Vaticano II: ricordando il futuro

Vaticano II

Non sempre è facile ricordarsi del passato, immaginiamoci se possiamo parlare di ricordo del futuro. Sembra una iperbole, ma l’immagine non stona affatto se si tratta di un evento epocale, come, di fatto, è stato il Concilio Vaticano II. Vatican II – Remembering the Future è il titolo coraggioso che un gruppo di studiosi ha voluto dare ad una riflessione sul grande evento degli anni sessanta di cui si celebra quest’anno il mezzo secolo.

 

Si tratta di una dozzina di teologi, provenienti da diversi Paesi soprattutto dell’area culturale anglosassone, che da anni si incontrano con cadenza regolare, suscitando riflessioni importanti sul cammino della Chiesa in quest’epoca di secolarizzazione, globalizzazione e, contro ogni previsione, di ritorno delle religioni nell’ambito pubblico.

 

Un gruppo limitato capace tuttavia di coinvolgere altri in un lavoro che è ben espresso dal titolo che si sono dati, che tradisce una identità legata alla ricerca, scevra di assoluti e di soluzioni stereotipate: Ecclesiological Investigation (Indagine ecclesiologica).

 

La riflessione proposta per il 2015 non poteva non concentrarsi sulla conclusione del Concilio e, soprattutto, non aveva il diritto di esimersi da valutazioni su quanto davvero è accaduto cinquant’anni fa tra le mura vaticane e quanto è cambiato nel mondo esterno grazie ai documenti di quegli uomini – erano presenti anche una manciata di donne senza diritto di parola – spesso anziani e figli di un mondo che stava scomparendo.

 

Nel corso di quest’anno iniziative di questo tipo non mancano, anzi si rischia l’inflazione, ma quella realizzata da questo gruppo di studiosi presso la prestigiosa Georgetown University di Washington potrebbe restare come una pietra miliare nella riflessione post-conciliare.

 

L’evento ha riunito cardinali provenienti da Roma – Kasper e Tauran – e dall’Asia – il ‘giovane’ filippino Tagle – vescovi dell’Asia e dell’Africa, oltre a teologi (molti laici e laiche fra loro), giovani dottorandi in materie teologiche e operatori di pastorale. Sebbene mancasse una nutrita rappresentanza da quel mondo che vede oggi il cristianesimo crescere (Asia, Africa e America Latina) non mancavano voci autorevoli anche da questi angoli della terra.

 

La riflessione sull’evento Concilio Vaticano II si è divisa in quattro parti, distinte chiaramente nei rispettivi giorni di lavoro: un esame della visione del Concilio sia dal punto di vista storico che dei suoi contenuti, la sua apertura al mondo, un approccio sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre Chiese e, infine, l’apertura sulle altre fedi. Il numero di interventi è stato impressionante – una sessantina – e tutti di altissimo livello con una grado di complementarietà che ha permesso un’analisi degli anni conciliari e post-conciliari da una varietà di angolature. Rare, se non assenti, le sovrapposizioni ed i luoghi comuni.

 

Quali le immagini dell’evento Concilio Vaticano II e quali le prospettive future? A cinquant’anni da quegli eventi, che ormai appaiono anche nelle riprese televisive annebbiate dal tempo e nelle foto diventate color seppia come parte della storia, si coglie sempre più come la Chiesa cattolica sia stata capace di cogliere quei ‘segni dei tempi’, che Giovanni XXIII desiderava scrutare insieme ai vescovi del mondo.

 

A fronte di quelli che lui stesso, nel discorso di apertura l’11 ottobre 1962, avrebbe definito ‘profeti di sventura’, il Concilio si è rivelato capace di capire come il mondo stava cambiando o sarebbe cambiato nel giro di alcuni decenni. Sia pure con tutte le criticità ed i problemi ancora irrisolti non si può negare una capacità profetica nel riformare aspetti fondamentali della vita della Chiesa, a partire dalla liturgia, per arrivare al rapporto con il mondo, il ruolo dei laici ed i rapporti con le altre Chiese e gli uomini e le donne che credono diversamente dai cristiani o la cui fede e quella di non riconoscersi in un credo religioso.

 

Il Concilio Vaticano II non può essere letto solo nelle cronache dei suoi svolgimenti o nei documenti prodotti e nemmeno nella crisi post-conciliare che sarebbe avvenuta anche senza il Concilio e, forse, con conseguenze ben più gravi. Il Concilio – nell’aspetto specifico dei tre anni di lavoro – è da leggersi nel contesto della sua comprensione successiva e dei tentativi di realizzazione che si sono aperti negli ultimi decenni.

 

È parte della storia della seconda metà del XX secolo e dei primi decenni di questo millennio e, come tale, può essere letto ed interpretato solo nella ed insieme alla complessità di questa parte della storia dell’umanità.

 

Qualcuno, fra gli osservatori presenti alla conferenza di Georgetown, ha fatto notare come, forse, comincia proprio oggi la realizzazione di questa grande novità della Chiesa nel mondo. Mi è parsa una definizione adatta, che ha efficacemente mutuato la conclusione dell’interveto del Card. Kasper che ha analizzato il lungo e faticoso cammino ecumenico: “l’unità [fra le Chiese] forse è già cominciata”.

 

I profeti di sventura non mancano nemmeno oggi, papa Francesco lo ricorda costantemente e apre la Chiesa ad un nuovo dialogo con il mondo a trecento sessanta gradi.

 

E qui sta una nota interessante. Bergoglio, a differenza di Ratzinger, Wojtila, Luciani e Montini, i papi che lo hanno preceduto, non era presente nell’aula conciliare. Forse è proprio lui che, senza che ce ne rendiamo conto, ha iniziato il vero processo di realizzazione del Concilio.

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