Sabato scorso è iniziato l’attacco su larga scala all’Iran da parte di Israele e Usa, annunciato da anni. Attacco sferrato nel bel mezzo di promettenti trattative diplomatiche, del tutto ignorate se non addirittura volutamente usate per confondere le idee agli iraniani. Ne sta seguendo un’escalation di rabbiose risposte a raggio sempre più ampio che rischia di andare ben oltre la dimensione regionale, scatenando un altro capitolo della Terza Guerra Mondiale a pezzi profetizzata da papa Francesco. La retorica del potere, come da copione, sovrabbonda ed esibisce orgogliosa le sue “giuste cause” per mostrare la necessità e il dovere “rigorosamente morale” di scoperchiare il vaso di Pandora senza curarsi delle conseguenze. Nell’ostinata illusione che una volta usciti tutti i mali si riesca a fare una pace che li costringa rientrare nel vaso, dove rimane invece rinchiusa solo la speranza.

Palazzi distrutti a Teheran, Iran, dai bombardamenti di Israele e USA. Foto Ansa, EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
Al di là delle “cronache belliche” che occupano buona parte dell’informazione mainstream, «l’attacco all’Iran combinato [dagli Usa] con Israele – scrive Lucio Caracciolo su Limes – è guerra preventiva contro una potenza talmente malridotta che alla vigilia dell’attacco aveva accettato di rinunciare nei fatti all’atomica, come svelato dal ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore fra Washington e Teheran. Trump e Netanyahu vogliono prevenire la pace. E mentre l’eliminazione di Khamenei apre a diverse incognite, l’attacco rischia di volgere in conflitto regionale».
Trump ha spiegato il suo attacco armato con la necessità di eliminare le scorte nucleari che gli iraniani stavano ripristinando. Oltre ad un non convincente appello al popolo iraniano per esortarlo ad agire contro il regime che lo opprime, non accampa altre implicazioni se non che “sentiva” di doverlo fare prima che lo facessero i pasdaran. Mi azzardo a porre una questione ulteriore: una delle cause dell’attacco, potrebbe essere anche quella di bloccare l’esportazione di petrolio iraniano verso la Cina o mettere uno stop alla continua crescita economica degli “insopportabili” Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, ecc.)?
Resta il fatto che nel suo primo anno dal ritorno alla Casa Bianca, Trump ha già ordinato più di 650 attacchi (quasi 2 al giorno): contro Yemen, Somalia, Venezuela, Colombia, Messico, Repubblica Dominicana, Nigeria e Iran, l’attacco di giugno e quello attuale. Conflitti decisi e attuati, tra l’altro, sempre più in solitaria: nessuna informazione previa agli alleati della Nato o allo stesso Congresso Usa. Un’attività armata così frenetica che potrebbe mettere in forse il Nobel per la pace, a cui il tycoon teneva tanto.

I danni provocati dai bombardamenti di Israele e USA in Iran visti dal satellite. EPA/IMMAGINE SATELLITE ©2026 VANTOR, Ansa
E poi c’è il fedele alleato Netanyahu. Mi sorge un altro dubbio: tra i due chi è fedele alleato di chi? Comunque, in questo caso Netanyahu potrebbe essere alleato di Trump anche per motivi elettorali. Elezioni in vista: per Netanyahu quelle politiche di ottobre e per Trump quelle di midterm a novembre. Un’impresa che li accrediti come liberatori potrebbe risultare utile, a scanso di sorprese.
Nella visione del mondo che sostiene l’impegno di Netanyahu (e dei suoi alleati di governo) a passare da un conflitto all’altro, ci metterei anche quanto emerge dalla recente intervista di Tucker Carlson (convinto promotore del Movimento Maga) all’ambasciatore statunitense a Gerusalemme, Mike Huckabee: sionista cristiano e convinto sostenitore del sionismo israeliano più intransigente e fondamentalista. Al jazeera ne parlava così il 23 febbraio scorso: «Huckabee ha ipotizzato che Israele abbia un diritto divino su un territorio che si estende dal fiume Eufrate al Nilo, comprendendo Libano, Siria, Giordania e parti dell’Arabia Saudita», oltre a un po’ di Egitto.
Un commento non troppo diplomatico dell’ambasciatore stesso: «Sarebbe bello se prendessero tutto», aggiungendo che «i confini geografici di Israele sono radicati nella Bibbia», una convinzione che i sionisti cristiani condividono con certi colleghi ebrei. È vero che non c’è l’Iran dentro a quei biblici confini, ma la minaccia costituita dal regime iraniano è senza dubbio d’intralcio alla realizzazione del vagheggiato “Grande Israele”. L’ambasciatore avrebbe in seguito aggiunto che forse aveva un po’ esagerato, ma che comunque Israele ha diritto alla sicurezza all’interno dei suoi confini. Sottinteso: senza una Repubblica islamica che lo minacci, o che gli faccia ombra.
