Stiamo seguendo con il fiato sospeso – come del resto tutto il mondo sta facendo in queste ore – lo sviluppo della guerra scatenata da Netanyahu e Trump con l’attacco improvviso all’Iran. Seguendo le varie dirette dei nostri canali televisivi mi ha fatto impressione ascoltare – fra le altre cose – le interviste di coloro che sono ora bloccati a Dubai e Abu Dhabi o Bahrein a causa dei bombardamenti provenienti dall’Iran in risposta all’attacco scatenato da Israele e Usa.
In effetti, esattamente una settimana fa mi trovavo a Abu Dhabi e, se non avessi accolto il suggerimento di chi mi aveva invitato ad anticipare la visita, avrei rischiato di trovarmi anch’io intrappolato nel Golfo Persico. Non posso, quindi, non pensare a quanto ho visto e a chi ho incontrato nella breve visita nella capitale degli Emirati Arabi Uniti. Un pensiero particolare va alle migliaia di cristiani che ho visto frequentare le funzioni domenicali durante la mia permanenza.
Da un punto di vista di geopolitica religiosa, infatti, Abu Dhabi rappresenta un caso davvero particolare e degno di studio. Nel 2019, questo angolo di Chiesa cattolica interamente costituita da migranti, era salita alla ribalta delle cronache. Il giorno successivo alla firma del Documento sulla fratellanza umana da parte del Grande Imam al-Tayyeb di al-Azhar del Cairo e di papa Francesco, lo stesso pontefice aveva incontrato decine di migliaia di cattolici nello stadio locale. Una scena impressionante di voci, lingue, riti, costumi, tradizioni culturali e religiose: il mondo in una lingua di terra che non ha cristiani locali, e forse non ne avrà, diventato un simbolo significativo della Chiesa cattolica e del dialogo interreligioso. L’ho testimoniato di persona: una Chiesa viva e davvero “cattolica”, nel senso di universale.
Domenica. Già alle 6 stamattina il compound della cattedrale di St. Joseph si è animato di filippini provenienti da diversi angoli della zona, molti dei quali arrivati con pulmini dai quartieri dove vivono. Ma già il giorno precedente, sabato, mi hanno detto del numero di messe celebrate.
La domenica, comunque, ci sono quelle in inglese, in tagaloc, in malayalam e in arabo oltre a quelle di rito maronita e copto cattolico. Un insieme davvero fantasmagorico di culture, lingue, riti. Fa effetto, perché sappiamo bene come oggi, il Medio Oriente, culla delle tre grandi religioni monoteiste, sia profondamente caratterizzato dalla presenza musulmana, che domina dovunque la vita culturale, sociale e politica in questa parte di mondo. I cristiani locali, per contro, sono in contrazione numerica costante. Molti ne temono la sparizione completa da questa che, in senso lato, è stata la zona della loro origine e della prima diffusione.
In questo contesto, la presenza cristiana può sembrare fragile, quasi impercettibile. Invece, come spesso è accaduto nella storia del cristianesimo, le poche chiese presenti qui negli Emirati – prima fra tutte la chiesa di St. Mary a Dubai e la Cattedrale di St. Joseph ad Abu Dhabi – sono diventate fari inediti e inattesi di fede e di vita comunitaria. È impressionante vedere cosa succede nel compound della cattedrale, invaso dalle famiglie (filippine, indiane, cingalesi, pakistane, libanesi, egiziane, brasiliane e altro) che, dopo la messa domenicale dei bambini, attendono che centinaia di loro terminino le lezioni di catechismo. Nell’intero vicariato i catechisti sono tremila! I ragazzi che frequentano le loro lezioni sono veramente migliaia nelle tredici parrocchie attive del Vicariato.
Il vicariato dell’Arabia del Sud, con sede ad Abu Dhabi, è affidato ai Cappuccini e ha come pastore monsignor Paolo Martinelli, OfmCap, nominato da papa Francesco nel 2022. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, dopo la visita di papa Francesco nel 2019, si sono anche stabiliti rapporti diplomatici fra la Santa Sede e gli Emirati Arabi Uniti.
Oggi, la presenza diplomatica della Santa Sede è affidata al nunzio apostolico nella Penisola Arabica, monsignor Christophe Zakhia El-Kassis. Mons. Martinelli, già ausiliare a Milano, ha dichiarato non molto tempo fa, nel corso di una intervista rilasciata ai media vaticani, che i cattolici in questa parte di mondo sono migranti-missionari, non tanto nel senso di fare proselitismo – non sarebbe assolutamente possibile e, come diceva papa Francesco, sarebbe una negazione del cristianesimo – ma nel dare una testimonianza nella vita di tutti i giorni: “mostriamo la nostra fede in famiglia, sul lavoro e nelle relazioni sociali, senza bisogno di fare proselitismo” ha affermato il vicario apostolico.
Infatti, negli Emirati, a fronte della religione di gran lunga di maggioranza – l’islam praticato da tutti i cittadini locali e anche da molti migranti – il governo consente la libertà di culto per le religioni non musulmane e vi sono templi e chiese (cattoliche, protestanti, ortodosse, ecc.) e una sinagoga. Il governo ha legalizzato e riconosciuto i luoghi di culto non islamici e ha promosso attivamente la coesistenza religiosa (istituendo un Ministero della Tolleranza e promuovendo la Dichiarazione di Abu Dhabi sulla fraternità umana). In questo contesto, Dubai e Abu Dhabi sono diventati centri in cui i cattolici possono praticare apertamente la loro fede.
Per concludere, qualche numero: secondo il direttorio del vicariato, attualmente, ci sono 17 parrocchie di cui 13 attive e i fedeli superano il milione e centomila unità, circa l’8-9% della popolazione degli Emirati Arabi Uniti. Ovviamente, trattandosi di emigrati le cifre variano a causa della natura mutevole della popolazione espatriata.
In questi pochi giorni, mi sono reso conto come la parrocchia di San Giuseppe sia una vera e propria casa spirituale e identitaria per i cattolici espatriati che vivono nel cuore di un Paese musulmano. Alcuni amici che vivono a Dubai, che ho incontrato dopo anni, mi hanno raccontato che la loro parrocchia – Santa Maria di Dubai –, è la parrocchia più grande del mondo: più di centomila fedeli. Una vera esperienza di vitalità ecclesiale cattolica – universale – e il richiamo a restare aperti al soffio dello Spirito che guida la Chiesa anche attraverso corsi e ricorsi storici, compresa la globalizzazione e gli effetti che essa produce come la migrazione temporanea verso la penisola arabica.
