Turchia in panne

Tempi duri per il governo di Ankara e per il regime di Erdogan che comincia a mostrare delle crepe. Inflazione al 205, crollo del valore della lira turca, politica nazionale imballata, alleanze internazionali ambigue
EPA/STR

«Tutti gli indicatori mostrano che il nostro Paese sta entrando in un trend di crescita»: è una recente dichiarazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che con il tipico piglio autoritario che lo contraddistingue, ha aggiunto: «Chiunque crei ostacoli agli investitori stranieri o nazionali dovrà risponderne a me». L’uscita, al di là dei toni e delle velleità, sembra cogliere la realtà della situazione: la Turchia è in panne soprattutto per il venir meno della fiducia internazionale nel mercato turco, che per anni aveva saputo attirare cospicui investimenti. Soprattutto tedeschi, ma non solo.

Di fatto, nel Paese la disoccupazione non riesce a scendere sotto il 15%, l’inflazione viaggia ormai da tempo intorno al 20% e il Pil scende decisamente. La lira turca, nonostante massicci interventi di sostegno della Banca Centrale tramite immissione di valuta pregiata, sta in piedi solo con i puntelli, tanto più che il presidente Erdogan continua a insistere che i tassi di interesse vanno abbassati, invece che alzati come la logica economica richiederebbe in questa situazione. E la lira turca nel 2018 ha perso almeno il 30% del suo valore rispetto al dollaro Usa.

In questo quadro, è evidente la ritrosia crescente dei mercati a investire in Turchia. Il problema ha probabilmente due cause principali: l’insicurezza del quadro politico interno e delle alleanze internazionali, e un mercato del lavoro in certo modo drogato dai progetti faraonici del governo o da investimenti nazionali troppo rischiosi. Un notevole contributo alla svalutazione della moneta turca, per esempio, l’ha dato come ministro dell’Energia (2015-2018) Berat Albayrak, genero di Erdogan, con una politica sconsiderata di indebitamento pubblico. Dal 9 luglio 2018, poi, Albayrak è diventato ministro del Tesoro, probabilmente stabilendo un nuovo record: si dice che un’ora dopo la sua nomina, a causa della sfiducia degli investitori la lira turca abbia perso il 3,8% del suo valore.

Un recente esempio relativo all’insicurezza del quadro politico sono state le elezioni amministrative di fine marzo, che hanno visto dopo 15 anni la sconfitta ad Istanbul (anche se per poche migliaia di voti) del candidato dell’Akp, il partito di Erdogan, e la vittoria di quello repubblicano di opposizione. Per il Partito repubblicano, conquistare la capitale economica del Paese, con 20 milioni di abitanti, era un obiettivo importante dopo aver già vinto ad Ankara, Smirne, Antalya e in altre 7 tra le più grandi città della Turchia. Ma la Commissione elettorale nazionale, su richiesta dell’Akp, ha invalidato il voto in modo inappellabile, per brogli elettorali. Si voterà di nuovo a giugno, forse.

In relazione all’insicurezza delle alleanze internazionali turche è di questi giorni l’ennesimo balletto: la Turchia sta con la Nato o con Russia? Non si capisce, eppure non è una questione di lana caprina. Pur essendo la Turchia uno dei pilastri della Nato, Erdogan ha dichiarato di aver comprato armi russe (i missili antiaerei S-400). Salvo poi smentire di averli acquistati quando gli Usa hanno fatto la voce grossa ed hanno minacciato di escludere la Turchia dal programma dei micidiali super-caccia F-35 (con esultanza della Leonardo che aspira ad una commessa per produrli in Italia).

Riguardo ai progetti faraonici, il governo turco ce l’ha sempre messa tutta per fare le cose in grande. Un esempio recente è l’inaugurazione il 7 marzo scorso della nuova mega-moschea di Camlica (Istanbul), capace di accogliere 60 mila fedeli, e costata, pare, 4 miliardi di dollari. Ma si potrebbe citare il nuovo aeroporto di Istanbul, il più grande del mondo, con una superficie che supera quella dell’isola di Manhattan, o il terzo ponte sul Bosforo che ha le torri di sostegno più alte della Tour Eiffel.

Senza poi contare la fallimentare e feroce politica anti-curda in patria e le pretese di espansione in Siria a spese dei curdi del Rojava. Tutte imprese costose che la Turchia non si può più permettere se la fiducia degli investitori internazionali viene meno. Che sia un complotto fomentato dagli Usa di Trump o una conseguenza diretta delle politiche di Erdogan, di fatto il rischio di un’implosione della moneta turca è reale. Lo sanno bene quei cittadini turchi che si stanno dibattendo nelle secche del carovita con un’inflazione a due cifre e l’aumento della disoccupazione.

 

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