Consumo di suolo e rischio idrogeologico

Il dibattito in corso sulla cementificazione, sui rischi idraulico, sismico e di frana. La prossima direttiva europea sarà vincolante.
Acqua nemica Romagna
Foto Michele Nucci/LaPresse

Evidenzia una situazione che va al di là di ogni negativa previsione il rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi eco-sistemici redatto dal Snpa, il Sistema nazionale protezione ambiente. Nel 2022 l’Italia ha perso 7675 ettari di suolo, il 10,2 per cento in più rispetto al 2021, oltre 21 ettari al giorno, il «valore più elevato degli ultimi 11 anni, nei quali non si erano superati i 20 ettari».

Le superfici artificiali sono cresciute all’impressionante velocità di 2,4 metri quadrati al secondo mentre quelle naturali alla velocità di circa 0,2. Sono stati ripristinati appena 600 ettari di aree naturali. L’Italia nel 2022, al netto, ha perso, 7075 ettari di suolo, parte dei quali impermeabilizzati perennemente.

Non c’è regione che non sia stata indenne dal fenomeno. Alcune, come la Lombardia con 908 ettari, il Veneto con 739, la Puglia con 718, l’Emilia-Romagna con 635 e il Piemonte con 617, hanno fatto ‘meglio’ di altre.  Tra le province spiccano Foggia con 313 ettari di suolo consumato, Verona con 296 e Roma con 236, mentre tra i comuni capoluoghi al top della tragica classifica Roma con 124 ettari, Venezia (37) e Milano (26).

Sono soprattutto gli edifici, le strade e i piazzali pavimentati che impegnano nuovo suolo. Nel 2022 dei 1485 ettari consumati in modo permanente 724 sono stati impiegati per la realizzazione di edifici e di fabbricati, 728 per le infrastrutture, il resto ha avuto altre destinazioni. Si edifica ovunque, senza particolare attenzione alle caratteristiche di pericolosità del territorio. Oggi risultano, infatti, edificati il 36 per cento delle aree a rischio sismico, il 12,8 a rischio idraulico e l’8,6 a rischio frana.

In Emilia-Romagna, che a maggio scorso ha subito ingenti danni per il maltempo, il 63 per cento degli edifici e dei fabbricati ricade in aree a rischio idraulico e il 68 in quelle a rischio sismico. Non ha senso meravigliarsi se piogge copiose hanno conseguenze drammatiche.

I numeri del rapporto 2023 del Snpa prospettano la fotografia di un Paese non del tutto consapevole dell’importanza dell’azzeramento del consumo di suolo per ridurre la vulnerabilità del territorio e conservare la ricchezza che il patrimonio naturale assicura.

«Le funzioni ecologiche che un suolo di buona qualità è in grado di assicurare – sottolinea infatti il rapporto – garantiscono, oltre al loro valore intrinseco, anche un valore economico e sociale attraverso la fornitura di servizi ecosistemici di approvvigionamento (prodotti alimentari e biomassa, materie prime, etc.); di regolazione e mantenimento (regolazione del clima, sequestro e stoccaggio del carbonio, controllo dell’erosione e regolazione degli elementi della fertilità, regolazione della qualità dell’acqua, protezione e mitigazione dei fenomeni idrologici estremi, riserva genetica, conservazione della biodiversità, etc.) e culturali (servizi ricreativi e culturali, funzioni etiche e spirituali, paesaggio, patrimonio naturale, etc.)».

Il suolo è così importante che suscita interesse a livello globale. L’Onu lo ha affrontato nell’ambito della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, in quella relativa al contrasto alla desertificazione e nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni unite il consumo di suolo oggi dovrebbe procedere in linea con la crescita demografica e azzerarsi del tutto entro il 2030.

La Commissione europea è un po’ più elastica. Nella Strategia per il suolo indica il 2050 per l’azzeramento del consumo e per ecosistemi dei suoli in buona salute e resilienti, ma richiede impegni stringenti già nel 2030. Il Parlamento europeo ha dato mandato alla Commissione di predisporre una direttiva vincolante per tutti i Paesi dell’Unione.

Ovunque c’è un dibattito vivace sul consumo di suolo, l’Italia però non è ancora riuscita a tradurlo in norme vincolanti e stringenti. Se si dovesse confermare l’attuale trend di trasformazione del territorio, secondo il rapporto Snpa, il Paese consumerebbe oltre 198 mila ettari fino 2050 e più di 56 mila se l’azzeramento fosse anticipato al 2030. Valori non giustificati dalla crescita demografica che è in calo e distanti dagli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030.

È scarsa la consapevolezza di quello che ogni giorno si perde in termini di servizi ecosistemici, ossia per lo stoccaggio e il sequestro di carbonio, la qualità degli habitat, la produzione agricola, quella di legname, l’impollinazione, la regolazione del microclima, la rimozione di particolato e ozono, la disponibilità di acqua, la regolazione del regime idrologico e la purificazione dell’acqua.

Secondo il rapporto «la stima dei costi totali della perdita del flusso di servizi ecosistemici varia da un minimo di 7,8 a un massimo di 9,5 miliardi di euro persi ogni anno a causa del consumo di suolo avvenuto tra il 2006 e il 2022». Al conto bisogna aggiungere anche i pericoli delle isole urbane di calore. Nei mesi estivi, tra il 2017 e il 2022, soprattutto al Nord sono state riscontrate differenze di temperatura media tra città e campagna anche di una decina di gradi. C’è molto su cui riflettere e agire.

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