenso sostanzialmente non sarà più punito il delitto di violenza sessuale. La modifica taluno l’ha proposta dicendo che le donne denunciano per vendetta.

È vero? Le donne denunciano per vendetta?
È falso! Studi internazionali dimostrano che le denunce che comportano la calunnia, cioè la falsa denuncia da parte delle donne, a livello internazionale sono del 2%, una percentuale pari a qualunque altro reato. Nell’ultimo anno in Italia non esistono condanne irrevocabili confermate dalla Cassazione per calunnie di donne ai danni di uomini, ne esiste solo una, di un uomo che ha calunniato una donna accusandola di avergli cagionato delle lesioni. Divulgare affermazioni non supportate da dati scientifici o statistici serve solo a scoraggiare le donne a denunciare.  

La procura di Tivoli è nota per l’azione integrata contro la violenza sulle donne. Perché?
Dal 2019 le leggi impongono alla magistratura di trattare con molta attenzione questi delitti. Alla procura di Tivoli lo abbiamo fatto già dal 2016, perché sono delitti quantitativamente molto numerosi, anche se poco denunciati, in cui le donne vittime di violenza hanno una grande sfiducia nella giustizia. Sono delitti che incidono fortemente sull’incolumità fisica e psicologica delle vittime, quindi devono essere trattati in maniera prioritaria. Io ho avuto la fortuna di occuparmi di criminalità organizzata, che si contrasta con un lavoro di rete. Insieme a colleghi e colleghe bravissimi a Tivoli ho cercato di mettere a frutto questa esperienza. 

Presidio regionale “Senza consenso è stupro” contro il Ddl Bongiorno e per Zoe Trinchero, la ragazza di 17 anni uccisa nell’Astigiano, Torino, 19 febbraio 2026. ANSA/TINO ROMANO

Come li avete messi in rete?
Abbiamo messo intorno a un tavolo i magistrati del pubblico ministero, la polizia giudiziaria (polizia, carabinieri e finanza), l’avvocatura, i direttori delle Asl, perché dirigono i consultori familiari e antiviolenza, i direttori dei pronto soccorso, i responsabili dei centri antiviolenza, l’ordine degli psicologi, i sindaci che si occupano dei servizi sociali. Abbiamo individuato degli obiettivi comuni e li abbiamo portati avanti con un lavoro di rete, ognuno con la propria specificità, in cui si affrontava quello che è un fenomeno criminale al pari della criminalità organizzata. Alla Procura di Tivoli abbiamo trasmesso fiducia alle donne e abbiamo avuto il raddoppio delle denunce.

Nel 2025 è stato approvato all’unanimità il reato di femminicidio. Era necessario un nuovo reato?
Assolutamente sì. La politica ha avuto una comune attenzione verso questo fenomeno. Adesso c’è un delitto specifico che punisce l’uccisione di una donna in quanto donna per ragioni di odio, possesso, dominio, controllo, perché non accetta una relazione affettiva o si vuole separare, o perché non vengono rispettati i suoi diritti individuali. Anche gli uomini vengono uccisi dalle donne, ma per altri motivi. Normare il delitto di femminicidio significa anche eliminare una discriminazione. 

Un momento della manifestazione contro la violenza sulle donne, No Ddl Bongiorno, in piazza Santi Apostoli, Roma, 15 febbraio 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

In che senso?
Molti si sono opposti perché hanno detto che la vita dell’uomo vale quanto quella della donna e quindi non è giusto punire i due reati diversamente. La Corte costituzionale ha detto che è vero che tutte le vite sono uguali, però ci sono delle ragioni per cui alcuni omicidi sono puniti più gravemente di altri, dipende dal bene giuridico che si vuole tutelare. In questo caso noi abbiamo la necessità di creare delle norme, attraverso l’attuazione dell’articolo 3, comma 2 della Costituzione, che riconoscano la discriminazione delle donne, che comporta la loro uccisione. Fino al 1950 l’uomo poteva picchiare la donna per educarla; aveva il matrimonio riparatore, per cui se violentava una donna bastava sposarla per estinguere il reato; la poteva uccidere con il delitto di onore, per il quale veniva punito con una pena leggerissima. Finalmente la donna è diventata un soggetto a pieno titolo e viene “scritta” nel codice come tale. Prima non c’era la parola donna, se non in casi marginali, e questo è un punto di approdo importante.

Come prevenire le violenze contro le donne?
Il codice penale interviene quando la violenza già è stata commessa: maltrattamento, stalking, violenza sessuale, femminicidio, per sanzionare queste condotte e tutelare le vittime. Bisogna prevenire i reati, ma nel caso della violenza contro le donne è molto più complesso, perché l’origine di questo fenomeno criminale è storica, con la donna sempre in una posizione di subordinazione rispetto al genere maschile. Bisogna sradicare una cultura millenaria che ognuno di noi ha dentro e ciò richiede un forte impegno educativo verso uomini e donne fin da bambini. Ci arriveremo, ma ci vuole molto tempo. Nel frattempo bisogna reprimere questo fenomeno criminale, ma le donne hanno ancora paura di denunciare, temono di non essere credute, perciò suggerisco alle donne che vogliono denunciare di rivolgersi prima a un centro antiviolenza o a un avvocato (che per questi reati paga lo Stato). Comunque
manca ancora una formazione adeguata sia delle forze dell’ordine che dei magistrati e di tutti coloro che operano in questo settore. C’è stato un grande impegno, ma se non si conosce il fenomeno criminale, se non ci si libera dei pregiudizi esistenti, non si possono fare significativi passi avanti. Le leggi ci sono, manca la loro concreta applicazione.

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