Voglio esserti vicino

Guardando al convegno ecclesiale di Firenze da una delle tante periferie. Il contributo di un lettore rientrato in Italia dopo quasi quarant'anni vissuti all'estero
relazioni

La globalizzazione e la rivoluzione numerica, apportatrici di nuovi scenari umani e di tecnologie innovative, di per sé sono aperte a molteplici interpretazioni culturali e sociologiche. Su questi scenari inediti e provocatori si sta appunto muovendo la chiesa in Italia nell’imminenza del convegno ecclesiale di Firenze, che deve inoltre tener presente altri due appuntamenti: il sinodo sulla famiglia e il grande momento dell’anno della misericordia, nei quali cercare di situarsi.

Scrivo queste righe da Napoli, dove sono ritornato dopo quasi quarant’anni di assenza. Ho vissuto in altre culture e visto altri scenari, vivendo in paesi, come il Camerun e il Madagascar, dove ho lavorato come medico al servizio delle chiese locali. Perciò il mio punto di osservazione è un po’ atipico.

Il fatto è che, ritornando in Italia, anche se non subito ma in maniera sempre più chiara ed evidente, ho colto che nella società italiana si era prodotto un radicale cambiamento: eravamo passati, per dirla in estrema sintesi, da un’antropologia che metteva al centro l’uomo a un’antropologia dove al centro erano invece subentrate le cose.

Nella scala dei valori della vita i soldi avevano sostituito la persona e la gratuità. Ho trovato una forte usura dei rapporti interpersonali fino alla loro rottura. Non ci sono più persone (uomini in relazione tra loro) ma individui frammentati, e frantumati in pezzi! La velocità e la fretta, con l’orologio, valgono più del tempo stesso. L’efficienza e il risultato più delle persone. L’apparire esteriore e l’immagine contano più dell’autenticità. In realtà, gli uomini sono come “cosificati” e ridotti a merce.

Perciò ho afferrato subito l’importanza di quest’appuntamento-sfida che la chiesa in Italia si è dato a Firenze.

Un fatto che rendeva irriconoscibile il Paese in cui avevo vissuto i primi trent’anni della mia vita era la quasi distruzione dei suoi tradizionali luoghi di aggregazione: famiglia, scuola, associazioni di vario tipo (parrocchia, sindacati, partiti, club etc.). La destrutturazione di queste cellule fondamentali, se non la loro completa distruzione, aveva portato a questo “deserto di umanità”.  Insomma, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a una grande desolata distesa di periferie esistenziali, di singoli individui isolati e di gruppi, ridotti “a branco”! Situazione ben più grave delle altre periferie cui ero abituato. Non si trattava più di mancanza di acqua, casa, medicine, istruzione: qui mancava l’uomo!

Ma da dove ripartire? E ripartire alla svelta?

Non essendoci più luoghi di aggregazione “reale”, mi son detto che dovevo ripartire dai loro frammenti. Proprio come avviene in un pezzo di tessuto di cellule decimato dai virus: la vita riparte dalle poche cellule rimaste ancora in vita. Occorre che ogni periferia diventi centro vitale e propulsore. Dobbiamo creare centri di vita nelle periferie!  E questo primo frammento di vita, questo primo punto di partenza potevo essere io! Un io fragile, limitato, bisognoso anch’io di sostegno e di simpatia. Ma un “io” ancora vivo, non solitario e isolato, perché in compagnia di Gesù, l’uomo-Dio, che aveva detto di sé «io sono la via, la verità e la vita».

Il tessuto sociale andava rifatto “artigianalmente”, non con eventi industriali e manifestazioni di massa, per quanto “gratificanti e compensatori”, ma con il tessere rapporti lunghi e pazienti con le persone, proprio come si fa con un innesto cutaneo o un trapianto di midollo.

Di fronte alla disgregazione dei rapporti interpersonali ho ricominciato a imparare la tessitura delle relazioni interpersonali, una tessitura gratuita, disinteressata, lenta e paziente, fedele e continua nel tempo che potesse aderire a un territorio o a un luogo, magari piccolissimo, come il gruppo di parenti o di amici, oppure un po’ più grande come il condominio, la classe di una scuola, il luogo di lavoro. Poiché il processo di desertificazione avanza con progressione inquietante, ho dovuto affrettarmi, cominciando da quei luoghi dove la vita ancora c’è, investendo proprio là le forze e le energie migliori che ho.

Mi ha colpito verso la fine della “traccia” in vista del convegno di Firenze, la frase «il Vangelo si diffonde se gli annunciatori si convertono». Ho dato un nuovo assetto alla mia vita. Ho cominciato dagli “scarti” che incontravo o in cui inciampavo per caso: persone sole, anziani in cerca di compagnia, lutti o malattie in famiglia o nel quartiere, gesti di riconciliazione, piccoli atti come un “grazie”, un saluto, un regalino o un messaggino per un compleanno, una visita in ospedale a un conoscente.

E tutto questo ho cercato di comunicarlo e condividerlo, e cercare, quando possibile, di farlo insieme, coinvolgendo amici, parenti, conoscenti. Ho cercato di non avere paura del deserto di statistiche e di vita, ma di agire piuttosto che parlare, camminare e uscire per strada invece che stare in casa.

Mi son detto che una prima conversione poteva essere quella di avere la stessa passione struggente che Gesù aveva per l’uomo. In fin dei conti, gli uomini e le donne della mia città chiedono solo prossimità, presenza, compagnia nel viaggio della vita, più che direttive e consigli. Vorrei poter dire, come possibile a ogni mio prossimo: «Eccomi, ci sono! Ti sono vicino!».

Posso sempre più diventare un “io-chiesa”, un “io-noi” che impara l’arte di lavorare insieme con gli altri, avendo coscienza che «molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada». (Evangelii gaudium 46).

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