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Walter Tobagi: appello alla vigilia di Natale

Lettere dal fronte quotidiano/1
Walter Tobagi
“Tesoro, ti ho voluto scrivere questo biglietto perché svegliandoti trovassi un segno che le mie ore di letture notturne non sono un’evasione, ma sono anche un ripensare a te, a noi, ai michelangiolini [ndr. ai bambini]”.

Inizia così la lettera che Walter Tobagi, giornalista milanese, vittima del terrorismo di estrema sinistra a soli 33 anni, scrive la sera della vigilia di Natale del 1978 a sua moglie Stella. Sera spesa a lavorare, a scrivere, a pensare.

“Perché l’ho fatto? (…) Ho riflettuto tante volte sulla storia di Moro. E se quella storia mi ha colpito tanto è anche per questo: perché mi identificavo indegnamente nel suo rapporto familiare. Mi sono anche chiesto: e se dovessi sparire di colpo, che immagine lascerei alle persone che ho più amato e amo, te e i michelangiolini? E mi sono risposto che al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io sento molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente, e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani”.

La risposta che Tobagi prova a darsi sembra uscire dai confini familiari, milanesi e legati agli anni di piombo: diventa un appello di oggi. Per oggi. Per questo tempo ancora lacerato, non solo a livello sociale, ma anche economico, politico, culturale: umano.

“Se un giorno non dovessi più esserci, ti prego di spiegargli, di ricordargli, il motivo di tante assenze che oggi li fanno soffrire. Mi sentirei ancor più in colpa se oggi non spendessi quei talenti che, bene o male, mi sono stati affidati; e non li spendessi per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi incitamento, miglioramento nei comportamenti collettivi (…)”.

Tobagi ha poco più di 30 anni quando scrive questa lettera, due figli piccoli e un lavoro che continua spesso dopo cena fino a notte fonda. Insieme allo studio, alla scrittura di testi e agli incarichi nel sindacato a difesa dei diritti dei giornalisti.

Il suo appello alla responsabilità, alla serietà e all’impegno diventa monito nel 2005, quando il Comune di Milano celebra il venticinquesimo anniversario della sua morte dedicandogli una targa che riporta le ultime frasi citate. La lapide viene posta sul luogo dell’attentato, a pochi metri dall’abitazione di Tobagi, a Milano, in via Salaino.

Invece di godersi famiglia e riposo, preludio alla festa, questo giovane giornalista si chiude nello studio e lavora, “spendendo i talenti che gli sono stati affidati”. Non può immaginare che un anno e mezzo dopo morirà in nome, per colpa, grazie (chissà?) a quei talenti e al tentativo di contribuire a rimediare alla “lacerazione sociale e al disprezzo dei valori umani”. Sceglie di spendersi per essi anche la sera prima di Natale. E sa di essere compreso, pure nella fatica, da sua moglie Stella. “Mi auguro di poterti avere sempre più vicina, uniti dall’amore che oramai ci guida da tanti anni. In questa alba di Natale 1978, voglio ripetertelo con le parole più semplici: ti voglio bene, tanto bene e non riuscirei a fare nulla di quello che faccio, se non ti sapessi vicina a me in ogni momento. Tuo Walter”.

Quasi a suggerire che non si può amare l’umanità senza la passione per la persona: moglie e figli, ma non solo. L’altro diventa il destinatario dell’appello: di ogni tempo e luogo.

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