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Cultura > Teatro

Lo sguardo di Lucia Calamaro

di Elena D’Angelo

- Fonte: Città Nuova

Un viaggio tra vita, malattia e morte. Un dramma di pensiero in tre atti

Se ne parla poco, di sfuggita. Se ne parla per sentito dire. Ma il teatro di Lucia Calamaro c’è e si vede. È il luogo di un incontro nuovo, inconsueto, dove il contemporaneo abbandona le sue aporie e abbraccia ancora la parola. Una parola spezzata, dolorosa, tagliente; in grado di schiudere una riflessione profonda, spiazzante e autoironica sulla vita e i suoi drammi.

Lucia Calamaro è una scrittrice, prima di tutto. Coltiva una sana ossessione per le sfumature di significato; cuce abilmente i suoi testi lasciando che il personale autobiografico scivoli con disinvoltura nell’astratto assoluto, diventando universale. I suoi personaggi siamo noi, nel nostro quotidiano andirivieni, incastrati nelle logiche di un pensiero interiore a volte complesso, a volte fin troppo facile. La macchina teatrale è al servizio di un racconto che esiste di per sé, ma che si moltiplica per effetto dei corpi e delle suggestioni della scena.

Il suo ultimo lavoro La vita ferma, sguardi sul dolore del ricordo sarà in scena a maggio al Teatro India di Roma, insieme a L’Origine del mondo e Tumore. Una retrospettiva che regala allo spettatore una visione più strutturata e leggibile del teatro di Lucia Calamaro. Un viaggio di due settimane in un mondo abitato dai luoghi dell’io interiore. Un percorso che ribatte con la puntualità di un pendolo su quelle domande che non trovano mai risposta e che riguardano i nodi cruciali dell’esistenza: la vita, la malattia, la morte.

Sguardi sul dolore del ricordo è un dramma di pensiero in tre atti che nasce da una domanda alla quale Lucia Calamaro non sa dare una risposta esclusivamente verbale: cosa succede con i nostri morti quando non sentiamo più il dolore della perdita? In che modo continuano a essere vivi dentro di noi, nel ricordo? O a essere sempre meno presenti?

Quando la domanda è così complessa, per rispondere è necessario fare un percorso più lungo, che passa inevitabilmente per la parola. Quella teatrale. Che ha una forza in più: l’immediatezza. La risposta manca, non c’è, non si trova. Ma alla fine del percorso c’è uno spettacolo, una visione, che svela allo spettatore i meccanismi del dolore, del tempo e di come il ricordo lentamente si annacqua, si diluisce. Lucia Calamaro affronta questo tema con la lucidità della dialettica hegeliana, ormai deformata dallo specchio del contemporaneo: la tesi è ardita, l’antitesi spericolata e la sintesi monca.

Dalle note di regia dell’autrice: «La Vita Ferma è uno spazio mentale dove si inscena uno squarcio di vita di tre vivi qualunque, -padre, madre, figlia- attraverso l’incidente e la perdita. È occorso anche qualche inceppo temporale ad uopo, incaricato di amplificare la riflessione sul problema del dolore – ricordo e sullo strappo irriducibile tra i vivi e i morti che questo dolore è comunque il solo a colmare, mentre resiste».

 

Dal 3 al 21 maggio – Teatro India – Roma

Riproduzione riservata ©

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