Un anno fa l’inizio della pandemia

Da quando tutto è cominciato, cosa e chi è cambiato? Viene spontaneo fare un bilancio su quanto la vita privata e pubblica sia cambiata. L'opinione di una nostra lettrice
AP Photo/Vincent Thian

È passato un anno dal primo caso ufficiale di Covid 19 in Cina, che avrebbe scatenato una pandemia. Si sa che già da tempo il virus si stava diffondendo nella Repubblica asiatica, ma i dirigenti politici non avevano voluto riconoscere quanto un giovane medico oculista, Li Wenliang, nel dicembre 2019 aveva portato alla loro attenzione sull’infezione alle vie respiratorie di alcuni pazienti, molto simile alla SARS e lui ne morirà a febbraio.

In gennaio, il regime cinese dovette riconoscere l’epidemia. Dapprima sembrò relegata in quell’immenso territorio ma con molti collegamenti esterni specie di tipo economico. Passò solo qualche settimana prima che l’Oms dichiarasse la pandemia: il virus ormai dilagava rapidamente e diffusamente ovunque.

Ebbene, in questi 11 mesi si sonno susseguiti momenti terribili: panico, incertezze, impotenza minacciati da un nemico sconosciuto, spietato e invisibile. Dagli scienziati sono arrivate prime timide informazioni che hanno protocollato misure di difesa che il tempo ha mostrato valide e, se messe in atto, bloccano decisamente il virus, il cui acronimo, sarebbe MDM: mascherina, distanziamento, mani.

Si fa fatica a ripensare allo stile di vita pre-pandemia, un mondo frenetico e viaggiatore: stazioni, aeroporti, porti, autostrade superaffollati, pranzi di lavoro, shopping, centri commerciali, piazze, concerti, e quando non si era fuori per affari, il rientro a casa a tarda sera. Improvvisamente le mura domestiche hanno invaso le vite di donne e uomini in un confronto serrato e senza alternative, la stasi si è imposta a salvaguardia della vita che nel secondo trimestre, ahimè, spariva nei letti di ospedale in solitudine. Per l’alto numero di vittime, camion militari portavano le salme nei Comuni limitrofi per procedere alla cremazione.

Uno spettacolo triste, riaffiorano le lacrime degli addetti ai cimiteri di quelle zone sconvolti dai morti che aumentavano.

Le vittime: anziani, medici, operatori sanitari, sacerdoti. Questi ultimi curatori della persona, o del corpo o dell’anima, per cui si sono donati senza risparmio.

In quello scenario di immensa tristezza e reclusione, la natura si riprendeva il suo spazio, mai una primavera era stata così primavera, con il tepore giusto da consentire placidamente il germoglio di piante, alberi e le stesse piogge furiose avevano cessato di impazzare, mentre le città primeggiavamo per bellezza mostrando statuarie forme geometriche spiccando nitidamente nelle strade e piazze deserte.

La pandemia probabilmente nella sua “virulenta” diffusione vuol disegnare drammaticamente quanto ognuno è importante per l’altro in una società altamente individualista dove la libertà spesso è sostituita con il suo plurale: le libertà, tanta è stata l’escalation dell’Io! Eppure, penso che un ridimensionamento delle libertà per intenderle in senso umano, darebbe il giusto equilibrio ed equità all’umanità.

Insopportabile continuare a vivere con negli occhi immagini di popoli martoriati da guerre sostenute con armi prodotte da Paesi opulenti; o popolazioni affamate a far da tragico contrappeso all’obesità di cert’altri; o bambini offesi nei loro diritti, sfruttati con le azioni più empie e disumane. Il messaggio plastico della pandemia è evidenziare come le azioni di ciascuno influiscono sugli altri, è la foto dell’invisibile che diviene visibile.

È disarmante, sembra che non siamo cambiati nella ricerca del nostro benessere, c’è chi infrange le regole che consentono di difendersi dal virus per godersi un aperitivo, la festa con gli amici in locali privati; la pretesa di discoteche, stadi e impianti sciistici aperti quasi a rendere ragione all’imprenditore che ha avuto il coraggio di esternare probabilmente un’opinione intimamente diffusa: «La gente è stanca e se qualcuno muore, pazienza», a mo’ di un ineluttabile destino a cui la ragione umana non può contrapporsi!

Possibile che una crisi sanitaria ci abbia reso peggiori? No, forse il negativo non è la parte preponderante in questo scenario del primo ventennio del 2000, ma fa scalpore perché ferisce l’umanità stessa. Certo, è vero che «peggio di una crisi c’è solo il dramma di sprecarla» (papa Francesco).

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