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Persona e famiglia > Fine vita

Riposa in pace Federico

di Ferdinando Garetto

- Fonte: Città Nuova

Ferdinando Garetto, autore di Città Nuova

Un’accurata ricostruzione mediatica, quasi festosa (!), per la morte di Federico Carboni. Ma una legge ancora non c’è , quindi il suicidio assistito non è legale.

Ora di “Marco” abbiamo conosciuto non solo il nome (Federico Carboni) ma anche il volto. Uno sguardo intenso, “libero”, intero. Che ci chiama ad una vicinanza umana. Ma ormai questo non conta. Come non conta sapere come sarà stato per i presenti assistere ai “pochi minuti” in cui – dopo aver azionato il sistema di infusione del farmaco letale – è morto.

Il silenzio sarebbe l’unico atteggiamento autenticamente umano, ma il silenzio è impossibile di fronte alla notizia secondo cui si tratterebbe del primo suicidio medicalmente assistito (SMA) legale in Italia. Perché non è così. Ricordiamo, infatti, che in Italia una legge sul SMA non esiste (anche se ce n’è una in fase di discussione in Senato, già approvata alla Camera).

Non è una legge, infatti, la sentenza 242 della Corte costituzionale (caso Cappato Antoniani) che ha depenalizzato (e non legalizzato) alcune limitate situazioni attualmente configurate come aiuto al suicidio. Ricordiamo che la sentenza auspicava una legge e non voleva essere una scorciatoia: ne avevamo già parlato qui.

Pertanto, a rigore, il comportamento di tutti coloro che hanno agito per favorire la scelta di Federico Carboni è a tutt’oggi teoricamente impugnabile e solo se riconosciuta la presenza di tutti i requisiti previsti nella sentenza, attraverso i diversi gradi di giudizio, potrebbe essere considerato senza significato penale di aiuto al suicidio. Che, ripetiamo, a oggi non è legale. Lo stesso si dovrebbe teoricamente dire di ognuno dei cittadini che ha partecipato alla raccolta fondi per il complesso meccanismo di infusione del farmaco letale (sintetizzando in modo brutale, come nei vecchi western recitava la battuta trash: “sparati, la pallottola la offro io”).

Non è detto che ciò non avvenga, cioè che non siano dietro l’angolo denunce e ricorsi (cosa che sinceramente non mi auguro, per rispetto di chi è morto e per evitare altre amplificazioni), anche se la costruzione mediatica della vicenda è stata così accurata da non lasciare molte alternative a quella che pare una strada obbligata verso una forzata legalizzazione attraverso una legge.

Ma c’è un aspetto che mi pare di gran lunga più doloroso nella comunicazione mediatica. È quel clima di festa, persino un po’ sguaiata da tifosi da stadio, di certi titoli di giornale. Non è un giorno di festa: un uomo è morto, parliamo di questo. La foto ce lo ricorda, se ce ne fosse bisogno.

Un uomo presente, lucido, vivo. Tetraplegico, certo, ma non per questo “terminale”. Un uomo con grave disabilità che ha scelto di morire, e nessuno può permettersi di giudicare la sua scelta. Un uomo che ha voluto così “non soffrire più” e nessuno può giudicare la sua sofferenza.

Un uomo che ha parlato di vedere finalmente vicina la “libertà” e la libertà, lo sappiamo, è un concetto sacro e personalissimo. Ma per favore, proprio per questo, non festeggiamo. Fermiamoci. Facciamoci domande profonde. Restiamo in silenzioso rispetto di fronte a tanto dolore.

Oggi in medicina e soprattutto in cure palliative emergono concetti nuovi: si parla di dignity therapy e di compassion therapy. Siamo capaci di compassione? Siamo capaci di restituire dignità? Tutto ci dice che nella sofferenza, nella disabilità e nella fine della vita c’è bisogno di amore, vicinanza, senso e significato.

Se il modello “vincente” è quello secondo cui diamo senso alla nostra vita togliendoci di mezzo e liberando di un peso chi è con noi, non rischiamo di scendere un pendio pericoloso in cui l’aiuto (una volta si diceva l’istigazione) al suicidio passa da un piano personale a un piano culturale e di società?

Riposa in pace, Federico Carboni, ma permettici di piangere e non di festeggiare.

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