Treu, i giovani, il lavoro e il mondo che verrà

Intervista al professor Tiziano Treu, presidente del Cnel, sulla situazione del lavoro in Italia, la disoccupazione giovanile e le proposte per uscire dalla crisi. Tutti gli interventi sul focus
Lavoro, Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse

In un’inchiesta a tutto campo sul lavoro in Italia, con particolare attenzione all’occupazione giovanile, non si può non ascoltare il parere di Tiziano Treu, attuale presidente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel). Il famoso professore di diritto del lavoro presso l’università cattolica di Milano ha ricoperto più volte la carica di ministro e di senatore.

Tiziano Treu ( LaPresse)

Durante il governo di Romano Prodi è stato l’ispiratore, nel 1997, di quella serie di interventi sul diritto del lavoro che hanno preso il suo nome (“Pacchetto Treu”). Il Cnel è un organo di rilievo costituzionale  con funzioni consultive del governo , parlamento e regioni, in materia di legislazione economica e sociale.

In Italia viviamo il paradosso di avere una popolazione giovanile in continua decrescita, fino agli effetti prevedibili del gelo demografico, contrassegnata da alti tassi di disoccupazione e inoccupazione. Cosa è che non funziona?
Il problema reale e arcinoto è che abbiamo pochi bambini e molti anziani. Se continua così andiamo verso un tragico declino del Paese. Veniamo da decenni sprecati mentre altre nazioni sono intervenute a favore dei figli, dei servizi per l’infanzia e favorendo l’occupazione femminile. Non è vera la tesi secondo cui, se le mamme lavorano, non fanno figli. Vale esattamente, con la maggiore solidità economica, il contrario. Per rovesciare tale tendenza involutiva bisogna fare degli interventi mirati, come quelli avviati (assegno unico per i figli) con l’ultima legge di bilancio, destinati a produrre effetti positivi non nel breve ma nel medio periodo. Intanto è evidente che abbiamo già una scarsità di trentenni tra la popolazione. I pochi giovani sono spesso maltrattati e occupati in posti precari, o, quando sono inseriti in lavori “normali” hanno retribuzioni più basse.  È un modo per condannare definitivamente il Paese. Anche negli Stati più virtuosi esistono, tuttavia, un tasso di inoccupazione e disoccupazione giovanile maggiore di quelli degli adulti ma non come da noi che è tre volte tanto. Oltre alle politiche per il lavoro dei giovani sono necessarie quelle che, più in generale, ne sostengano l’autonomia.

E quali politiche attive sarebbero necessarie? Ci sono esempi di altri Paesi replicabili da noi?
Le ricette sono ben note e basta volerle applicare. Prima di tutto ci vuole molta più formazione in linea con gli standard europei. Abbiamo troppa dispersione scolastica, una preparazione che prevede poche materie tecniche e troppe in quelle generiche. È un problema che ci trasciniamo da troppo tempo. L’investimento debole in formazione si accompagna a quello ridotto in ricerca e innovazione. E poi quei pochi giovani che raggiungono una formazione adeguata non trovano un tessuto imprenditoriale, soprattutto nelle aziende piccole, che sia in grado di valorizzarli.  Abbiamo un posizionamento medio basso in molti settori che considerano la formazione un investimento che rende poco. In generale le aziende non possono pensare di poter andare avanti con persone non aggiornate che ignorano le rapide innovazioni tecnologiche di un mondo in continua evoluzione. Come Cnel proponiamo, da tempo soluzioni adottate in altri Paesi che non vengono, tuttavia, accolte.

Ad esempio?
Sappiamo che il momento più delicato che dobbiamo curare è il passaggio dallo studio al lavoro con massicce politiche di orientamento. Un giovane di 16-17 anni non può essere lasciato da solo. Deve capire dopo poter andare in una realtà complessa, proprio per evitare di fare scelte sbagliate che è poi difficile raddrizzare. A tal fine, le agenzie del lavoro tedesche promuovono ogni anno, tra le ultime classi delle scuole superiori, delle interviste personalizzate a centinaia di migliaia di giovani. Esiste, poi, un efficace ed effettivo sistema di alternanza scuola lavoro. Occorre prevedere, infine, un serio apprendistato. Contratto che, ad ogni modo, la nostra ultima legge di bilancio sembra voler incentivare.

