Tre manifesti di denuncia a Ebbing

Questo film narra la metamorfosi degli abitanti di un paesedel Missouri in cui la gente, con uno schiocco delle dita, passa dall'egoismo più assoluto ad essere "affamata d'amore".
Frances McDormand in una scena del film

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, film scritto e diretto da Martin McDonagh, si apre con l’immagine di uno scarafaggio con la schiena a terra. È lì che si dimena terrorizzato con le gambe in aria, totalmente esposto al pericolo e vicinissimo alla morte. Ma la protagonista del film, una superba Frances McDormand, invece di ucciderlo, lo gira con una piccola schicchera e questo ricomincia a camminare e a vivere miracolosamente. Nulla in un buon film avviene per caso e una sequenza così sottile può diventare la metafora che anticipa e riassume l’intera opera: quello scarafaggio siamo noi, quando diventiamo tutt’altro che belli e cadiamo in grave difficoltà; quando diventiamo perfetti per essere schiacciati, quando ci facciamo involontariamente bersaglio secondo un’abitudine violenta, disumana e ingiusta, ma anche diffusa. In quelle circostanze possiamo anche essere salvati da chi ci tende una mano, da chi rompe il meccanismo e diventa altruista, gentile, illuminato, mettendo noi, anche se involontariamente repellenti, prima del suo istinto.

Questa pellicola a tratti farà anche ridere, ma sprizza dolore da ogni poro, in questa provincia abita un insieme di poveri, dolenti e inermi scarafaggi: uomini e donne che si sono smarriti per i dolori subiti, incapaci da quel momento in poi di camminare con le proprie gambe. Non una comunità coesa, ma una somma di individui lacerati dai conflitti e dalla sofferenza.

Su tutti una certa Mildred Hayes, un’ultracinquantenne abbandonata dal marito, senza alcun sorriso nel cuore e soprattutto senza più una figlia in casa, poiché sbranata da lupi senza nome che l’hanno stuprata, uccisa e poi bruciata. È stato l’orrore, vomitevole e netto, a cui il resto del paese non ha risposto cercando di aiutare una madre distrutta. Quest’ultima, dopo sette mesi in cui la polizia ha continuato a bivaccare molestando la gente di colore e non è riuscita a raggiungere il minimo risultato nelle indagini, ha pensato di affittare tre cartelloni pubblicitari su una strada secondaria che conduce a Ebbing e di attaccarci tre manifesti con cui accusa gli agenti di non aver fatto nulla per scovare gli assassini di sua figlia. Sono tre detonatori, tre scosse, l’inizio di esplosioni che scuotono e portano dolore, ma medicano le antiche ferite e portano redenzione.

Una sorgente di vita si apre lentamente tra i corpi ansimanti del film, soprattutto dentro quello dell’agente Dixon, “bambino” in divisa, adulto segnato dalla morte del padre e mai sostenuto da una madre chioccia e depressa. Non fa altro che sfogare la sua rabbia coi più deboli, i suoi sentimenti implodono di continuo sotto la sua uniforme scomposta e la rabbia domina ogni sua azione, conducendolo sistematicamente all’errore e alla brutalità. La violenza infetta ogni canale di comunicazione a Ebbing; Mildred e il suo ex marito finiscono per puntarsi il coltello al collo, mentre gli altri si insultano e picchiano con sorprendente facilità finché qualcuno ha l’intuizione, la forza, il dono, di invertire la tendenza, di rompere il mortifero circolo vizioso con un gesto di infinita fertilità, con una schicchera, appunto.

Lo fa il capo della polizia locale, l’agente Bill Willoughby (formidabile anche l’interpretazione di Woody Harrelson), che, fino a un certo punto, pur avendo nel cuore la direzione giusta da prendere, non aveva saputo far rialzare la sua comunità né togliere il profondo disordine dalla stazione di polizia da lui gestita. Però, poco prima di morire di cancro, usa l’arma potente della gentilezza, sia con Mildred, a cui ha pagato una rata dell’affitto dei manifesti, che con il dannato agente Dixon, al quale ha scritto una lettera in cui gli dice che non è una persona cattiva e disonesta e lo esorta a diventare un bravo poliziotto. Come? sostituendo l’odio dentro di se con l’amore, mettendo da parte la rabbia distruttiva causata dalla morte di suo padre.

Da questo momento un filo di luce entra nel film, come un tepore che lentamente si propaga, facendo a pugni con le abitudini e gli istinti, ma vincendo e contagiando la fauna affamata d’amore che popola questa storia piena di vita. Vita in rianimazione, sì, ma ancora vita. È un film prezioso, potente e magnetico, grazie a una sceneggiatura quasi perfetta (giustamente premiata a Venezia 2017).

Mildred consiglia caldamente al suo ex marito di essere gentile con la nuova compagna, la stessa che fino a poco prima apostrofava con parole irripetibili. Il film si conclude con un viaggio in automobile. Appena cominciato, sia Mildred che l’agente Dixon sembrano aver messo da parte il desiderio di vendetta e voler iniziare a perdonare e quindi a rialzarsi, a riscattarsi di nuovo. Per la prima volta sul viso di Mildred e Dixon fiorisce un sorriso: è bastata una schicchera e questi due incolpevoli scarafaggi hanno ritrovato di colpo la loro bellezza.

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