Tra smaltimento e recupero

Termovalorizzatore, parola poco conosciuta che nei più suscita domande, perplessità, timori. La vicenda non ancora conclusa di Acerra (di cui abbiamo parlato sul numero scorso), con le sue manifestazioni, è solo l’ultima in ordine di tempo. A guardare da lontano in giro per l’Italia tante città potrebbero sembrare caratterizzate da quello che si chiama il fenomeno Nimby e cioè Not in my backyard (Non nel mio giardino). Ma sarebbe estremamente riduttivo pensare che si tratti solo di questo. In generale, forse, è più veritiero dedurre che laddove si è potuta garantire una trasparenza e un coinvolgimento della popolazione locale, anche il termovalorizzatore, inserito in un piano globale, è stato recepito positivamente. D’altra parte esempi di cattiva gestione dei rifiuti sia urbani che industriali non mancano, purtroppo, in tutto il nostro paese. È recente la condanna inflitta all’Italia dalla Corte europea di giustizia per non aver rispettato la normativa comunitaria in materia. A finire sotto accusa questa volta due discariche, una in Lombardia e una nel Lazio. E sono 1763 le violazioni nell’ambito dei rifiuti speciali accertate nel 2003 in sedici regioni della penisola; 130 le persone arrestate per reati legati all’ambiente; 1592 le infrazioni registrate in Italia nel ciclo dei rifiuti. Ma quali sono le tendenze in tal senso nel nostro paese ed anche a livello europeo? Il problema di fondo è che la produzione dei rifiuti è in costante aumento. Di certo l’innalzamento del livello di ricchezza provoca di pari passo una crescita della domanda di beni. Ed anche gli stili di vita influiscono in un senso o nell’altro. Può risultare interessante, ad esempio, notare che la presenza di un numero maggiore di single ed il fre- quente ricorso ai cibi preconfezionati ha fatto aumentare la frazione secca dei rifiuti nelle utenze domestiche. Viceversa la tendenza a consumare i pasti fuori casa ha contribuito ad aumentare la produzione di frazione umida delle utenze commerciali. In ogni caso, in termini generali, il trend di produzione dei rifiuti, sia urbani che industriali, è in costante crescita in tutta Europa. Fonti comunitarie riportate dall’Osservatorio nazionale dei rifiuti, (Onr) segnalerebbero che l’incremento atteso per il periodo 2000-2009 sarebbe intorno al 22 per cento, a fronte di un incremento medio del 13,4 per cento nel decennio precedente. Preoccupa anche la tendenza a immettere sul mercato prodotti sempre più complessi, costituiti da materiali diversi. Aspetto questo che ne rende di fatto impossibile il recupero con il conseguente impatto ambientale che se ne può dedurre. L’aumento dei rifiuti, quindi, se può essere indice di una crescita economica, è dunque senz’altro anche un campanello d’allarme di stili di vita consumistici basati sull’usa e getta, di progetti industriali dominati esclusivamente da interessi economici, di politiche globali poco lungimiranti che hanno oscurato del tutto l’orizzonte di consegnare un ambiente sano a chi verrà dopo di noi. E così sembra che non possiamo fare a meno di capire cosa farne di questi rifiuti, buttandoci più o meno definitivamente dietro le spalle la domanda di come fare a produrne di meno. Vengono in mente alcune domande che rischiano di sembrare retoriche. Perché ad esempio sono in pochi ormai a bere l’acqua del rubinetto e si ricorre a quella contenuta in bottiglie di plastica? Perché un miniprodotto deve avere un imballaggio dieci volte più grande? Perché non si usa più il vetro a rendere? Potremmo continuare… Comunque, stando così le cose, bisogna provvedere a smaltirli i rifiuti che produciamo. Attualmente sono tre i sistemi di trattamento: raccolta differenziata e riciclaggio; discarica controllata; termovalorizzazione. In Europa la modalità più diffusa è ancora quella della discarica, prevalente in oltre la metà dei paesi presi in esame dal rapporto Onr del 