Cosa significa sostenere l’autonomia dei giovani?
Intendo l’autonomia in senso economica e abitativa. Quando sono stato eletto al Senato il collega Massimo Livi Bacci (tra i massimi esperti di demografia, ndr) aveva già presentato una proposta di legge per facilitare l’autonomia dei giovani, compresa l’idea mutuata dalla Francia di prevedere una sorta di “dote” che il giovane può usare per avviare un’attività e completare la formazione.

Nel mercato del lavoro attuale non le sembra prevalente l’intermediazione delle agenzie del lavoro interinale che lei ha introdotto del 1997 con il governo Prodi? Che giudizio se ne può dare oggi?
In quell’epoca, girando per l’Europa mi resi conto che l’Italia era l’unico Paese che non prevedeva tali società che abbiamo inserito nel nostro ordinamento con molte cautele e nella convinzione che non potevano e non dovevano essere uno strumento predominante rispetto al collocamento pubblico. Di fatto, i due sistemi (privato e pubblico) collaborano poco tra di loro, con il rischio che le agenzie private fanno troppo di fronte al pubblico che ha il fiato corto. In alcune zone del Paese, comunque, fanno poco entrambi.

Nell’ultimo rapporto del Cnel si mette in evidenza l’effetto pesante della pandemia sull’occupazione. Non è questo il tempo, come affermano alcuni economisti, di uno stato come datore di lavoro diretto, per i giovani e per chi viene licenziato, su settori strategici individuati in base al Next Generation Ue per rispondere alla crisi?
A mio parere lo stato ha un ruolo di stimolatore e non di gestore come avveniva in passato fino alla produzione dei panettoni. Il pubblico ha un ruolo fondamentale per indirizzare e sostenere la crescita, l’innovazione di base e i settori strategici con investimenti mirati ed efficaci a mettere in moto, così, le imprese private che possono decidere l’assunzione delle persone.

Ne “Il mondo che verrà”, un dossier accessibile dal sito del Cnel, riportiamo i contributi di 16 autorevoli esperti anche sul ruolo delle politiche pubbliche.

Ma come si può immaginare un futuro (sposarsi, accogliere dei figli, comprare casa) senza la stabilità di un cammino personale minacciato dalla precarietà?
Il lavoro precario è l’effetto di un’economia distorta e senza avvenire con imprenditori raccogliticci che non investono. Senza una economia solida le stesse imprese sono instabili e incapaci di offrire occupazione.

Proprio per rispondere a tali sfide non è auspicabile in Italia una nuova politica delle relazioni sindacali improntata a forme di partecipazione diretta dei lavoratori nella gestione delle imprese?
Certo. Ne scrivo da più di 40 anni. Le nostre relazioni sindacali sono state troppo improntate ad una logica conflittuale, inevitabile ai tempi delle “padroni delle ferriere” ma che oggi è senza senso di fronte ad una modalità di produzione che richiede la partecipazione diretta e intelligente dei lavoratori. Lo affermano le imprese più all’avanguardia, disposte a condividere progettualità e strategie, e ne è convinto larga parte del sindacato.

Si può adottare il sistema duale tedesco?
Credo che sia una buona indicazione quella espressa dalla direttiva europea 86 del 2001 sulla promozione partecipazione dei lavoratori nelle aziende. Il modello vigente in Germania è una dei modi possibili per realizzarla. Nei casi adottati in Italia, anche tramite l’incentivazione fiscale, prevale la partecipazione nell’organizzazione del lavoro con effetti molto positivi sulla produttività.

E il Cnel non ha proprio il compito costituzionale di promuovere la partecipazione sociale al governo del Paese? Perché inventarsi ad esempio procedure tipo gli “stati generali dell’economia”?
Noi siamo uno dei luoghi istituzionali di consultazione delle parti sociali, ma sono da sempre a favore di una pluralità dei soggetti da ascoltare. Il problema vero è che esiste una tendenza a fare a meno dei corpi intermedi, secondo un’ideologia in base alla quale non esiste la società ma solo l’individuo. Il governo Renzi, come è noto, voleva abolire il Cnel nel referendum di riforma costituzionale. Invece, i governi recenti ci interpellano spesso pur ascoltandoci poco.

Nel numero di Febbraio 2021 di Città Nuova una lunga inchiesta di analisi e proposte sulla disoccupazione giovanile.

Tutti gli interventi dell’inchiesta nel focus on line

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