Ucraina, Zaporizhzhia patrimonio dell’umanità?

I recenti attacchi incrociati tra russi e ucraini attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia dimostrano come non solo i siti d’arte, ma anche i siti strategici dovrebbero essere iscritti in un albo che li protegga
Ucraina (AP Photo, File)

«Gli attivisti del presidente ucraino Volodimir Zelensky hanno sparato di nuovo sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha scritto su Telegram Vladimir Rogov, membro dell’amministrazione di occupazione installata dai russi nella regione meridionale dell’Ucraina. Fortunatamente, non è stata rilevata alcun danno maggiore: «Al momento non è stata rilevata alcuna contaminazione nella stazione e il livello di radioattività è normale», ha detto sempre a Telegram Evguéni Balitski, il responsabile dell’amministrazione civile e militare istituita dai russi.

L’impianto di Zaporizhzhia non è nuovo alle cronache, visto che l’impianto è già stato preso di mira da due attacchi la scorsa settimana, suscitando la preoccupazione della comunità internazionale. Giovedì, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres aveva avvertito del rischio di «un disastro» alla centrale di Zaporizhzhia, poche ore prima di una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza.

«Purtroppo, invece di una riduzione dell’escalation, negli ultimi giorni sono stati segnalati incidenti ancora più preoccupanti, incidenti che, se reiterati, potrebbero portare a una catastrofe vera e propria», ha scritto in una nota il segretario generale, dicendosi «gravemente preoccupato per la situazione intorno al sito». E ha insistito: «Deve essere chiaro a tutti che qualsiasi danno a Zaporizhzhia o a qualsiasi altro sito nucleare in Ucraina, o altrove, potrebbe causare conseguenze catastrofiche non solo nella regione ma ben oltre. Questo è del tutto inaccettabile».

Sono stati i russi questa volta a denunciare l’attacco da parte dagli ucraini, cosa che era avvenuta a parti inverse nei precedenti scontri, in un macabro rimpallo di responsabilità fra i due Paesi. Si ricorda che la centrale è sotto occupazione russa dal mese di marzo, ma in essa continuano a lavorare gli ingegneri e i tecnici ucraini che, a sentire Kiev, sarebbero oggetto di vessazioni da parte degli occupanti russi.

L’agenzia nucleare ucraina Energoatom, che dapprima si voleva rassicurante, stavolta indica alcune criticità nel sito, perché i bombardamenti, che avrebbero provocato una gran quantità di fumo, avrebbero danneggiato «diversi sensori di rilevamento delle radiazioni». Cinque nuovi attacchi sono stati segnalati accanto a un deposito di sostanze radioattive», sempre secondo Energoatom.

È un caso da manuale, quello della centrale di Zaporizhzhia, del Manuale della nuova guerra che dovrebbe venire scritto e diffuso dopo quest’avventura bellica ucraino-russa. In una guerra che si vuole chirurgica – ma che non lo è, perché in campo si mescolano armi digitali tecnologicamente perfette, ad altre invece tradizionali, dei fondi di magazzino verrebbe da dire, che provocano danni collaterali altissimi −, appare evidente come alcuni siti industriali, logistici, di infrastrutture e di produzione energetica debbano essere messi al riparo, perché non hanno influenze potenziali solo sui Paesi partecipanti alla guerra, ma ben oltre i confini del conflitto.

La storia del grano ce l’ha già detto, e così le questioni delle materie prime non energetiche che provocano scombussolamenti dei mercati internazionali dovuti alle penurie provocate dalla guerra. Certo, il caso di Zaporizhzhia e del nucleare dice bene quanto ridicolo sia considerare tali centrali come “locali”. La più grande centrale elettrica nucleare d’Europa deve essere protetta, questa è la realtà, e ciò potrebbe essere fatto solo da una protezione internazionale del sito.

Non si sa chi spara, e forse mai lo si saprà. La guerra è il regno della menzogna e dell’infingimento, ma proprio per questo non si ha nessuna certezza che un capetto locale sbagli un tiro provocando una catastrofe continentale, e anche oltre. La necessità di istituzioni transnazionali efficaci è ancora una volta messa in evidenza.

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