Verde Pompei

Èuna visuale inedita di Pompei, questa che vado scoprendo dall’alto d’un terrapieno creato dagli scarichi dei vecchi scavi: lo si direbbe un panorama identico a quello antico, se non fosse per il Vesuvio, sullo sfondo, la cui vetta appare radicalmente modificata dopo la fatale eruzione del 79 d.C. Infatti, allo sguardo che spazia sulle insulae dei quartieri meridionali – case modeste dotate, in compenso, di ampi terreni coltivati – la città dissepolta appare irrealmente intatta e viva, più che per i tetti ricostruiti, proprio per gli orti ben curati, i filari di viti e gli alberi da frutta ripiantati, e per le pergulae tornate ad ombreggiare i triclini all’aperto che riunivano le famiglie nella bella stagione. Una visione serena e agreste, che non fa però dimenticare quella, drammatica, offerta proprio da uno di questi orti, detto dei fuggiaschi, con i suoi impressionanti calchi di vittime colte dalla morte mentre tentavano una inutile fuga. Sì, oltre alla Pompei più nota dei suoi monumenti, e perché no? degli eterni problemi legati al degrado, ai furti e ai vandalismi che certo fanno più notizia, ne esiste un’altra, affascinante e tutta da conoscere. Mi si è rivelata lungo il circuito esterno delle mura trasformato in passeggiata naturalistica, nei giardini di alcune domus perfettamente ricostruiti, nei prati smaglianti dopo le recenti piogge, nell’orto botanico da poco istituito; ed ora da questo belvedere a due passi dalla Porta di Stabia. E proprio su questa Pompei verde, così diversa da quella che neanche due decenni or sono appariva soffocata da una giungla di rovi e piante infestanti, verte il mio colloquio con la dottoressa Annamaria Ciarallo, biologa am- Èuna visuale inedita di Pompei, questa che vado scoprendo dall’alto d’un terrapieno creato dagli scarichi dei vecchi scavi: lo si direbbe un panorama identico a quello antico, se non fosse per il Vesuvio, sullo sfondo, la cui vetta appare radicalmente modificata dopo la fatale eruzione del 79 d.C. Infatti, allo sguardo che spazia sulle insulae dei quartieri meridionali – case modeste dotate, in compenso, di ampi terreni coltivati – la città dissepolta appare irrealmente intatta e viva, più che per i tetti ricostruiti, proprio per gli orti ben curati, i filari di viti e gli alberi da frutta ripiantati, e per le pergulae tornate ad ombreggiare i triclini all’aperto che riunivano le famiglie nella bella stagione. Una visione serena e agreste, che non fa però dimenticare quella, drammatica, offerta proprio da uno di questi orti, detto dei fuggiaschi, con i suoi impressionanti calchi di vittime colte dalla morte mentre tentavano una inutile fuga. Sì, oltre alla Pompei più nota dei suoi monumenti, e perché no? degli eterni problemi legati al degrado, ai furti e ai vandalismi che certo fanno più notizia, ne esiste un’altra, affascinante e tutta da conoscere. Mi si è rivelata lungo il circuito esterno delle mura trasformato in passeggiata naturalistica, nei giardini di alcune domus perfettamente ricostruiti, nei prati smaglianti dopo le recenti piogge, nell’orto botanico da poco istituito; ed ora da questo belvedere a due passi dalla Porta di Stabia. E proprio su questa Pompei verde, così diversa da quella che neanche due decenni or sono appariva soffocata da una giungla di rovi e piante infestanti, verte il mio colloquio con la dottoressa Annamaria Ciarallo, biologa am-Quindi niente più greggi di pecore che, in passato, risolvevano temporaneamente il problema delle erbacce… Proprio così! Anche se si sono rivelate utili in situazioni di emergenza. Inoltre abbiamo sistemato i fronti di scarpata delle parti non scavate, anch’esse una volta coperte dalle infestanti, piantando arbusti col sistema tradizionale delle viminate… Non solo: fuori del circuito delle mura, lungo una fascia di circa tre chilometri e mezzo, abbiamo creato una splendida passeggiata naturalistica con aree di sosta e panchine. L’ultima realizzazione è stata l’apertura, a ridosso del Foro, di un orto botanico che raccoglie le specie più comuni della flora vesuviana del 79 d. C. suddivise a seconda degli usi: piante tessili, alimentari, augurali e così via. Un dato interessante è rappresentato inoltre dal ritorno economico di alcune attività relative al verde. È il caso del vino prodotto nei vigneti ripiantati – battezzato Villa dei Misteri -, che viene commercializzato. A mio avviso l’integrazione così realizzata tra patrimonio archeologico, gestione e produttività del verde, non ha l’eguale altrove. Come è dimostrato dal fatto che vengono qui anche dall’estero per conoscere i nostri sistemi. Sembra insomma che qui a Pompei si siano realizzate le condizioni ottimali per una razionalizzazione degli interventi che permette di adeguarsi ai cicli