Valorizzare le differenze, anche a scuola

Spesso considerate un limite per l’apprendimento della classe, possono invece rivelarsi una risorsa da promuovere per raggiungere una maggiore inclusione.

All’interno di una scuola secondaria di primo grado, la maggior parte dei genitori degli alunni frequentanti una classe prima ha deciso di ritirare i propri figli dalla scuola dato che la presenza di due alunni con disabilità rallentava, a loro dire, l’andamento scolastico. In classe sono rimasti in cinque. Due alunni con una disabilità e altri tre, le cui famiglie si sono opposte al comportamento generale.

La notizia è di qualche tempo fa, ma episodi più o meno gravi come questo non sono rari nel panorama sociale in cui viviamo e credo sia giusto proporre delle riflessioni a riguardo: cosa s’intende, ad esempio, per apprendimento scolastico? In una società, come la nostra, che ha annullato in maniera pionieristica negli anni settanta le classi differenziali perché credeva nell’importanza dell’inclusione, a che punto siamo adesso? Che inclusione siamo stati capaci di attuare come persone, come educatori, genitori, studenti, politici, ecc.?

Credo che la strada da percorrere sia ancora lunga. Spesso, ma non sempre per fortuna, ancora oggi il ragazzo con una qualche differenza all’interno dei contesti scolastici che frequento abitualmente come psicologa, viene vissuto come limitante. Ci si focalizza su cosa si creda che manchi a quella persona per essere definita normale, sul cosa non ha, piuttosto che sulle risorse e su ciò che di positivo potrebbe apportare al contesto. In quest’ottica poco si strutturano situazioni che possano davvero integrare le competenze di ognuno.

Anche il momento della recita di fine anno, ad esempio, che dovrebbe rappresentare l’apice di un lavoro cooperativo di squadra tra studenti ed insegnanti, si riduce a tutta una serie di attività in cui spesso lo studente con caratteristiche diverse viene relegato in un angolo, senza che sia stato possibile coinvolgerlo in alcun modo. È in questi contesti allora che andrebbe promosso e valorizzato, in collaborazione con le famiglie ed i servizi territoriali, un nuovo tipo di apprendimento che non si basi solo sulle nozioni teoriche che si trovano sui libri. Un apprendimento che riguardi, piuttosto, anche l’imparare a stare con chi ha caratteristiche differenti dalle nostre, imparare a prendersi cura di chi si trova ad avere stabilmente o temporaneamente delle difficoltà, imparare ad ascoltare il diverso, convinti che chiunque possa insegnare qualcosa di importante e prezioso al di là delle competenze cognitive, relazionali e motorie che possiede. Nel corso degli anni mi è capitato di incontrare insegnanti e genitori che hanno lottato e combattuto per questo tipo di apprendimento. Mi è capitato, ad esempio, di assistere a una recita di fine anno fatta solo di gesti, nel rispetto dell’ipersensibilità acustica di un bambino con diagnosi di autismo, o in una scuola dell’infanzia, comporre poesie con l’uso di immagini per un bambino con difficoltà di linguaggio.

Nella scuola Oliver Twist di Como, Cristina Ciociola, pedagogista del centro Cometa Research, ha portato avanti un progetto di ricerca che evidenzia come mettere in atto delle pratiche che favoriscano una buona inclusione all’interno della scuola sia realmente una risorsa per l’intero contesto. All’interno della scuola vi è stata l’applicazione di quelli che il professore Luigi D’Alonzo definisce i passi fondamentali per mettere in atto una buona inclusione: credere nell’inclusione scolastica; avere un dirigente che svolga un ruolo attivo nella promozione di tali interventi inclusivi; concepire l’insegnante di sostegno come parte attiva del contesto classe e risorsa con la quale strutturare dei progetti; preparare anche gli insegnanti curricolari su tematiche che riguardano gli studenti con bisogni specifici. Nella scuola di Como, ispirandosi alle indicazioni del professor D’Alonzo, vi è stata una grande riflessione da parte di tutti i docenti sui processi di apprendimento, ci si è chiesti come ogni alunno apprende ed è stata promossa una didattica personalizzata che ha reso ogni studente co-protagonista del proprio percorso di studi.

I risultati della ricerca hanno evidenziato come, seguendo queste buone prassi, sia migliorata la sensibilità dei docenti nel cogliere e valorizzare le differenze tra i vari studenti, inoltre tutto il corpo docente ha sviluppato una migliore coesione nella condivisione di finalità, metodologia e didattica e una migliore flessibilità e disponibilità all’adattamento della didattica verso i bisogni speciali di ciascuno. Sono aumentate, inoltre, le capacità comunicative sia all’interno del gruppo classe che  del corpo docente. Ed ancora, all’interno di quello che potremmo definire un circolo virtuoso, anche i ragazzi hanno tratto giovamento, raggiungendo tutti l’eccellenza da un punto di vista didattico.

Senza voler semplificare un contesto di sicuro complesso come quello scolastico, troppo spesso messo in difficoltà da mancanza di risorse economiche e fisiche, credo, però, sia compito proprio di tale contesto insegnare modalità di entrare in relazione, di ascoltare e di aiutarsi a vicenda, promuovendo cooperazione tra i compagni e stimolando in ciascuno caratteristiche empatiche che possano aiutare ad entrare nei panni dell’altro per condividere emozioni, bisogni, difficoltà e gioie. L’inclusione non può e non deve diventare un ostacolo all’istruzione, ma è necessario che ciascun protagonista del contesto scuola rifletta sul come promuovere un tipo di apprendimento che si spinga oltre la didattica e non lasci indietro nessuno. Questo sarà l’unico insegnamento, impossibile da apprendere sui libri, che gli studenti porteranno con sé nel corso della propria vita.

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