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Cultura > Società

#ParoleBuone per tempi difficili

di Vittoria Terenzi

- Fonte: Città Nuova

Foto Sergio Astori

«Dalla pandemia all’infodemia, dalle scuole africane alle aziende italiane, il progetto Parole Buone raccoglie e semina vocaboli che generano ascolto, fiducia e comunità. Una narrazione artigianale che unisce storie, immagini e incontri reali: perché ogni parola può diventare un seme di resilienza». Così Sergio Astori, psichiatra, psicoterapeuta e docente all’Università Cattolica di Milano, descrive il progetto di cui è stato l’ideatore nel 2020.

Sergio Astori, Foto di Michel Kouassi

Come è nato il progetto Parole Buone e in che modo si è sviluppato nel tempo?
Parole Buone è nato nel 2020, in piena pandemia, quando oltre all’emergenza sanitaria ci siamo trovati immersi in un linguaggio pubblico sempre più allarmistico e negativo. L’OMS parlò di “infodemia”. Da psicoterapeuta, amici e pazienti mi chiedevano spesso: “Puoi dirci una parola buona?”. Ho messo a fuoco quanto le parole possano diventare strumenti di cura oppure armi che feriscono. Così sono nati i primi racconti brevi, pubblicati online e condivisi con l’hashtag #ParoleBuone. Oggi sono più di cento, disponibili gratuitamente in rete e in podcast. Dal terzo anno il progetto è uscito dalla rete per entrare nelle scuole, nelle aziende e nei territori, grazie ai Laboratori di Resilienza. È il passaggio dall’online all’onlife: portare nella vita reale la possibilità di coltivare insieme parole che costruiscono.

Chi cura l’abbinamento tra frasi e immagini?
Le immagini sono il primo messaggio. Le scegliamo con cura, in collaborazione con il grafico Lavì Abeni e i media manager di WeLabo. Talvolta possiamo contare su un fotografo professionista, altre ci affidiamo ad archivi open source citando sempre gli autori. Ogni immagine nasce insieme al testo e accompagna un racconto di vita vera. Il nostro è uno stile volutamente artigianale: niente slogan, solo storie quotidiane capaci di accendere una risonanza profonda. Anche il logo, un hashtag che fiorisce, ci rappresenta: nasce dal linguaggio della rete e lo trasforma in segno di speranza. La combinazione di parole e immagini è pensata per essere accessibile, evocativa e inclusiva.

Quali sono le parole più visualizzate e i Paesi dai quali proviene il maggior numero di visualizzazioni?
Analizziamo costantemente i dati organici, cioè quelli legati a un reale coinvolgimento. Le parole che ricevono più attenzione non sono necessariamente le più semplici. “Attenzione”, con l’immagine di un faro, ha raggiunto picchi altissimi. “Riparazione”, che racconta lo smarrimento personale di San Francesco prima di iniziare a restaurare una chiesetta, ha colpito molti. “Pace” ed “Entusiasmo” sono sempre tra le più lette: probabilmente perché sono i beni più desiderati in questo tempo. Ci seguono lettori in 25 Paesi. In Italia le regioni più presenti sono Lombardia, Campania, Lazio ed Emilia-Romagna. Le città con più visualizzazioni sono Milano, Roma, Torino e… Kiev. Anche solo pronunciare il nome di Kiev tra le prime città è emozionante. Significa che le parole buone arrivano dove ce n’è più bisogno.

Come si svolgono gli eventi onlife?
I Laboratori di Resilienza sono incontri di gruppo realizzati in scuole, aziende, enti e comunità. Usando parole-chiave scelte per la loro capacità di generare fiducia, empatia e appartenenza, accompagniamo i partecipanti in un percorso narrativo e riflessivo. Nelle aziende si lavora su temi come “gratitudine”, “cura”, “trasparenza”, per migliorare il clima e favorire una comunicazione autentica. Nelle scuole e nei centri giovanili il format è adattato in modo creativo, con parole-ponte come “viaggio”, “tentativo”, “incanto”, che attivano giochi espressivi, disegni e narrazioni. In ogni contesto, ciò che conta è dare spazio alla parola come luogo di ascolto e scoperta.

Che riscontro avete dalle vostre attività? C’è una esperienza particolarmente importante che vorrebbe menzionare?
Essere stato Scrittore d’Onore al Festival Internazionale del Libro in Costa d’Avorio è stato un onore e un’emozione. Lì ho visto con i miei occhi come le parole buone parlano davvero a tutti, anche a chi vive a migliaia di chilometri da noi. Ricordo un ragazzino che ha chiesto con forza agli organizzatori di far tornare gli scrittori, perché da quando li ascolta ha cominciato ad andare meglio a scuola. E una bambina che lungo la strada, accanto al chiosco dove sua madre friggeva banane, insegnava a leggere alla sorellina usando le scritte sul muro. Un gesto piccolo, quotidiano, eppure profondissimo. È questo il cuore delle Parole Buone: trovare, ovunque, il seme della speranza.

 

 

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