naturali… In effetti è così. Innanzitutto la nostra è una Soprintendenza autonoma, il che consente una libertà decisionale. Secondo: in altre aree archeologiche la manutenzione del verde è affidata in genere ad architetti inesperti di botanica, per cui la loro diventa una gestione amministrativa più che tecnica, mentre qui essa è affidata ad una figura professionalmente adatta (in questo caso io, unico biologo ambientale del Ministero dei Beni culturali, per di più specializzato in botanica). E terzo: abbiamo un soprintendente, il prof. Guzzo, molto sensibile agli aspetti naturalistici del territorio. Dunque, si è imboccata la strada giusta anche per la salvaguardia di un patrimonio archeologico inestimabile come quello di Pompei… Direi di sì, la ritengo un’esperienza pilota che non mi risulta abbia riscontro in altri nostri siti archeologici, dove purtroppo la gestione del verde continua ad essere legata alla disponibilità dei fondi, con interventi sporadici e limitati nel tempo. Dev’essere stata anche occasione per un confronto ravvicinato con i testi dei classici sull’argomento e un verificarli sul campo. Lei tocca un altro aspetto molto interessante. Rientra, infatti, nei miei compiti anche risalire all’ambiente naturale del 79 d.C., studiare il rapporto che le comunità antiche avevano con il territorio e le sue risorse per capire come esse entravano negli aspetti quotidiani della vita. È per me spesso motivo di sorpresa il confronto con i testi classici: gli antichi infatti, avendo una conoscenza del territorio tramandata da generazioni, sapevano gestire al meglio le sue risorse e trovare soluzioni adatte alle diverse situazioni. Per esempio, per porre rimedio alle esondazioni e al tempo stesso ricavare terreno coltivabile, piantavano cipressi ai margini dei fiumi perché s’erano accorti che il legno del cipresso regge benissimo alla marcescenza. Le radici superficiali trattenevano strame e limo che in seguito si asciugava: così dopo 20-30 anni – tanto occorreva perché gli alberi crescessero – c’era terreno utilizzabile per le colture. Un dato, questo, confermato da scavi fatti nella zona del Sarno, il fiume che lambiva l’antica Pompei. Un altro esempio. L’immagine che noi abbiamo di Pompei, e della antichità romana in genere, è quella di una società di avvinazzati in quanto imponente era la produzione di vino. Ma dalla lettura dei classici si costata che in realtà un terzo di essa era utilizzato per la tavola, un terzo per la farmacia di casa nei cosiddetti vini medicati e un terzo per la conservazione dei cibi sotto forma di aceto. Certo, leggere la Storia naturale di Plinio il Vecchio è pesante e difficoltoso, però probabilmente ne verrebbero fuori indicazioni preziose per una gestione eco-compatibile in termini moderni del territorio . Quale il riscontro nel pubblico dei visitatori? Devo dire con soddisfazione che oggi c’è chi viene a visitare Pompei appositamente per gli aspetti naturalistici. Certo, prevalgono ancora gli stranieri, specie del Centro e Nord Europa, abituati a tenere il verde in maniera corretta più di noi italiani. Però comincia a esserci un’attenzione maggiore pure da parte nostra. Mi colpisce, fra l’altro, la meraviglia di quanti dicono: rispetto ad un passato neanche troppo remoto avete fatto tanto… riferendosi alla città nel suo complesso; effettivamente un notevole incremento è stato dato ai restauri, e ciò ha permesso di ampliare le parti aperte al pubblico, sono stati migliorati i servizi offerti al pubblico, ma soprattutto tanto è stato fatto per il verde e l’impatto di questo aspetto è tale da enfatizzare l’impressione del pur effettivo miglioramento generale. IL VERDE IN MOSTRA Da tre anni nella città vesuviana si svolge la mostra didattica Le stagioni nell’antica Pompei. Affrontati di volta in volta temi come il tempo e la moda; ricette, farmaci e conserve; il rapporto della città con le acque. L’edizione 2007-2008 prevede: in autunno i vini medicati, o, in alternativa, la rappresentazione delle piante nelle diverse civiltà (tema legato agli scambi commerciali che Pompei aveva con tutto il bacino mediterraneo); in inverno, l’utilizzo delle piante augurali nel mondo antico; nella primavera successiva i profumi e in estate l’uso dei cereali in medicina e in cosmesi. In corso a Firenze la grande mostra Il giardino antico da Babilonia a Roma( Limonaia dei Giardini di Boboli, fino al 28 ottobre): vi si ammirano fra l’altro i giardini, ricostruiti a grandezza naturale, della Casa dei Vetti e della Casa dei Pittori al lavoro (nella foto), testimonianze affascinanti del gusto e della moda di un’epoca attenta non solo alle specie ornamentali ma anche alle essenze farmaceutiche e cosmetiche.

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