Usa contro Cina e Iran: quando la diplomazia non conta più

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha tentato di influenzare le decisioni del papa, che ha preferito non incontrarlo, perché negli Stati Uniti è in corso la campagna elettorale. Le manovre di Trump contro Cina e Iran

È di questi giorni l’arrivo in Italia del Segretario di stato Usa, Mike Pompeo. Nei giorni scorsi, Pompeo aveva pubblicamente e ripetutamente ribadito cosa dovesse fare il papa nei confronti della Cina, cioè interrompere le trattative in corso per il rinnovo degli accordi sulla nomina dei vescovi cinesi. Una pressione decisamente poco diplomatica.

La Santa Sede ha fatto sapere che papa Francesco non riceverà il Segretario di stato statunitense, incaricando dell’incontro con lo scomodo personaggiostatunitense il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, mons. Gallagher, e il Segretario di Stato vaticano, mons. Parolin. Interrogato dall’inviato dell’Adnkronos se Pompeo avesse chiesto di vedere il Papa, mons. Parolin ha risposto senza mezzi termini né giri di parole: «Lo aveva chiesto, ma il papa aveva detto chiaramente che non si ricevono personalità politiche durante la campagna elettorale».

Pompeo ha incontrato anche il premier italiano Giuseppe Conte: hanno parlato probabilmente della lotta al Covid-19 e del conflitto in Libia. Ma soprattutto, Pompeo avrebbe esortato il Governo italiano a rifiutare gli accordi con la Cina sulla telefonia 5G. Ancora la Cina, ancora un rifiuto a tutto ciò che è cinese, intransigenza senza possibilità di dialogo.

E se la Cina per Trump e Pompeo è “il nemico”, non è però l’unico. Perché la pressione sull’Iran, insieme a quella sulla Cina, sono a quanto pare ritenute temi di rilevanza elettorale. Viste le pesanti responsabilità in politica interna, assicurarsi successi (o almeno ritenuti tali) in politica estera, ad un mese dalle elezioni presidenziali, è considerato decisivo per la rielezione di Trump.

Annalisa Perteghella (esperta Ispi per le questioni iraniane) così inquadra sinteticamente la questione: «Se si esclude la pseudo-battaglia tra potere secolare e temporale che l’amministrazione Trump sembra aver ingaggiato con il Vaticano (la Chiesa come entità geopolitica, i fedeli come collettività e la Cina come nemico sono l’oggetto del contendere), l’Iran è in cima ai dossier in agenda. Dalle condanne contro i satelliti regionali, come Hezbollah, alle manovre diplomatiche in sede Onu, Teheran è l’obiettivo. E così come contro la Santa Sede, è una figura di primissimo rilievo del governo americano a guidare l’offensiva, anche narrativa e mediatica: il segretario di Stato, Mike Pompeo».

Quello che Trump e Pompeo sembra che non riescano a capire è che con queste politiche estere ad oltranza filo-israeliane e anti-iraniane, anti-cinesi, anti-russe e anti chi più ne ha più ne metta si sta coagulando un’ostilità anti-americana molto ampia.

Si è visto in modo evidente all’ultima Assemblea generale dell’Onu, a metà settembre. L’ostinazione Usa a chiedere di reintrodurre tutte le sanzioni possibili contro l’Iran ha uno scopo immediato, quello di rinnovare l’embargo per l’acquisto di armi alla Repubblica islamica iraniana, che scade a metà ottobre. Ma per fare questo gli Usa pretendono che l’Onu si dichiari apertamente anti-iraniano. E questo le Nazioni unite non lo vogliono fare, tanto più che all’interno stesso del Consiglio di sicurezza gli Usa sono isolati. Per motivi diversi, in funzione anti-americana, nessuno sembra favorevole alla reintroduzione delle sanzioni. Se non altro perché sono un’imposizione unilaterale statunitense e soprattutto perché sono in molti a sperare che Trump non venga rieletto.

In caso di una vittoria di Biden e dei democratici, il discorso degli accordi con l’Iran (il famoso Jcpoa), voluti da Obama e stracciati da Trump, potrebbe riaprirsi. È ancora da vedere se l’Iran accetterà di rientrare in quegli accordi, ma moltissimi altri Paesi lo auspicano, compresa l’Ue o almeno la grande maggioranza dei Paesi che ne fanno parte.

E quindi, a dispetto dell’ostinazione dell’attuale governo statunitense, si tira a campare in modo da non compromettere i futuri possibili accordi con l’Iran. È in pratica una scommessa sulla caduta di Trump quella che le maggiori potenze mondiali stanno facendo.

 

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