Tre grigie sorelle

Le Tre sorelle Prozorov, sappiamo, consumano la loro giovinezza in un’angusta cittadina della provincia russa. Ad essa addebitano lo scontento del vuoto d’amore che provano. In un susseguirsi al tempo stesso frenetico e immobile di slanci e frustrazioni, di speranze amaramente risposte nel passato o nell’altrove, e di struggente nostalgia del futuro, ripeteranno all’infinito il loro A Mosca, a Mosca!: estremo appiglio ad una speranza di mutamento dell’esistenza, ma irraggiungibile per mancanza di volontà che faccia presa sul reale. I grandi temi trattati da Cechov – l’utopia del lavoro, l’attesa del cambiamento e della felicità, l’illusione per continuare a vivere, il bisogno di essere ricordati – hanno trovato nel regista Massimo Castri un encomiabile impegno, leggendo nel testo soprattutto l’incapacità di vivere, di consociarsi e dare luogo ad una comunità. A dare l’avvio alla vicenda sono i preparativi per festeggiare l’onomastico di Irina, a un anno di distanza dalla morte del padre, un generale che riempiva la casa di ufficiali e di feste. Ed è indimenticabile la scena dell’andare e venire della serva (la bravissima ottuagenaria Barbara Valmorin) nell’apparecchiare l’enorme tavolo al centro del palcoscenico. Fa subito seguito l’ingresso spaesato dei protagonisti, valigie in mano – sopra le quali ognuno prenderà posto – vestiti con uguali impermeabili grigi. Appena tolti, ciascuno rivelerà il suo abito e darà inizio al proprio dramma nella coralità di una comunità inconsapevole avviata verso il nulla. Sembrano giungere in una beckettiana terra di nessuno: un pavimento di mattonelle nere divelte (scene di Maurizio Balò), che rimanda ad un luogo distrutto sul quale rappresentare un’altro smantellamento, ovvero la distruzione della loro vita. Le sedie, infine, rovesciate sopra il tavolo segneran- no il terzo atto, punto focale delle confessioni di un generale fallimento. Che il quarto atto non farà che ribadire. Le interpreti – Bruna Rossi, Laura Pasetti, Alice Torriani – hanno l’età giovane delle protagoniste, ma non sono del tutto calate nella loro normalità inquieta e disincantata. Il commovente finale, quando, condannate dallo svolgersi dei fatti, a un futuro squallido e senza via di uscita (non andranno mai a Mosca come speravano dall’inizio); e che si conclude col dirsi che tutto è fatalmente giusto perché le loro sofferenze prepareranno la gioia di quelli che verranno, non ci suscita nessun sussulto per la disperazione che si cela in quella affermazione autoconsolatoria, di sconforto assoluto. E così, segnato da una certa monotonia, per quasi tutte le quattro ore sembra procedere lo spettacolo (anche se va comunque ricordata almeno l’ottima prova di Renato Scarpa, Paolo Calabresi, Sergio Romano). L’immutato fondale che trascolora – dall’azzurro, al nero, al grigio, e al giallo – dà gradazione emotiva agli stati d’animo, a quel pessimismo che è la cifra di tanto teatro di Castri (indagatore come pochi di Ibsen, Strindberg e Pirandello). Tutto è provvisorio, come quello che rappresentano le valigie, che Castri rimette nelle mani nella partenza finale di questi esuli definitivamente in fuga. Produzione Teatro di Roma, al Teatro Argentina fino al 27/10. Quindi in tournée fino a marzo.

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