2003, compresa l’ Italia che smaltisce così il 67,1 per cento dei suoi rifiuti. Cresce anche da noi la sensibilità per la raccolta differenziata che in base al decreto Ronchi dovrebbe raggiungere il 25 per cento entro il 2005 per stabilizzarsi poi sul 35 per cento. Ma in questo senso parecchio resta ancora da fare se pensiamo che tante città non si sono ancora attrezzate in questa direzione. Più recente il ricorso alla termovalorizzazione che, molto sinteticamente, si può definire come un processo di recupero energetico dalla frazione secca dei rifiuti, (il cdr) che fa da combustibile appunto per la produzione di elettricità. Sono inoltre allo studio provvedimenti legislativi che consentano in qualche modo l’impiego del cdr anche negli impianti industriali. IL TERMOVALORIZZATORE DI COLLEFERRO COME FUNZIONA un termovalorizzatore siamo andati a vederlo a Colleferro, a una sessantina di chilometri a sud di Roma. L’impianto è stato realizzato da un ente pubblico, il Consorzio Gaia, costituito a Colleferro il 2 dicembre 1997 da nove comuni fondatori nel tempo diventati 47. L’origine del progetto va ricercata nella crisi che negli anni Settanta ha colpito quest’area a vocazione fortemente industriale in seguito al ridimensionamento del polo chimico. Crisi economica che ha sollecitato interventi straordinari della regione. Fra questi rientra una legge emanata nel giugno 1992 che prevedeva uno stanziamento volto a promuovere l’occupazione nell’area. È così che si è costituita una struttura consortile e sovracomunale che ha fatto l’opzione del trattamento dei rifiuti. Ecco la nascita dell’impianto di termovalorizzazione che s’erge su un’area di 60 mila metri quadrati, visibile anche di notte dall’autostrada Roma-Napoli. Nel colloquio col dott. Meaglia che ci spiega nei dettagli il funzionamento dell’impianto prima di accompagnarci ad una visita guidata, affrontiamo per prima cosa l’aspetto della sicurezza. Capisco che il termovalorizzatore venga sempre visto come un mostro che crea diossina.A quanti la pensano così vorrei assicurare che quest’impianto in effetti funziona come una semplicissima caldaia in cui cambia l’alimentazione che è a cdr anziché a gas.Tutto sta nel costante monitoraggio delle emissioni tant’è che il 45 per cento dell’investimento grava sulla filtrazione e la neutralizzazione dei fumi che escono dal camino. I limiti di legge sono molto restrittivi e, per quanto ci riguarda, il piano regionale del Lazio uscito tre anni fa lo è ancora di più rispetto alla direttiva europea e alla normativa italiana. Possiamo garantire la massima sicurezza in fatto di emissioni anche perché ci sottoponiamo al controllo costante dell’Arpa, dell’Asl, della provincia, del comune. Nel corso della visita possiamo renderci conto di persona che una serie di controlli automatici rende possibile un intervento immediato in caso di superamento dei limiti. L’azienda ha tra l’altro predisposto un apposito programma informativo sulle emissioni cui possono accedere telematicamente gli enti preposti al controllo. Ed anche i cittadini vengono costantemente informati attraverso un’apposita colonnina di consultazione situata presso il comune di Colleferro come pure all’interno dell’impianto stesso. Un ulteriore segnale di trasparenza è l’apertura al pubblico con delle visite programmate sia per i cittadini che lo vogliono ma anche per intere scolaresche, studenti specializzati, membri di organizzazioni ambientaliste, carabinieri del Nucleo operativo ecologico. Senza tralasciare la realizzazione di corsi di educazione ambientale che il consorzio stesso propone alle scuole del Lazio. Puntiamo sui bambini – commenta il dott. Meaglia – non solo perché saranno i cittadini di domani ma anche perché già da ora se imparano ad esempio come fare bene la raccolta differenziata, possono aiutare i loro genitori che sono meno abituati.

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