Van Thuan presto beato?

Aperta la strada per la beatificazione del vescovo di Nha Trang e di Ho Chi Minh City. Un vero uomo, pienamente realizzato, che ha cambiato il mondo attorno a sé. La testimonianza di un’amicizia
AP Photo/Massimo Sambucetti

Un amico mi parlò di lui come di una persona fuori dal comune: erano gli anni ’90 e lavoravo con un’azienda nel Sud Est asiatico. Ebbi la possibilità di incontrarlo in uno dei miei viaggi.

Con altri due amici ci trovammo ad Hanoi, in un edificio davvero originale, nella città vecchia: sembrava uno di quelli di fine ‘800, pulito ma démodé. Una mattina alle 6 potemmo entrare nel vecchio arcivescovado, salire una scala cigolante e trovarlo: era lui, mons. Francesco Van Thuan.

Non dimenticherò mai quei due occhi pieni di pace e le sue parole, non troppe, che portavano una brezza di pace, di quiete, di tranquillità. Eppure lui, mons. Francesco, di temporali ne aveva vissuti tanti nella sua vita, come il viaggio da Saigon al Nord del Vietnam, all’indomani del suo arresto senza alcun motivo preciso, nella stiva di un mercantile, con 1500 altri prigionieri: una nave stipata fino all’inverosimile, un viaggio verso la morte ed in tasca solo la corona del rosario.

Da quel giorno era diventato semplicemente il signor Van Thuan, niente padre, niente eccellenza. Ma ritorniamo a quell’incontro del 1991. Furono giorni molto belli, dove potemmo incontrarci alcune volte, anche con l’aiuto dell’ambasciatore italiano ad Hanoi, che cercava in ogni modo d’esser di aiuto.

Ci rivedemmo in seguito a Bangkok varie volte. Erano le sue prime uscite dal Paese, dopo 13 anni di prigionia, di cui 9 passati in isolamento. Quando ho avuto la possibilità di ascoltarlo raccontare, da solo o con altri, di quel periodo così particolare, impressionava costatare con quanto rispetto parlasse dei suoi carcerieri, che erano più vittime che aguzzini, per lui.

Molti, convertiti, furono battezzati da lui in carcere. Uno, due quattro… troppi: le autorità, prima pensarono di cambiarli spesso, sempre più spesso per non farli “rovinare” da mons. Francesco; ma poi, visto che tutti si convertivano a contatto con lui, decisero di lasciarli e non cambiarli più, altrimenti tutta la guarnigione delle guardie sarebbe diventata presto un seminario!

Mons. Francesco, raccontando tutto questo non ha mai avuto un accenno di vanagloria: sempre sorridendo, scherzando, parlando quasi di un altro.

Sì, di un Altro, un cristiano vero dovrebbe riconoscere quel che non è opera sua, anche se pienamente partecipata. Il merito è sempre di altri o di un Altro. Ed anche questo era mons. Van Thuan: uno che si schermiva, si metteva da parte, seguiva tutto ed era felice di tutto e… non teneva nulla per sé.

Era un uomo umile, cioè uno che ama senza aspettarsi che gli altri ti approvino, ti applaudano o ti deridano.

Era stato accusato di tradimento dalle truppe alleate che combattevano i comunisti, ed al tempo stesso era stato accusato dai comunisti di giocare la parte dalla parte degli alleati contro le truppe del Nord Vietnam. Subì attentati da una parte come dall’altra e ci furono persone che lo amarono sia da una parte che dall’altra.

Un giorno, già abitava a Trastevere perché “espulso” dal Vietnam, gli chiesi un aiuto per una situazione difficile: lesse la lettera dopo un suo viaggio, mi telefonò di notte per chiedermi scusa del ritardo con cui mi rispondeva e mi disse di raggiungerlo l’indomani nel suo appartamento. Mi accolse col suo sorriso inconfondibile, pieno di pace e gioia e mi diede una busta per quella situazione. Poi uscimmo insieme e in ascensore mi confidò: «In Vaticano taluni dicono che io sarei ricco, ma si sbagliano. Io non sono ricco: io do a chi mi chiede aiuto. Io do quello che ho, do via tutto a tutti coloro che sono nel bisogno. Non uso soldi per fare altre cose… È per questa ragione che dicono che io sono ricco».

Il suo appartamento in Vaticano era molto originale, dall’entrata alla cucina, si passava per tre livelli diversi di altezza. Mi disse un giorno mons. Francesco: «Era un deposito dei regali del Santo Padre», e mi mostrò un paravento coreano molto bello, decorato a mano ed altri regali, tutti nell’entrata dell’appartamento. «Sai, nessuno voleva questo appartamento, perché è a più livelli, ci sono scale, non è un appartamento bello e confortevole. Allora hanno pensato: proponiamolo a mons. Van Thuan, lui lo prenderà perché viene dal Vietnam… per me va molto bene».

Nei 13 anni di prigionia, senza processo, gli “appartamenti” che gli erano stati offerti, non erano certo così belli: topi, scarafaggi, buio ossessionante e soprattutto umidità e solitudine micidiali. Poi la lontananza dagli amici, da chi ti vuol bene, per molti prigionieri è stata fatale: sono impazziti.

«Mons. Francesco, come ha fatto a resistere in quella situazione?», gli chiesi un giorno. Mi rispose: «Vedevo solo una persona al giorno, quando mi davano la ciotola di riso. Era l’unico momento di un contatto umano. Io potevo amare in quel momento qualcuno e questo mi ha salvato. Poi il ricordo che anche Gesù in croce ha sofferto l’esperienza dell’Abbandono, ed ha gridato. Lui era lì, ed io ero lui. Non ero mai solo, non lo sono mai stato».

E poi la preghiera: la mia prigionia è iniziata in una giorno dedicato a Maria, il 15 Agosto 1975, ed è finita in un’altra sua festa, il 21 Novembre 1988. Lei non mi ha mai abbandonato».

Quando un uomo vero solca le strade di questo mondo lascia una traccia. Mons Van Thuan lo ha fatto, con chiunque: dai carcerieri agli ufficiali militari Usa, dai ministri alle persone più umili.

Era un uomo forte, fortissimo direi. Perché chi è umile sa piegarsi, abbassarsi per gli ideali in cui crede, dire di no e dire di sì ad un piano più grande, forse misterioso, doloroso e oscuro, ma alla fine luminoso. E di luce, mons. Francesco, ne ha davvero portata tanta e continua a farlo tutt’oggi. La sua salma riposa ora nella Chiesa di Santa Maria della Scala, in Trastevere. Ma il suo ricordo è vivissimo nel Vietnam che lo aspetta. Il popolo aspetta il giorno della sua beatificazione. Ma per molti, lui è già santo: lo era prima dell’arresto, durante la prigionia, quando è stato elevato a cardinale. Mons. Van Thuan ha profondamente amato il suo popolo e la sua terra. E di questo tutti ne sono coscienti. E del suo esempio, la Chiesa vietnamita, ha oggi, ancor più oggi, un estremo bisogno. Bisogno di un uomo vero da imitare.

 

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