Voli di ritorno

Sedici squadre tornano a casa: la Francia con una crisi da risolvere che va ben al di là del pallone.
air france

Mentre l’Italia trema di paura davanti agli slovacchi, aspettando un’ipotetica avversaria di rango per fare una grande partita e mettersi in moto verso nuovi grandi successi («contro avversari deboli non sappiamo esprimerci al meglio» hanno spiegato gli azzurri fra lo sconcerto generale), il Mondiale sta per superare la boa della prima fase. Sedici squadre a casa, sedici pronte a sfide tutte ad eliminazione diretta: di qui in avanti non saranno più possibili i pareggi e la Coppa la porterà a casa la sola squadra che saprà collezionare quattro vittorie di fila.

 

Sull’aereo di ritorno sono già salite Francia, Camerun, Corea del Nord, Nigeria, Grecia, Algeria, Slovenia, Australia, Serbia. Una fra Germania ed Inghilterra andrà però a casa dopo la prossima partita, dato che debbono incrociarsi anzitempo a motivo della mancata vittoria nel girone da parte dei britannici. A terra, a seguire il proprio Mondiale solo da spettatori, è rimasto anche il Paese ospitante, il Sudafrica. Mai prima, nella storia del Mondiale, i padroni di casa erano stati eliminati al primo turno: i Bafana Bafana, fuori solo per la differenza reti, escono a testa alta dopo aver dato l’ultima umiliazione ai bleus d’Oltralpe.

 

L’eliminazione della Francia, vicecampione del mondo nel 2006, ha assunto i toni di una “catastrofe”, termine non uscito dalla bocca di un tifoso sfegatato, ma usato addirittura da Roselyne Bachelot, ministro dello Sport del governo Sarkozy. Le offese, le risse, gli scioperi con protagonista la squadra hanno accompagnato le modeste prestazioni sul campo e manifestato un clima di tensione che è andato ben al di là di divergenze sullo schieramento di un giocatore o su una tattica di gioco non condivisa. La felice illusione di una pacifica integrazione etnica che aveva raggiunto il culmine con la vittoria nel Mondiale del ‘98 sembra andata in frantumi: in quel giorno le bandiere algerine che avevano accompagnato le gesta di Zinedine Zidane, emblema di quel talento magrebino che aveva dato prestigio alla Francia, si confondevano con quelle tricolori sui Campi Elisi: Chirac cavalcò l’avvenimento con slancio, abilità e generosità.

 

A distanza di 12 anni tutto sembra cambiato: il comportamento, non solo in campo, degli immigrati o dei figli degli immigrati, anche se non più di origine magrebina, ma di colore, altrettanto numerosi nella squadra nazionale, ha suscitato collera e indignazione. I francesi si sono sentiti traditi: «Se la squadra non rappresenta la Francia – ha scritto Alain Finkielkraut, filosofo francese appassionato di calcio – , purtroppo la riflette: con i suoi clan, le sue divisioni etniche, la sua persecuzione di cittadini esemplari». La disfatta sportiva ha assunto i toni sociologici. Per buona parte dell’opinione pubblica i campioni scesi in campo non sono più eroi, ma i degradati prodotti della storia delle banlieues, e quindi della segregazione sociale ed urbana. Giocatori dai piedi buoni, come Anelka, Evra, Henry, cresciuti alle porte della capitale, assieme ad Abidal, che ha dato i primi calci al pallone attorno a Lione, si sono spontaneamente convertiti all’Islam tramite la frequentazione di quartiere. O, come avvenuto per il bianco Ribéry, per legami coniugali. Nonostante la straordinaria ascesa sociale avvenuta grazie al pallone che li ha resi ricchi e famosi, sentono vivi i rapporti con il mondo degli immigrati e con la storia coloniale: la ritrosia, per non dire avversione, da parte di alcuni di loro, a cantare la Marsigliese, è segnale di un preoccupante senso di estraneità a quella nazione che rappresentano sul campo.

 

L’integrazione sbandierata nel ‘98 appare quanto meno incrinata e la Francia multietnica è chiamata ad una nuova sfida, che va ben oltre la scontata sostituzione di un tecnico, Domenech, che ha fatto di tutto per rendersi antipatico. È vero che, quando sul campo non arrivano i risultati, le offese si sprecano e scatta la caccia alle streghe, ma il gesto di Domenech – che dopo la sconfitta col Sudafrica rifiuta di stringere la mano a Parreira, tecnico dei Bafana Bafana, da cui si è sentito offeso per una sua dichiarazione –

esprime presunzione, boria, persino voglia di sentirsi soli contro tutti: sentimenti, questi, che i transalpini del pallone non hanno fatto nulla per nascondere negli ultimi tempi. L’offesa di Parreira sarebbe quella di aver commentato malamente la qualificazione al Mondiale ottenuta dalla Francia grazie al tocco di mano di Henry contro l’Irlanda di Trapattoni. Chi di mano ferisce, di mano perisce.

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